La campanella silenziosa della fine della scuola

E’ finita la scuola. Quella digitale,con i visi piatti dietro allo schermo, dove non senti i profumi e gli odori dei tuoi compagni di avventura; quella dove un discorso importante viene interrotto dalla linea scadente; quella dove non puoi chiedere aiuto al compagno; dove la maestra fa l’ “interrogazione” di gruppo perchè si sente male al pensiero di interrogare un bambino senza poterlo guardare negli occhi, senza sentire sulla pelle se ha bisogno di più tempo per rispondere o di un piccolo incipit. E’ finita la scuola e i bambini non hanno potuto salutarsi, salutare le loro insegnanti, quelle persone che li hanno accompagnati per il loro ciclo di studi e di vita. E’ finita la scuola, senza la campanella che suona lungamente per annunciarne la venuta; senza i canti di fine anno,con la felicità dei bambini per l’arrivo delle vacanze;è finita senza lo spettacolo, la consegna del diploma, i pianti.


Si è vissuta la privazione: della libertà, dei diritti, del contatto umano, della cultura e del lavoro.
Si è vissuta la paura: della malattia, della ripresa della vita “normale”, del contatto con l’altro, dei burocrati fanatici, della perdita del lavoro, del futuro incerto.
Si è vissuta la frustrazione, la rabbia e l’impotenza: per non poter fare altro se non stare in casa, per non poter far parte di una soluzione “attiva”; per non poter cambiare le cose.
Si è vissuta la speranza: che tutto potesse finire presto, che la malattia non ci colpisse, che la vita potesse tornare a scorrere, che il lavoro potesse ricominciare, che i nostri figli potessero tornare a scuola.
Si è vissuta l’attesa: alle volte con gratitudine per i tempi lenti, famigliari,quelli che servono per la lievitazione; altre volte con incertezza, sofferenza e insofferenza.
Per noi adulti, promotori della fretta, della produzione, dell’affermazione, stare fermi ad aspettare senza certezze, senza tempi definiti, senza soluzioni alla mano, è stato un tempo duro, in cui tutto ha cambiato forma.
Per i nostri figli, poi,non eravamo più solo mamme e papà, eravamo maestri. E siamo caduti, nelle nostre fragilità culturali. Chi in matematica, chi in italiano, in storia o in tecnica. Siamo caduti di fianco ai nostri figli e abbiamo cercato risposte. Su internet, tramite amici, tra moglie e marito, o chiedendo direttamente alla maestra via chat. Siamo caduti, ma ci siamo rialzati. Avevamo un bastone forte a sorreggerci: i nostri figli.
Loro che hanno vissuto tutte le nostre emozioni, anche quelle non palesate a parole o in atteggiamenti chiari; che hanno sentito, nella carne, tutto ciò che abbiamo provato; che erano invasi dalle loro molteplici sensazioni,ci hanno sorretto. Si sono adattati, sono stati pazienti, si sono ridimensionati e hanno continuato a portare il sorriso per la maggior parte del tempo.
Ma cosa hanno vissuto questi bambini, queste bambine, questi ragazzi e queste ragazze?
Hanno sentito caos.

A tratti pervasi dalla felicità di stare a casa con mamma e papà, a cucinare, dipingere pareti, giocare insieme. Dirompente però la sensazione che questa non fosse la normalità e che venisse anche mal-accettata dai genitori, che portasse sconforto, paura, incertezza. L’avanzare dei giorni di lockdown ci ha portati a parlare con i nostri bambini, a confrontarci, a mostrare i due lati della medaglia. Loro stessi portavano insofferenza, litigi, il desiderio di tornare a scuola.


E come lo si spiega ai bambini che dal 4 maggio tutto, piano piano, sta tornando come lo conoscevamo prima della pandemia, tranne la scuola? Che si può andare al ristorante, che ci si può abbracciare sul campo da calcio,ma che loro non hanno diritto di farlo con gli amichetti? Come lo si spiega ai bambini che gli adulti possono lavorare in 20-30 tutti insieme, mentre loro dovranno essere suddivisi in piccoli gruppi?
Non ho risposte per queste domande, perchè sono le stesse che mi pongo dal 4 maggio senza trovare una logica sana per rispondere a tutto questo.
L’unica cosa che è finita davvero con la pandemia è la Scuola. Che questo sia però motivo di ri-evoluzione, di re-invenzione di un’intero sistema. Sistema che si adatterà alle esigenze degli alunni, non viceversa. Che si utilizzi questa FINE come una ripartenza verso nuovi orizzonti. Io ci credo in una NUOVA SCUOLA. Credo che ci siano persone, professionisti, che hanno già compiuto grandi passi negli anni addietro, verso una direzione diversa, più naturale. Che hanno improntato il loro insegnamento sulla relazione con l’alunno e non solo con nozioni sterili.

Cogliamo questa opportunità e costruiamo un nuovo modello di scuola.
Che sia ricca di contatti umani, di relazioni, di gioco, di Natura, di apprendimento curioso.


Se i bambini hanno subìto il peggio, ora hanno diritto al meglio che possiamo immaginare.
E’ finita la scuola, ma possiamo e dobbiamo ricostruirla. Per loro, per noi, per l’umanità intera.

Manuela Griso

Litigare Bene: tecniche pratiche per aiutare i bambini nella gestione del conflitto

Una delle capacità che è ritenuta fondamentale nella società attuale è l’intelligenza emotiva. Essa si sviluppa attraverso un allenamento in più direzioni:

1.Autocoscienza:Come mi sento io? Che cosa provo? Riconoscere le proprie sensazioni ed emozioni, avere un’ alfabetizzazione rispetto a ciò che si prova, permette di gettare le basi su quella che è l’educazione emozionale.

2. Autoregolazione: capacità di gestire le proprie emozioni

3.Automotivazione: capacità di perseguire un obiettivo

4. EMPATIA: capacità di metterci nei panni dell’altro

5. ABILITA’ SOCIALI intese come INTELLIGENZA SOCIALE

Tutte queste aree di competenze che fanno parte dell’intelligenza emotiva, vanno allenate e supportate, affinchè si possa imparare a “litigare bene”, come dice il pedagogista Daniele Novara.

A tal proposito, quando i bambini litigano, è bene distinguere il ruolo dell’adulto e dividere gli educatori/insegnanti dai genitori, per la diversità di relazione e reazione che questo processo innesca. Ma, rimanendo per ora soltanto nel ruolo dell’adulto, possiamo dire senza indugio che, come sempre nella pedagogia montessoriana a noi molto cara, egli dovrebbe rimanere quanto più nell’ombra, osservare e non intervenire. Questo compito molto arduo, se portato a termine, permette ai bambini di apprendere e confrontarsi con :

1.Il principio di realtà : adattare i propri desideri al contesto esterno;

2. Il decentramento emotivo e cognitivo: esisto io con le mie emozioni e le mie soluzioni, ma anche l’altro con le sue;

3. Il pensiero divergente: allenarsi a pensare soluzioni nuove e creative, che possano mediare tra i desideri miei e dell’altro.

L’intervento dell’adulto non favorirebbe questi processi, in quanto tenderebbe a far terminare il conflitto nell’immediato e a fornire soluzioni preconfezionate, spesso lontane da quelle che penserebbero i bambini.

Analizzando la situazione da genitore, sarà capitato a tutti voi, di dover gestire un litigio tra bambini e generalmente si sfocia in tre reazioni di base:

  • Parteggiare per l’uno o per l’altro (rivestendo il ruolo di salvatore per colui che è la vittima in quel momento)
  • Sgridare o punire (eccoci nel ruolo del carnefice a discapito di colui che lo ha rivestito finora)
  • Urlare

Questo ci porta sicuramente a risolvere il conflitto in poco tempo, ristabilendo l’egemonia del potere adulto, ma cosa si portano a casa i bambini?

-Paura

-Senso di inadeguatezza

-Rabbia

– A volte anche senso di colpa per aver fatto arrabbiare l’adulto

-Un congelamento delle proprie emozioni

Partendo dal presupposto che i bambini apprendono anche per imitazione, capiamo bene quanto questi atteggiamenti possano influire sulla loro capacità di “litigare bene”. Per cui: Come reagisco io ad un problema? Sono un esempio per il mio bambino?

L’adulto,che viene chiamato in causa in un litigio tra bambini, ha il delicato compito di non ergersi a giudice, perchè innescherebbe il meccanismo del triangolo (vittima, carnefice, salvatore, come scritto precedentemente) il quale innesca degli automatismi inconsci che tendiamo poi a riprodurre nella nostra vita:

-esisto solo se prevarico gli altri (carnefice)

-esisto solo se manifesto la mia sofferenza (vittima)

-sono responsabile per gli altri, sono indispensabile (salvatore)

ma di fornire strumenti utili affinchè i bambini si ascoltino e mettano in atto le competenze emozionali acquisite. Quali sono questi strumenti?

A litigio iniziato:

consegnare loro dei turni di parola affinchè si ascoltino senza interrompersi; (può essere utile utilizzare un gomitolo)

sottolineare la validità delle ragioni dell’uno e dell’altro;

invitarli ad esprimere come si sentono;

invitarli ad esprimere le loro volontà;

domandare loro quale soluzione propongono per risolvere il conflitto.

E’ complesso inizialmente attuare il meccanismo del buon litigio, perchè è faticoso, lungo, lento. Ma la domanda che dobbiamo tenere a mente è:

Che cosa vogliamo ottenere?

Se vogliamo ottenere che i nostri bambini possano esercitare tutte le loro competenze emozionali, allora il nostro sforzo, sarà supportato dall’auto- motivazione.

E’ bene sapere che le emozioni hanno una “scadenza”. Esse sorgono nell’amigdala e vengono gestite dalla corteccia prefrontale. Per fare questo percorso impiegano 90 secondi. Ecco perchè è bene contare fino a 100 prima di reagire! Per dare il tempo all’emozione di arrivare nella corteccia prefrontale che è colei che è in grado di aiutarci nella gestione delle emozioni. Per cui,

-mostrare un momento di “pausa” in cui poter elaborare l’emozione, ritornando a respirare ad un ritmo regolare, è un ottimo inizio.

-Esprimere l’emozione provata è il secondo passo che traccia il sentiero dell’empatia. Ti mostro la mia emozione e tu puoi mostrarmi la tua, sono diverse forse, ma entrambe valide.

I bambini impareranno così che le emozioni possono essere espresse e gestite, che sono delle alleate e non dei nemici. Ricordiamoci però che la loro corteccia prefrontale non è ancora del tutto formata, per cui hanno la necessità di essere accolti e guidati in questo viaggio nella gestione delle emozioni.

Ultimi consigli utili:

-MAI etichettare un bambino per un atteggiamento durante un litigio. Così come il voto non fa il bambino, anche una scelta sbagliata non fa di lui un bambino sbagliato.

-Esperimento interessante sono i giochi di ruolo: il genitore fa il bambino, innesca un conflitto.Sarà interessante vedere la reazione del bambino e le soluzioni da lui progettate per la risoluzione.

-Qualora fossimo noi a dare l’esempio sbagliato, non dobbiamo mai dimenticare che si può e si deve recuperare, mostrando loro l’errore e spiegando perchè è stata una scelta sbagliata. Sbagliata non era l’emozione, ma il modo in cui l’ho espressa.

Tutti i soggetti sani sono dotati dei neuroni-specchio che ci permettono di attivare la stessa area del cervello attivata dalla persona con cui stiamo avendo una qualche forma di interazione. La natura ci ha così dotati di una base empatica che può aiutarci a “litigare bene”, ci vuole però allenamento e costanza.

Il Litigio Sano porta ad uno sviluppo di capacità multiple che possono essere applicate a diversi contesti.

Manuela Griso

Due Volte Mamma

Una mamma con più figli è sicuramente una donna fortunata. Ha più occhi da guardare, più bocche a cui sorridere, più amore da donare e da ricevere. Ha anche però una grande croce sul cuore: la divisione emotiva continua e sistemica. Quando una mamma apre gli occhi al mattino, il suo primo pensiero va al suo bambino: entra così nella sua cameretta, lo guarda dormire sereno, si siede al suo fianco, lo accarezza, lo bacia, gli sussurra un delicato buongiorno e gli ricorda tutto il suo amore. La mamma di più figli, la mattina quando entra nella stanza dei suoi bambini, non sa mai da chi andare per primo. Qui scatta la prima parte della giornata in cui si sente divisa. Se sono due allora si siede in mezzo, se possibile, dona una carezza ad uno e all’altro nello stesso momento, poi però deve decidere a chi dare il suo primo bacio. Sembra magari una banalità, ma non è così.
La mamma con tre o più figli prova, anche, quella strana sensazione di inadeguatezza per non avere tante braccia quanti sono i suoi figli, per poterli accarezzare tutti insieme.
Il senso di colpa verso l’uno e/o verso l’altro dilaga fin dalla gravidanza. Alla notizia di aspettare un secondo bambino, una mamma è felice. Per sé, ma anche per il suo primo figlio, perchè è consapevole del fatto che un fratello sarà un regalo per la vita. Verissimo. Entra in gioco però anche il tarlo del tempo, delle attenzioni, della paura di non essere in grado di gestire due figli,tanto nella difficoltà pratica quanto nella complessità emotiva di entrambi i bambini e della propria.E qui, la felicità viene velata dalla paura. Quando il bambino nasce, la mamma comprende quanto i suoi timori fossero fondati. E’ vero che non avrà più il tempo di prima da dedicare alla sua prima creatura:il suo tempo andrà diviso e non sempre equamente. Le attenzioni verso i suoi figli saranno per lei una riflessione costante: “Avrò abbracciato abbastanza …. oggi?” “Avrò detto a …. che gli voglio bene?” “Avrò guardato abbastanza attentamente il disegno di …?” e così via con milioni di interrogativi che non fanno altro che farla sentire inadeguata.Non vi è solo un carico di gestione pratica (uno va a scuola, l’altro deve dormire; porta a calcio uno e in piscina l’altro, dai da mangiare a uno e intanto prepara per l’altro ecc ecc ) c’è soprattutto un carico emotivo-relazionale che va gestito in maniera efficace.
I pensieri cupi e ingannevoli creati dalla mente, che fanno sentire una mamma inadeguata, spesso non li sente nessuno. Ognuno cela dentro di sé quel macigno che pesa sul cuore ogni giorno di più. Si cerca di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, di fare per l’uno e per l’altro il massimo che si possa fare, anche quando si è stanche, sfinite, malate. Ci si dimentica di se stesse e si passa un tempo indefinito a parlare solo dei figli e, nonostante tutto, ci si sente ancora sbagliate.
Alcune mamme entrano in depressione post partum, generalmente dovuto ad un calo degli ormoni, ma credo anche che non sia solo questo. Il pensiero crea.E come si crea un qualcosa di bello, di positivo e gratificante, così il senso di colpa può creare depressione, senso di inadeguatezza, ansia e rifiuto.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è inadeguatezza.jpg


La nuova creaturina poi deve rientrare in un ordine famigliare.
Per questo la mamma comincia a pensare:
1.Il mio primo figlio è il mio grande amore, e lui?
Si può pensare di non essere in grado di amare altrettanto intensamente il secondo figlio e di sentirsi in colpa per questo. Spesso, alla nascita, è proprio così. Ma questo non dovrebbe spaventare, perchè l’amore per un figlio è l’unico che cresce di giorno in giorno, quindi, se ci pensassimo lucidamente, potremmo comprendere come anche il primo figlio, lo amiamo più oggi di ieri. Sarà inoltre la diversità caratteriale a permetterci di amare i nostri figli in egual misura, anche se in modo diverso.
2. Il piccolo mi sta sempre attaccato. Lui cosa penserà?
Il pensiero della gelosia che il maggiore possa provare è uno dei tarli più ricorrenti per le mamme. La paura di non essere abbastanza presenti e di non poter ripristinare il piano di prima (Io e te soli) è fonte di grande angoscia per la mamma.
3. Verrà amato come l’altro mio figlio?
Se non bastasse porsi dei dubbi sulla propria capacità di donare amore, si pensa anche a quella di tutta la famiglia: papà, nonni ecc… Una condizione del tutto naturale poichè scatta in noi il meccanismo della conservazione della specie per mezzo del branco.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è baby-4100420_640.jpg


Il periodo del post-partum è uno dei più delicati di tutta la vita. La donna si sente spesso sola, insicura, sbagliata. Si tende a pensare di dover essere perfette e ad inseguire un ideale di perfezione che cambia anche in base all’interlocutore con cui si parla. Ci si concentra sul bambino, sui suoi bisogni e ci si dimentica della mamma. Una pluripara poi crede di sapere cosa la aspetta visto che ha già vissuto una gravidanza. Per cui quando sente arrivare certi pensieri li scaccia via come le mosche in estate e, avendo studiato anche tutta la teoria, essendo passata per schemi e tabelle dentro cui dovevano restare lei e il suo primo figlio, si sente forte e pronta ad affrontare il periodo difficile che sa che la aspetta. Non vi fate convincere! Per quanto una donna sia pronta, sicura e convinta, potrebbe sempre avere bisogno di supporto in un qualche dato momento e spesso, non lo chiederà. E’ fondamentale quindi accorgersene ed avere un supporto famigliare. La sensazione di doversi dividere costantemente, la si vive in ogni momento a partire dalla nascita del secondo figlio e alle volte anche prima. Quel meraviglioso equilibrio che si era creato tra mamma e bambino verrà spezzato e bisognerà crearne uno nuovo. Ci saranno momenti di rabbia, di paura, di tristezza, ma anche molti momenti gioiosi, spensierati e incredibilmente calmi. Crescere due o più bambini ha una moltitudine di colori e sfumature di cui non possiamo essere consapevoli se non nel momento in cui lo viviamo. Avremo modalità diverse, vissuti emotivi distanti da quando avevamo un figlio solo; avremo un cuore in più con cui condividere momenti unici e preziosi che renderanno la nostra vita un quadro stupefacente.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è children-1879907_640.jpg


In questo periodo,una mamma bis è diventata bis in tutto. Maestra, psicologa, zia, nonna, amica. Durante il lockdown la famiglia era l’unico nucleo relazionale per il bambino/ragazzo, perciò mamma e papà si sono ritrovati a dover ricoprire anche ruoli non propri, al fine di permettere al proprio figlio di continuare a sperimentarsi nelle varie relazioni. Essere però l’amica o la maestra di una figlia 12enne e quella di un figlio di 3 non è impresa da poco.Ho imparato che per amare così tanto ci vuole coraggio, spirito di sacrificio, fiducia,generosità e una punta di follia. Perchè per prendersi cura di un altro essere umano non basta la volontà.

Per questo e per tutto ciò che fate, avete fatto e farete, care mamme, vi dedico queste parole…

A tutte voi, noi, che ogni giorno lottiamo per i nostri figli, siano essi pezzi di cuore con braccia e gambe o siano progetti nati dal profondo dell’anima.
Abbiamo in mano il mestiere più difficile del mondo, amatevi, sorridete, perdonatevi.
Per tutte le volte che fate le mamme come desiderate essere, per tutte le volte che non lo siete affatto. Siate orgogliose dei vostri “bambini”, abbandonate le aspettative su di voi e su di lui. Semplicemente SIATE. La mamma migliore del mondo e la peggiore, quella che ride e quella che si arrabbia, quella che gioca e quella che non ha voglia, quella che punta tutto sul suo progetto e quella che si domanda che cosa sta facendo.
Siete bellissime con tutte le vostre forme, le vostre contraddizioni, le vostre manie, fobie, paure, sogni, speranze, lotte.
Grazie per tutto ciò che siete e sarete. Grazie per non arrendervi mai!

Manuela Griso

Blog su WordPress.com.

Su ↑