ESSERE DISPONIBILE : co-creare una coppia felice

L’ uomo o la donna perfetti o “ideali” non esistono.

Le coppie perfette o “ideali”, illuminate newage, che non discutono mai e non hanno mai divergenze di opinione non esistono, se non dopo una lunga sequela dei suddetti, la saggezza, la volontà imperterrita e la capacità del tempo di smussare le spine e godere delle rose. Quell’ illuminazione lì è il dono di mostri e battaglie che sono diventati alleati e risorse, frutto di grande lavoro e sicuramente molto amore.

L’ ideale serve, semmai, fuori dal mondo delle favole e nella realtà tangibile, come “linea guida” per calare lo spirito nella materia.

Appurato che il principe e la principessa azzurri non esistono, e che amare vuol dire accogliere ciò che è , questo non significa restare immobili nascondendosi nel “sono fatto/a cosi”. Altrimenti non ci sarebbe incontro alcuno.

La nostra Personalità è in continuo movimento e se posso rendere migliore la vita mia e del partner perche non farlo? In un ottica di comunione la felicità di uno è la felicità dell’ altro e in un “palleggio” di gioie reciproche si vince la partita.

Esprimere ciò che ti piacerebbe vivere o ricevere non significa ” ti voglio diverso”, significa anzi rendersi nudi di fronte all’ altro/a e agevolarlo/a nella relazione.

Risparmio di energia notevole, come avere in mano una ricetta, gli ingredienti sul tavolo e dover solo cucinare la torta.

Ovvio che, prima, bisognerebbe aver chiaro cosa vuoi, la direzione verso cui ti piacerebbe “andare” e saperlo comunicare. Non semplice ma possibile.

Quando la richiesta non nuoce nessuno, rendersi disponibili alla risposta è come scoprire un altro mondo, sconosciuto perche è dell’ altro e arricchirsi di nuova esperienza.

Non rendersi disponibili significa non voler entrare in quel mondo. Quindi non essere parte del mondo dell’ altro.

Esempio che vivo nel quotidiano:

se io faccio addormentare un bambino con una canzone perche a me piace cantare ma quel bambino mi dice o mi fa capire che per lui è più facile se gli faccio una carezza in silenzio ,non posso dirgli : ” eh ma io sono fatta così, canto canzoni”, pensando di farla franca…neanche fossi Tosca otterrei un buon risultato perche quello è un bambino da carezze e non da canzoni.

Lui è deluso ed io devo fare il doppio della fatica offrendogli qualcosa che non gli serve e che mette anche lui nella difficoltà di “farsela andar bene”.

Insomma nessuno è contento , entrambi viviamo la frustrazione, eppure la soluzione era pronta.

Quello che posso chiedermi come adulto ed anche nella relazione tra adulti è

” sono disponibile alla sua richiesta?”

– Si, la relazione si fortifica, l’ altro si sente capito, si instaura fiducia reciproca, tutto si alleggerisce e diventa una bella esperienza per entrambi essere insieme.

– No, allora o mi adatto alla fatica vivendo spesso quella relazione con tensione, o faccio in modo che a rispondere a quella richiesta sia qualcun altro più disponibile . E questa sarebbe una scelta più amorevole e onesta per entrambi, piuttosto che dirgli “sono fatta/o cosi”.

La verità è che “non sono disponibile”.

La DISPONIBILITA’ all’ altro è la chiave delle relazioni ; capire se si è disponibile ad altro oltre al conosciuto ed in quale misura è una grande presa di coscienza.

L’ essere in comUnione è poter accedere al mondo dell’ altro, e viceversa , è scambio, equilibrio dare-ricevere.

Quando uno solo dà e uno solo riceve la relazione non è paritaria, è una relazione a cascata che si muove in una sola direzione. Se parliamo di relazione di coppia lo squilibrio della comunione logora entrambi.

E siccome non siamo alberi da frutto che sfoggiano una sola qualità di fiore, ma universi poliedrici che possono decidere cosa essere, la frase ” non puoi chiedere banane ad un melo”, oppure “chi nasce tondo non muore quadrato” vale fino ad un certo punto. Vale solo, cioè, se tu hai proprio deciso di essere un melo e di morire come sei nato.

Tutto il resto è pura CREAZIONE o CoCREAZIONE.

Il grado di disponibilità racconta il grado di complicità nella “squadra”.

Una buona complicità è fatta di movimenti reciproci verso un risultato comune.

La gioia di entrambi è la vittoria e “squadra che vince non si cambia”.

Maria Rosa Iacco, mery.iacco@gmail.com

Consulente per la promozione e lo sviluppo della consapevolezza, educazione all’ espressione del potenziale unico e inimitabile per una vita piena e realizzata.

L’ AMORE NON E’ MERITOCRATICO

“Se fossi un pò più….”

“Se fossi un pò meno….”

“Mi amerebbe di più se…”

Quante volte il nostro dialogo interiore si è soffermato su questa modalità?

Quante parti di noi abbiamo soffocato o storpiato con l’intento di essere amate ?

Quante volte abbiamo recitato una parte, imitato altri considerandoli migliori?

Migliorarsi è un intento buono di per sé, quando significa aumentare il nostro stato di Ben-Essere, ed è vero che spesso grazie alla relazione con gli altri riusciamo a vedere parti di noi altrimenti irraggiungibili.

Questo però non significa snaturarsi o peggio, sacrificarsi, come strategia per ricevere amore.

L’amore non è mai questione di merito.

Nè tanto meno di strategia.

Sei amata, sei amato così come sei.

L’essere più o meno funzionali all’interno di una relazione non ha a che vedere col merito. L’amore esiste a prescindere. Ciò che dimentichiamo è l’importanza di sentire amore dentro di sé, per se stessi e poi anche per l’altro, esplorarsi e cambiare o curare ciò che ci allontana dall’amore perché sentiamo che è qualcosa che fa bene a noi per primi e questo porta ,si, benefici nella relazione.

Il confronto con gli altri poi, dinamica che viene comoda all’industria della performance, è lontanissimo dalla ricerca del benessere.

Semmai possiamo fare confronti con noi stessi, nel tempo che abbiamo vissuto, per vedere dove siamo, per orientarci.

Ma ciò che conta davvero è Sentirsi, Sentire.

Se qualcuno ti mette a confronto o paragone con altri, con storie passate, o con un ideale che ha in mente, se qualcuno indica te come bussola per il suo benessere o malessere (e tu gli credi) o se sei tu che lo fai con l’altro…stai andando fuori strada. Ti stai perdendo.

Tu sei l’artefice, tu sei creatrice, creatore.

Non puoi modellarti come creta su ciò che è desiderabile per qualcun altro senza ,ad un certo punto, romperti in mille pezzi. Non puoi modellare l’ altro come lo vorresti senza ad un certo punto vedere cadere l’ intero castello di carta al primo soffio di vento.

Puoi ,invece, s-coprirti, puoi svestirti dai panni accumulati negli anni, dai ruoli interpretati, puoi scrostare lo sporco delle ferite e aprire finestre dove vi sono muri protettivi.

La paura tiene sotto coperta l’amore.

La paura di non essere abbastanza.

La paura di non essere adeguati.

La paura di essere abbandonati e lasciati soli.

E per quante anime meravigliose si possano incontrare sulla nostra strada, nessuna ci salva da queste crepe interiori se non siamo noi per primi a lanciare la corda e iniziare ad arrampicarci verso l’uscita.

Chi dovrà andarsene se ne andrà comunque, perché cerca altro, perché egli stesso è perso nel suo dolore e nella sua confusione, o perché è esaurito il tempo condiviso insieme, la funzione di quella relazione si è conclusa.

Chi vorrà restare resterà comunque , che tu abbia la pancia , la cellulite, le rughe , un carattere difficile o i debiti da pagare.

Non è il merito che determina la qualità dell’amore o delle relazioni. È il rapporto che hai con te stessa, con te stesso, con il tuo passato, con i tuoi antenati, con il dialogo interiore e con la direzione che vuoi dare alla tua vita che lascia o meno accesso all’ amore.

Scopri allora come ,prendendoci cura del dialogo interiore , prestando ascolto a quella voce silenziosa che spesso graffia e indica punti di erosione, possiamo influenzare anche il nostro modo di vedere le cose, di sentrCi e comportarci.

Maria Rosa Iacco

mery.iacco@gmail.com

A LEZIONE DALLA LUMACA

Rivendicate la lentezza nel nostro mondo a tutto vapore, è un diritto delizioso di cui siamo stati privati. (Jean-Pierre Siméon)

In questa epoca digitale l’ imperativo categorico è : “tutto e subito”. Siamo diventati veloci : scrivere ed inviare una lettera, un messaggio, spostarci da una parte all’ altra della città, ordinare da mangiare e molto altro. Più sei veloce e più produci. Anche se diventa sempre più chiaro che il prezzo da pagare può rivelarsi alto in termini di qualità della vita.

I bambini vivono tra i due mondi : quello degli adulti sempre di corsa (e che spesso, troppo spesso non hanno tempo di giocare) e la loro natura lenta.

Il bambino ha tempi suoi, spesso molto diversi da quelli dei ‘grandi’, tempi che noi definiamo lenti ma che in realtà sarebbe meglio chiamare “tempi di processo”. La lentezza del bambino è essenziale per permettergli di accordare tutte quelle funzioni neurologiche, motorie, emotive e relazionali diventate ormai meccanismi automatici per l’ adulto, e che il bambino invece stà progressivamente creando dentro di sè.

Il livello di presenza nel qui e ora di un bambino impegnato in un attività è tale da poter escludere totalmente il mondo circostante, grazie alla ripetizione dell’attività si genera un automatismo col quale cambia anche il ritmo.Per questo si possono osservare bambini intenti allo stesso lavoro per ore o giorni in modalità quasi ipnotica.

L’ automatismo però non è solo limitato al ‘fare’ ma entra a gamba tesa anche nel mondo della relazione e dell’ essere : atteggiamenti, azioni e reazioni , modi di dire, gestualità, modalità di socializzare , perfino il modo di pensare perchè la nostra mente ha bisogno di ottimizzare il più possibile l’ energia dispersa nel processo.

I bambini, non avendo ancora totalmente automatizzato la loro maschera sociale ci stupiscono con effetti speciali, con la loro originalità, i loro filtri assenti e la loro capacità meditativa, e con altrettanta purezza rivelano l’ ambiente in cui sono immersi e del quale assorbono i processi.

Se vogliamo entrare davvero in comunione con un bambino, può essere molto utile imparare dalla lumaca : “la lentezza è la vera ricchezza.”

Pensiamo al tempo di cui abbiamo avuto bisogno già anche solo per poter essere parte del mondo oggi! Il tempo in cui la nostra mamma ci ha portati in grambo, il tempo necessario ad un albero di ricoprirsi di foglie e fiori dopo un lungo inverno, il tempo di cui abbiamo avuto bisogno per imparare a guidare o praticare uno sport, ed applichiamo tutto questo al tempo di cui il bambino ha bisogno per coordinare i processi neurologici con quelli motori con quelli della relazione uniti alle regole della societò in cui vive…Il tempo è davvero il più prezioso dei Valori e il più fedele degli alleati.

La lentezza aiuta la concentrazione ; un bambino che si stà vestendo da solo al mattino mentre la mamma o il papà bollono perchè rischiano di arrivare tardi a lavoro stà compiendo uno degli sforzi più grandi che si possano descrivere che avrà ripercussioni non solo sulla sua autonomia e autostima ma anche nella costruzione dei processi mentali che lo accompagneranno durante tutta la sua crescita. Poter dedicare del tempo ad un attività così complessa (per citarne una tra tante) sarebbe quindi un beneficio per tutti a lungo termine.

L’acqua che cade lentamente scava una roccia meglio di una cascata. (Proverbio latino)

Un simile meccanismo riguardante il tempo e la ‘produttività’ lo troviamo molto spesso anche nella scuola. Le classi numerose e un programma da seguire non consentono ad ogni bambino di rispettare la propria velocità, il proprio ritmo di apprendimento. Anzi vengono forniti parametri entro e fuori dai quali i bambini sono definiti “avanti o indietro”, il fattore del ritmo individuale di apprendimento difficilmente viene preso in considerazione, spesso per motivi pratici e organizzativi. Così ancora una volta il bambino sarà costretto ad adattarsi al mondo dei ‘ grandi’.

Se osserviamo un bambino lasciato libero di assolvere ad un compito, senza limiti di tempo, ci sembrerà di vedere davvero un maestro in meditazione. Esistono pratiche molto antiche, come ad esempio il Tai chi, il Qi Gong, Tandava o lo Yoga, che favoriscono il benessere psicofisico facendo del loro punto di forza proprio la lentezza; il procedere lento del corpo armonizza il respiro , placa la mente e reindirizza i pensieri. I processi mentali frettolosi saltano passaggi fondamentali che il corpo invece registra ; facendo il percorso inverso, quindi partendo dal corpo per arrivare alla mente, la quiete donata dalla lentezza favorisce anche la lucidità di pensiero, la capacità di prendere decisioni, l’ ascolto di sè e dell’ altro.

Invito a provare per credere proponendo una pratica che può fare chiunque appena possibile al primo pasto utile: prova a spostare telefonini o altri dispositivi (o distrazioni) in luoghi diversi dalla tavola, apparecchia con cura il tuo piatto, siediti e dedicati totalmente a quello che stai facendo, alla mano che impugna la forchetta, alla forchetta che raccoglie il cibo, alla bocca che soffia se è caldo, ai polmoni che prendono aria, al cibo che entra nella bocca, al gusto che cambia, alla mandibola, ai denti alla lingua coinvolti nella masticazione, alla gola che ingoia , alla pancia che si riempie. Nella lentezza è possibile sperimentare un modo diverso di mangiare. Ora prova a farlo immaginando di essere un bambino che pratica questo per le prime volte.

Se l’ esercizio ti è piaciuto invito a sperimentarlo in altri campi della vita pratica o dello studio.

Prendersi tempo è un regalo prezioso. Se la lentezza porta beneficio ad un adulto gia ‘finito’ (anche se non lo siamo mai) immaginiamo quanto possa sostenere un bambino che muove i primi passi nel mondo.

Comunità e identità : il bambino diventa i modelli che vede.

Questo è il nostro obbligo nei confronti del bambino: dargli un raggio di luce, e seguire il nostro cammino.”

Maria Montessori esprime in questo modo, sintetico e chiaro, ciò che accade durante il processo di costruzione dell’ identità e del ruolo chiave della comunità adulta intorno al bambino.

Sottolineando l’ importanza dell’ ambiente fisico, emotivo e relazionale in cui il bambino è immerso, vediamo nel quotidiano come i bambini sembrino “caricature” degli adulti che li circondano. Ne imitano gesti, parole e frasi, spesso senza ancora conoscerne contesto e significato, non solo durante il gioco simbolico ma anche e soprattutto nel loro modo di essere nel mondo (e di relazionarsi con esso).

Come per tutti i nuovi nati, per orientarsi nello spazio e nella società i piccoli seguono i grandi, soprattutto (e prima di tutto) ciò che i grandi fanno, al di là delle posizioni etiche e morali di giusto e sbagliato (concetti anche questi presi dall’ ambiente adulto).

“Ciò che siamo insegna ai bambini molto più di ciò che diciamo, ecco perché bisognerebbe essere ciò che vogliamo che i nostri bambini diventino.” J. Pearce

Nel corso del tempo stiamo assistendo a numerosi cambiamenti degli assetti sociali. Fino a oltre la metà del 900 i bambini nati da un nucleo famigliare erano i bambini di tutti, venivano cresciuti dagli adulti della comunità, che essi fossero imparentati oppure no, l’ educazione e l’esempio passavano oltre che dai genitori, anche da nonni, zii, cugini, vicini di casa, passavano dal quartiere, dalle botteghe, dagli anziani, dai bambini più grandi e, non ultimo, dalla scuola, l’ influenza dei media era ancora marginale e sicuramente meno persuasiva rispetto alla vita reale.

Ad oggi le famiglie stanno diventando nuclei piuttosto isolati, fatto salvo per i fortunati che possono vivere i benefici del grandissimo aiuto dei nonni, la maggior parte del carico educativo lo sostengono i genitori, la scuola e , per chi lo pratica, lo sport.

Mamme e papà si ritrovano spesso soli sotto vari fronti :economico, sociale, relazionale o puramente gestionale. Si sentono sempre più spesso frasi come “non è mica figlio mio” oppure “belli i bambini purchè se li tengano i genitori” , “sono io il genitore e solo io sò quello che è giusto per mio figlio” , “cosa penseranno di me se lascio mio figlio a ….” , “non posso chiedere aiuto perchè altrimenti penseranno che non sono capace di gestire mio figlio” ecc.

Questa solitudine a volte è subita e altre è ricercata, come a voler proteggere il figlio da un mondo esterno che, presto o tardi incontrerà comunque e col quale dovrà avere a che fare ,con a disposizione più strumenti possibili per vivere una vita piena ed esprimere tutta la sua meraviglia (oltre alla pura sopravvivenza).

Anche rispetto alle figure educative “esterne” si è creata sempre più distanza, spesso vengono intraprese vere e proprie battaglie egoiche tra educatori e genitori, tra scienza e coscienza, che vogliono dimostrare di “saperne di più” ,uno rispetto all’altro, dimentichi purtroppo della loro alleanza e dimenticando di essere persone prima ancora che ruoli, persone che dovrebbero guardare ad un punto comune che è il benessere del bambino.

Questa cerchia sempre più chiusa crea un limitato numero di Modelli a disposizione del bambino e la spinta del giovane alla ricerca di integrazione attraverso mezzi alternativi (guardiamo quanta capacità di persuasione hanno gli influencer o i social media in generale). I giovani si ritrovano sempre più isolati e insicuri, spesso passivi. Dall’ altra parte gli stimoli che arrivano dal virtuale rischiano di diventare talmente tanti da non essere più in grado di scegliere cosa sia costruttivo e cosa no.

Senza la volontà attiva di esprimere se stessi, di portare il loro valore aggiunto nel mondo, i bambini rischiano di diventare passivamente quello che l’ ambiente intorno chiede loro di essere. Senza qualcuno che li ispiri, che li aiuti ad alimentare il loro fuoco, il desiderio, la curiosità, rischiano di prendere il male minore, la direzione dei ‘molti’, qualunque essa sia, oppure diventare la copia sputata dei loro genitori, doti e qualità ma anche drammi e sofferenze.

Non sono solo i bambini a crescere. Anche i genitori lo fanno. Così come noi guardiamo cosa fanno i nostri figli delle loro vite, loro guardano noi per vedere cosa facciamo delle nostre. Non posso dire ai miei figli di cercare di raggiungere il sole. Tutto ciò che posso fare è raggiungerlo, io stesso.” Joyce Maynar

Per esprimere la sua Unicità il bambino ha bisogno del contesto adatto alla fioritura, vario e il più possibile positivo alla sua crescita fisica, mentale, spirituale. Diversificare gli esempi da seguire può aiutare ad orientarsi meglio nella realtà (anche quella interiore) ma attenzione, l’ accesso alle nuove tecnologie può aprire ad un eccesso di stimoli, per questo è importante entrare nel mondo del bambino e del ragazzo , vedere dove si stà dirigendo, chi guarda, chi ammira e perchè. Le canzoni che ascolta, le immagini che vede entrano a far parte del suo ambiente e contribuisce alla formazione della sua identità.

” Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.” Il Signore degli Anelli

La comunità, che ha come punto centrale il bambino, si stà occcupando contemporaneamente del suo presente e del suo futuro. Un adulto che si occupa del suo benessere, di Essere la migliore versione di se stesso, stà insegnando la stessa cosa al bambino e stà contribuendo al benessere della comunità intera.

Maria Rosa Iacco


Sotto giudizio, come un genitore.

Quando nasce un bambino nascono anche una mamma ed un papà.

Prima di allora due persone sono ‘solo’ un uomo e una donna, con vari ruoli nella società a far parte della loro identità. Un figlio segna un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita di una persona ; prima, per quanto possa essersi preparata a livello teorico, per quanto possa aver praticato con i figli degli altri , per quanto possa aver cercato nei libri, per quanto possa prendere o non prendere spunto dalla propria storia famigliare non sarà mai come il dopo. Nel bene e nel male le aspettative sono ben lontane dalla realtà, che sia il primo, il secondo o il quarto figlio.

Quando nascono una mamma e un papà (molto probabilmente anche prima) , nasce un giudice, rigido, implacabile e persistente, anzi molti.

Il primo, ed il più crudele è quello interiore : sarò una buona madre? sarò in grado di fare il padre? Saprò ascoltare i bisogni di mio figlio? Sarò in grado di dargli una buona educazione? Saprò comportarmi da buon genitore? Starò facendo la cosa giusta? Sarò all’ altezza? E milioni di domande simili che occupano la mente del genitore, minando costantemente l’ autostima e l’ operato quotidiano.

Gli altri sono i giudici esterni, i nonni, i fratelli, gli zii, i cugini, gli infermieri, i medici, gli amici, gli insegnanti, l’ istruttore di nuoto, di cavallo, di calcio, di danza, la signora del piano di sotto, la conoscente del palazzo di fronte e via dicendo…

Persone che, più o meno esplicitamente esprimono giudizi sull’ educazione (prettamente) o sullo stile di vita di una famiglia facendo per lo più paragoni o basandosi su ‘come dovrebbe essere’.

Il paragone è uno strumento per distinguere la critica costruttiva dal giudizio.

Chiaramente un esterno alla famiglia gode del privilegio, quando usato con coscienza e spirito di supporto, di poter osservare eventuali dinamiche o situazioni che dall’ interno si fatica a notare e questo è un vantaggio che può avviare circoli virtuosi di cambiamento, grazie al dialogo empatico e alla critica costruttiva.

Diverso è invece il giudizio espresso, come dicevamo, da un termine di paragone, di ‘meglio’ e ‘peggio’, di ‘si fa e non si fa’, ‘al suo posto avrei fatto’, ecc… giudizio o parere che spesso non è richiesto, che è parte del chiacchiericcio e non ha alcuna finalità di supporto alla famiglia. Questo ‘tribunale’ si va poi ad accompagnare al già proficuo dialogo interiore del genitore, innestando bombe di insicurezza e inadeguatezza che, di fatto, creano un gran caos.

Non esiste un ‘Manuale per la famiglia perfetta’, e se anche esistesse, spunterebbero sicuramente uno o più dissidenti.

Non esiste la famiglia perfetta in senso ideale, esistono famiglie guidate dall’ amore e famiglie in cui l’ amore bisogna proprio andarlo a stanare.

Puoi aver allattato tuo figlio al seno fino al sesto anno, avergli insegnato tutti gli sport del mondo, averlo iscritto alla migliore scuola della città, puoi avergli dato da mangiare cibo super biologico, puoi non averlo sgritato mai, usato tutte le tecniche possibili di educazione, e non necessariamente tutto questo fa di te un buon genitore.

Ogni bambino è un individuo unico e ciò che ha funzionato con un altro bambino in un altra famiglia (o anche con il fratello o la sorella più grande), potrebbe non funzionare con quel bambino in quel dato momento della sua crescita, in quello specifico momento della vita famigliare e in quella data predisposizione dell’ adulto.

Educare è un processo dinamico e mai unilaterale, è crescere insieme.

Posti alcuni pricipi di base specifici e scientifici rispetto alle fasi evolutive del bambino che possono rappresentare delle linee guida generali a cui fare riferimento in modo, appunto, generale, nello specifico di ogni situazione ciò che serve è il buon senso, un grande spirito di osservazione che permette di connettersi ai bisogni di quel momento specifico del bambino e molto molto Amore.

In una famiglia in cui regnano l’ attenzione ai bisogni fisici/evolutivi ma anche emotivi del bambino, l’ osservazione critica , il buon senso e l’ Amore (ultimo ma non ultimo chiaramente) quasi certamente possiamo trovare bambini e genitori felici, e non sarà poi così importante se la casa è in ordine, se i genitori sono insieme o separati, se il bambino non va a letto tutte le sere alle 9, se non mangia biologico, se è stato o non è stato allattato al seno eccetera eccetera.

Ai genitori dico questo, ci sarà sempre qualcuno pronto a proporvi un miglior metodo, un consiglio non richiesto o una critica per le vostre scelte educative, valutate sempre attentamente la fonte di queste critiche e soprattutto il fine ultimo.

State facendo il meglio che potete, nel momento in cui vi trovate, con quello che avete? Allora state facendo un ottimo lavoro ! Chiedete aiuto quando vi sentite in un vicolo cieco, questo può facilitarvi un pochino il compito ma sappiate che vostro figlio , vostra figlia vi amano immensamente a prescindere ( vi amano anche quando sembrano odiarvi, soprattutto durante l’ adolescenza, anzi, quello è il momento in cui hanno più bisogno del vostro silenzioso ma incrollabile Amore).

Vi dico anche che l’ amore non è nell’ evitare ai vostri figli le difficoltà della vita, di vario genere, dalla condizione economica alle separazioni, dalle famiglie allargate ai brutti voti a scuola, dalla frustrazione del no alle prime delusioni d’ amore, quelle le affronteranno comunque presto o tardi : prima imparano a trovare dentro di loro le risorse per affrontarle meglio sarà per la loro crescita.

Ascolate sempre ciò che vi sembra giusto fare , nel vostro profondo lo sapete, siate connessi a quell’ istinto animale che purtroppo abbiamo un pò perduto in onore del ‘ si è sempre fatto così’ oppure ‘tizia o caio hanno fatto così‘ e soprattutto connettetevi a vostro figlio meglio di un qualunque wifi esistente al mondo. Non mettetevi a paragone con nessuno, vostro figlio è unico e lo siete anche voi.

Buon cammino insieme ai vostri amati figli.

Il Tempio sacro della Donna. Vivere il corpo oltre l’ ideale.

Se possiamo godere del piacere dei sensi, se possiamo orientarci nell’ ambiente, pensare, sentire e soprattutto sperimentare la vita in tutte le sue sfumature è grazie al corpo, questo ‘strumento’ magnifico e perfetto ricettore del mondo esterno , conduttore e amplificatore di quello interno.

Il corpo comunica sempre, ci identifica, ci presenta al mondo e traduce per noi il mondo. L’ ambiente esterno e quello interno sono in continua comunione e reciproca influenza; gli effetti dunque sono osmotici ed il corpo il principale risultato di questo scambio.

Il corpo delle donne nel corso dei secoli è stato fortemente ‘canonizzato’, l’ideale di bellezza è cambiato radicalmente nel corso dei secoli e cambia tutt’ora in base al sistema socio-culturale in cui si trova ‘esposto’ . Nel generico accade che una cultura celebri in alternanza uno stile piuttosto che un altro, spesso ad uso e consumo di industria e produzione. La fisicità della donna sopperiva (e sopperisce tutt’ora) al canone estetico della moda del momento, sottoponendosi anche a durissime e rischiosissime pratiche ( corsetti, fasciature e stringhe, digiuni, malformazioni fisiche varie ecc.).

Tutt’oggi si aspira ad un ideale di perfezione fortemente e subdolamente indotto dalla pubblicità, dai social media e dalle case di moda; solo marginalmente iniziano a svilupparsi movimenti di ‘normalizzazione’ del corpo nelle sue naturali manifestazioni che, differendo dal canone ideale, vengono altrimenti chiamati “difetti” .

Molto facilmente quindi una giovane donna può crescere scollegandosi dal suo corpo, dai suoi bisogni reali e dal suo naturale modo d’ essere per seguire il modo in cui DEVE essere (pena la possibile emarginazione dal gruppo o dalla società) , perdendo così la connessione con la sua ciclicità.

Non a caso negli ultimi tempi aumentano situazioni problematiche nel rapporto con l’ alimentazione, dall’ anoressia all’ obesità passando da varie etichette ,tra cui la più moderna e variamente interpretata “curvy” ; non a caso , con il bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti aumentano situazioni di bullismo (cyberbullismo) o body shaming ( l’ atto di deridere una persona per una qualsiasi caratteristica del suo aspetto fisico), non a caso milioni di donne si ammalano sempre più di tumore al seno o all’ utero, non a caso milioni di donne riportano problematiche e difficoltà con l’ apparato riproduttivo, non a caso questo può avere ripercussioni anche nella relazione con la propria sessualità ed il relativo piacere.

Proprio per la sua capacità creativa e rigenerativa il corpo di una donna in un solo mese cambia almeno 3 o 4 volte; nel corso di una vita intera mantiene una costante che è appunto il cambiamento. E’ per preservare il benessere del corpo stesso, durante queste cicliche e naturali trasformazioni ,che è importantissimo ampliare il più possibile il livello di coscienza e conoscenza del proprio corpo in modo da accompagnarci durante queste trasformazioni e trarne il massimo beneficio psico-fisico. Sarebbe utile, per non dire forse necessario, (a mio avviso indispensabile), educare le giovani donne al rapporto con il ciclo mestruale, alla relazione diretta con il proprio corpo, con i cambi ormonali, con la fame reale e quella emotiva, con il bisogno di riposo, il bisogno di movimento, la flessibilità, il sonno, le emozioni, la pancia e il cuore.

Il senso del ‘bello’ non è mai un valore assoluto ma la coscienza collettiva per il momento ha tutto l’ interesse a renderlo tale. Attualmente il culto della bellezza femminile è collegato maggiormente ,come condizionamento culturale, alla magrezza e/o alla massima definizione del muscolo ( condizionamento che interessa e attiva diverse macchine economiche – industriali ) oltre che all’ idea di ‘perfetto’, niente smagliature, niente peli, niente rughe o segni del parto : il corpo della donna è ancora fortemente erotizzato, reso oggetto ad uso e consumo a volte delle donne stesse che sono le loro peggiori nemiche.

L’ immagine della Donna ha ancora molta strada da fare per potersi ritenere “identità libera e forte”. L’ indipendenza economica non basta per poter affrancare la figura della donna dalle problematiche del passato, anzi io credo che si sia imprigionata ancora di più in segrete ben nascoste. Bisogna passare anche (e ancora) dall’ indipendenza affettiva, emotiva e dal riprendersi il proprio corpo, viverlo con cosapevolezza e elevarlo a Tempio per l’ anima.

Il benessere del corpo non può essere calato dall’ alto e nemmeno provenire dall’ esterno in senso generale ; una relazione sana con il proprio corpo è un patto di alleanza , un unione che permette di accedere anche alla dimensione dell’ anima. Corpo ed emozione sono strettamente connessi, corpo e pensiero sono strettamente connessi, l’ anima che tiene insieme tutto e che lo eleva a tempio ha bisogno che ci sia questa alleanza per esprimersi. A volte bisogna disimparare ciò che abbiamo fatto nostro dall’ esterno per imparare l’ ascolto e la cura di reali bisogni e necessità, perchè il corpo parla sempre.

Il poeta e scrittore tedesco Christian Morgenstern diceva : ” Bello è tutto ciò che si guarda con amore”.

Allora un corpo che viene trattato con rispetto e amore non può che essere anche portatore di bellezza.

Una donna che entra in contatto con la sua ciclicità, la sua capacità di trasformarsi, di generare nuova vita nella varie forme e modalità con cui la Vita può esprimersi ,diventa una donna che comunica non solo con il corpo ma anche con l’ anima, diventa una donna attraente nel senso che può portare a sè le persone in modo da condividere il suo stato, il suo contatto profondo con il corpo, la sua bellezza più vera.

Auguro ad ogni donna di godere e onorare questo bellissimo dono, partendo esattamente da come è.

Maria Rosa Iacco

Mente, Cuore e Grembo

Ho appreso che serve il coraggio di molti ‘No’ per dire ‘Si’.
Che Donna è una sirena , ed anche albero , naviga gli abissi e affonda le radici.
Donna è MATER-ia , essa vivifica il creato , plasma , è tocco d’ amore, sentire d’ istinto.
Donna ha due centri energetici vibranti di cura, il suo cuore e il suo utero.
Figlio della Mater è tutto ciò che, da un idea di essenza ,diventa Presenza, istanza creativa che dall’ Etere si fa Forma.

Ci sono molti modi in cui una Donna può decidere di annientare la sua Natura , uno di questi è scegliere una via di sterilità creativa, scegliere di non scegliere , di non Mater-ializzare il frutto del suo grembo. Si possono persino avere figli in questo stato di sterilità, oppure no, non è questione di biologia ma Creazione.
Ogni volta che si annienta, o anche solo si dimentica la mater-ia a favore del pensiero si crea disequilibrio.
Il frutto della sola mente è acerbo , marcio o velenoso se non passa dalla costruzione del reale e, soprattutto, dal Cuore.

Catrin Welz-Stein Tutt’Art@


Mente , cuore, grembo sono vita quando viaggiano all’ Uni-Sono.
Di quanti ‘aborti’, figlia della Terra, hai ancora bisogno per comprendere che solo nella Tua profondità puoi trovare la Forza?
Quante violenze vuoi importi ancora per paura di restare sola? Quanto ancora vogliamo attribuirle all’ uomo, al maschile, dimentiche che quel maschile giace sofferente in noi?


Vedi, l’ uomo che ti attende già costruisce la vostra casa , e tu con il tuo fuoco la scalderai. Bisogna solo che tu lo veda, che tu Ti veda attraverso la sua Mani-fest-azione.
Una festa di mani, di tocco, di Creato.
Perché allora ti abbeveri ancora in pozzi sfiniti e risonanti di parole vuote ? È forse secco il tuo ventre al punto da riempirlo solo di vento ?
Hai così paura della pienezza che già sei?


Giardino rigoglioso ti attendete se smetti di bruciare ogni germoglio con la paura ed inizi ad innaffiare d’ amore la mater-ia che Vi plasma entrambi.
È lì a un passo da te, bisogna solo che trovi il coraggio di guardarlo davvero, di guardarTi.
Sono solo le vostre scelte che minano l’ in-contro.

Oggi sul rogo ti ci mettono ancora , ma ancor peggio è che, di fatto, ti bruci da sola.

Serve il coraggio di molti ‘No’ per partorir’Si’ ad ogni ciclo di rinascita.

Maria Rosa Iacco

” Tutto sua madre”. Lo stampo relazionale e la creazione di una nuova realtà individuale.

La prima relazione che viviamo è quella tra noi e nostra madre.
Nove mesi di scambio vitale e viscerale in cui acquisiamo informazioni genetiche e relazionali.
A volte sono dolori, sofferenze , sono i nodi genealogici, ma anche talenti, predisposizioni, ci viene ‘impresso’ un sistema che condizionerá il resto della nostra vita.
Uno ‘stampo’ relazionale che arriva dalla risposta della madre verso i bisogni del bambino (fame, sete, affetto, senso di protezione e senso del confine) , dalle influenze genetiche che diventano tendenze di indole e naturalmente dall’ imitazione.
Insomma nasciamo con un pacchetto base che prendiamo ma non è veramente nostro, e da questo sviluppiamo le relazioni a seguire, soprattutto quelle di coppia, dove il livello di intimità si approfondisce, le difese calano e le eventuali ferite vengono solleticate.

Dalla conoscenza di questa base possiamo costruire, ricostruire o trasformare , qualcuno dice ‘guarire il sistema’ (genealogico) che , con ogni nuova nascita, cerca di portare Armonia nell’ intera catena familiare.

La relazione con la mamma è lo “stampo base” di tutte le nostre relazioni, anche quella con noi stessi.
La base è sempre l’ Amore, nelle molte variabili in cui viene espresso, chi ti dono la vita compie un atto d’ amore e a volte è tutto quello che può fare, in alcuni casi non può andare oltre.
Alla base chi ti nutre per 9 mesi di sé stessa e ti dona quello che può , niente più di quello che ha , di quello che è, e rischiando la vita (tutt’ oggi il parto espone la donna al rischio della morte e a livello emotivo ad una morte simbolica di un ‘prima’), ti espone alla luce ….Ti Ama immensamente.

Il primo anno, (si ipotizza anzi fino ai 2 anni del bambino) la madre e il figlio hanno un rapporto unico, il figlio ha bisogno unicamente della madre per conoscere il mondo esterno e sè stesso, la figura del padre non è però affatto subordinata. Il sostegno alla Donna e la protezione in una fase così fragile della sua vita in cui si è dovuta moltiplicare e dividere e rinascere come madre arriva principalmente dall’ amore del suo partner, i baci, le carezze, le attenzioni che la madre riceve contribuiscono al benessere di tutti, soprattutto del piccolo; il padre quindi non costruisce ancora una relazione diretta ma la crea in modo indiretto prendendosi cura della madre.

Finita la fase simbiotica (che può durare appunto da qualche mese fino ai due anni) la madre accompagna (dovrebbe accompagnare) il figlio verso il padre e ne agevola la relazione.

Questo passaggio alcune donne lo dimenticano, per paura di perdere il figlio e l’ esclusività della relazione, il padre spesso si sente escluso e già un iniziale difficoltà può trasformarsi in un abisso. Tanto il sostegno del partner durante la fase simbiotica madre-bambino è di grande importanza per una sana vita familiare, quanto lo è l’ accompagnamento verso il padre , verso la relazione con il mondo; il papà porterà il bambino a conoscere il mondo fuori, fuori dal grembo materno (es. lavoro, denaro). Il modo in cui questo movimento avviene anche contribuisce a delineare il nostro ‘stampo base’ di relazione.

Con la pubertà e successivamente l’ adolescenza si ha bisogno di costruire un identità disgiunta dal ‘pacchetto base’ , che poi fa ritorno a ‘casa’ con l’ età adulta e, se non c’è una rielaborazione personale, una crescita individuale, replicando in modo pressocchè identico ciò che è stato ricevuto dai genitori.

Ci si stacca per poi tornare ad essere figli, bisogna stare attenti però verso chi. Un partner non può colmare i vuoti dell’infanzia o ‘aggiustare’ ciò che si era rotto, ma l’ amore di un partner può donare il coraggio necessario per potercela fare.

I figli non appartengono ai genitori ma al destino che si compie attraverso di loro per restituire speranza, la speranza dell’ interruzione, dello scioglimento, dell’ apertura , di un rinnovato fiume d’ amore che ricomincia a fluire.
I figli appartengono all’ “albero” che li ha generati e alla terra che ne fa frutto dolce (o eventualmente amaro).

Per essere grandi bisogna tornare piccoli.
Ma piccoli per i grandi giusti, i “nostri” grandi.

Il compito dei figli non è restituire ai genitori o guarirli o redimerli e nemmeno pretendere da loro le scuse per i loro errori ; il figlio restituisce alla Vita e quando restituisce alla vita diventa Madre o Padre, che sia attraverso un altro figlio o creando qualcosa, qualunque cosa che prima non c’era e che ora può contribuire al bene comune.
Donna è colei che in cuore conosce il suo essere Figlia , Amante e Madre.
Uomo è colui che in cuore conosce il suo essere Figlio, Amante e Padre.

Questo processo non una volta sola ma…ogni singolo giorno della vita.

Maria Rosa Iacco

Il ‘giusto posto’ in famiglia, il ‘giusto posto’ nel mondo.

La famiglia è un sistema dinamico, governato da precise regole che si perpetuano nel tempo. Per quante variazioni sociali abbia subìto nel corso del tempo il ‘sistema famiglia’, queste regole continuano a seguire un ordine ben preciso, necessario al mantenimento dell’ equilibrio o, come dirette B. Hellinger ,al fluire dell’ Amore.

Ogni disarmonia all’ interno di un sistema genera dei movimenti di ricerca di quell’ equilibrio perduto. Generalmente i figli sono i “componenti del gioco destinati all’ equilibrio” ( B. Ulsamer ) ; in altre parole i figli manifestano, sono la “spia” accesa di ciò che, nel sistema, richiede attenzione e manutenzione.

Più un genitore risolve, osserva, consapevolizza meglio se stesso, i propri traumi, le difficoltà relazionali e generazionali, meno carico viene lasciato da smaltire al figlio. Più l’ adulto si conosce, si occupa di sè a livello profondo e più il bambino diventa libero di adempiere il proprio unico destino e non quello del padre, della madre, dei nonni, del bisnonno o degli avi passati.

Un bambino può ,più facilmente e gioiosamente, camminare verso la realizzazione di sè stesso quando è al giusto posto, quando cioè non deve sopperire a spazi vuoti, sospesi, non-detti, lutti o distacchi di chi (e in chi) c’è stato prima.

Per esprimere e sprigionare i suoi talenti , quindi, il bambino ha bisogno di un ambiente sereno, sicuro, accogliente, di una guida ed anche di essere al suo ‘giusto posto’ all’ interno del sistema famiglia d’ origine. Genitori e figli non sono sullo stesso livello, ed è importantissimo che non lo siano. I genitori vengono prima, sono ‘sopra’ i figli. I figli seguono, sono ‘sotto’. Sopra e sotto non sono da intedere come valore della persona ma come ordine che permette il fluire. E’ il genitore che dà la direzione e non il contrario, il movimento contrario genera una serie di interruzioni che possono manifestarsi in diversi modi nell’ espressione del proprio posto nel mondo, nel ruolo sociale e relazionale che occuperà da adulto e nella relazione con sè stessi.

Facciamo degli esempi di “regole sistemiche” :

nella famiglia ci sono dei grandi e ci sono dei piccoli.

I grandi danno ed i piccoli ricevono ; la restituzione al grande avviene con l’ adempimento del destino del piccolo, questo e la gratitudine per aver ricevuto la vita, null’ altro è “dovuto” dal figlio al genitore.

I grandi danno la vita, danno ascolto, offrono una guida, rispondono ai bisogni dei piccoli, materiali, emotivi ed animici. Danno anche gran parte del loro bagaglio di convinzioni e condizionamenti, credenze, opinioni e giudizi, per questo bisogna stare molto attenti a cosa si trasmette con parole , opere e pensieri. Essere un adulto, un genitore o un educatore, essere un ‘grande’ significa essere responsabile di ciò che si dà.

I piccoli ricevono dai grandi, la vita, ricevono protezione, ricevono regolamentazioni, limiti e confini necessari ,non solo alla loro sicurezza fisica ma anche alla formazione della personalità e l’ indirizzamento di energie e talenti.

Un altro esempio è questo :

un figlio non sostituisce nessuno, non può prendere il posto di un altro figlio, nè del partner, nè di un genitore, nè di un avo, nè di nessun altro se non a caro, carissimo prezzo, per tutti.

Prezzo che i piccoli sono disposti a pagare se necessario. I figli si sacrificano per i genitori in modi e con mezzi inimmaginabili, assumendo inconsciamente fin da piccolissimi sentimenti e ‘posizioni’ scomode pur di restare vicini al clan, alla tribù, fedeli alla famiglia.

L’ influenza che il sistema familiare ha sui figli non si limita dunque al quotidiano ma anche al bagaglio pregresso dell’ intero albero genealogico che ne segna le tendenze, le doti e le difficoltà.

Parte integrante (direi essenziale) , dunque, del sostegno e dell’ educazione di un bambino o un giovane adulto è il lavoro su sè stessi di chi gli è più vicino.

“Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi. ” (C. G. Jung )

Il bambino è un Maestro di vita in un senso molto pratico, osservare il suo sviluppo giorno dopo giorno può renderci sempre più consapevoli anche di noi stessi e delle dinamiche che ci portiamo dietro da tempo, da generazioni ; la maggior parte delle volte ,quando si tratta di qualcuno che amiamo siamo più disposti a metterci in discussione, a cambiare, ritrovare anche noi adulti il ‘giusto posto’ .

Prima ancora che genitori, educatori, mariti, mogli , prima ancora del nostro ruolo sociale , siamo stati figli. Se sappiamo cogliere i segnali del bambino ,che in modo innocente e puro esprime, possiamo educarci, educandolo, crescere insieme e risolvere fratture di sistema precedenti al suo arrivo. Ripristinare il fluire dell’ Amore che, attraverso l’ ultimo nato ci ri.cor.da l’ importanza della Vita.

L’ aggressività e la richiesta di essere accolti

L’ aggressività fisica e/o verbale è solo la punta (estrema) di un movimento interiore di disagio che non trova altro spazio di espressione.

A fronte di un ventaglio di emozioni spesso aventi a che fare con rabbia e frustrazione alcuni bambini ricorrono all’ espressione o esplosione del corpo come unico strumento per dare voce a quello che non riescono ad esprimere verbalmente o che non sono ancora in grado di gestire diversamente.

Compito della figura educante, specialmente del genitore con il quale è più facile che ciò possa accadere, riuscire a contenere prima e incanalare poi queste manifestazioni fisiche ( che in alcuni momenti evolutivi rappresentano anche un affermazione di volontà ) di modo che il disagio possa essere espresso in modi più funzionali e volti alla risoluzione.

Intorno ai due anni, il bambino inizia a notare chiaramente come le sue azioni possono procurare una reazione negli altri ed inizia, attraverso l’ opposizione, non solo ad affermare la sua volontà ma anche a ‘testare’ l’ altro, spinto da una curiosità affettiva oltre che alla sperimentazione attiva delle emozioni. Tendenzialmente prima dei quattro anni il bambino non dispone ancora di una volontà matura, verso la quale è importante progressivamente accompagnarlo; molte volte le manifestazioni di volontà sono quindi ancora scisse dai bisogni reali o dall’ espressione di questi ( “Ma io lo voglio ” oppure “voglio la stessa cosa che ha preso il papà”) ed un ‘No’ o la definizione di un confine chiaro e deciso possono procurare in lui emozioni il cui processo gli riesce difficile contenere.

L’ Io del bambino non ha ancora una struttura tale da poter consapevolizzare, gestire e soprattutto contenere ciò che gli accade dentro, bisogna appunto accompagnarlo fornendogli gli strumenti necessari per costruirlo nel tempo attraverso rimandi ed esempi. Ricordiamoci che i bambini ‘registrano’ come risponde l’ adulto di riferimento e ne fanno spesso un modello di comportamento futuro.

Superati i quattro anni (e oltre, fino ad arrivare alla pubertà) questa onda ormonale emotiva può risultare per alcuni fisicamente molto difficile da sostenere senza un esplosione a danni di cose o persone, in particolar modo quelle con le quali si è maggiormente sviluppato un attaccamento affettivo importante.

Cosa fare allora quando mio figlio mi picchia, distrugge gli oggetti in casa o fa del male a sua sorella/fratello?

E’ bene innanzitutto stare attenti a non rispondere all’ aggressione con un altra aggressione, se non si vuole correre il rischio non solo di fallire nella comunicazione ma addirittura di rinforzare questo atteggiamento.

Per aggressione si intende sia fisica che verbale quindi l’ educatore o il genitore sia ben attento a non cadere in trappole di parole che feriscono tanto quanto un pugno ( “Quando fai così sei stupido/cattivo….ecc; i giudizi verbali diventano poi quello con cui il bambino si identifica e tenderà inoltre a replicare lo stesso atteggiamento). Il disagio diventa violenza quando non trova un collegamento con il bisogno che nasconde, questo accade anche negli adulti, per questo è così importante non trascurare segnali così importanti che il bambino che “aggredisce” sta inviando.

Appuranto che l’ aggressione è , di fatto, una richiesta di attenzione e aiuto rispetto allo stato emotivo che stà vivendo, la prima cosa da fare è sicuramente evitare che il bambino vi faccia del male. Il fatto che siate consapevoli del bisogno nascosto non lo autorizza a trattarvi come un “pungiball” su cui potersi scaricare (anche questo potrebbe in futuro incoraggiarlo) come a dire “fai pure, tanto sono solo la mamma, con me puoi.”

No, non può. Pugni e calci possono essere fermati in modo deciso anche attraverso il contenimento coercitivo dal quale cercherà a volte di svincolarsi con la forza o con “fughe” quali : “ devo andare in bagno, mi fa male il pancino”, “non posso respirare”, “ho sete”. Sono altri modi di dire che quello che sente è troppo forte per lui/lei. Se lo lasciamo fuggire sarà questo poi che farà spesso a fronte di questo stato interiore.

L’ abbraccio stretto è un ottimo modo per fargli sentire questo contenimento. Tutto quello che il bambino può vivere con e attraverso il corpo ha più facile accesso alla coscienza, è immediato. Il bambino non può ancora farlo per se stesso, allora l’ adulto funge da “Io che contiene”.

Ti contengo fisicamente affinchè tu non ti faccia del male e non faccia del male alla mamma, al papà al fratellino o alla casa. Quando sarai più calmo potremo chiarirci e ti lascerò andare.

Ovviamente i dialoghi devono essere modulati in base al bambino in modo che siano per lui comprensibili. Poche parole, semplici e che spiegano cosa stiamo facendo e perchè.

Dopo che il bambino si sarà sfogato con pianti e tentativi di fuga, quando quindi quell’ energia potente è stata liberata, sarà possibile il dialogo. Durante la crisi è totalmente inefficace e per di più frustrante per entrambi.

Quindi : impedire la fuga, rifiutare l’ aggressione e iniziare il dialogo.

I due non si staccano finchè il conflitto non è chiuso. Questo favorisce un “attaccamento sicuro”. La capacità di vivere e gestire il conflitto senza correre il rischio di essere rifiutato o abbandonato.

E’ importante che nel momento del dialogo il bambino vi guardi negli occhi, quindi si può prendergli il viso per favorire lo sguardo. Allo stesso tempo non è obbligato a guardarvi (è comunque un modo per fuggire) allora lo si può rassicurare

” Tu non sei obbligato a guardarmi ma io ti vedo, devi solo ascoltare come io stò con te”

Da questo momento potrete dire come vi sentite quando lui/ lei hanno atteggiamenti aggressivi e potrete cercare di indovinare quale è il bisogno di base che li muove (chiederglielo direttamente può essere utile come no, dipende dall’ età e dal livello di presenza interiore, a volte nemmeno gli adulti lo sanno cosa sentono veramente quindi non è assolutamente detto che il bambino abbia alla coscienza il perchè si comporti così ). Potete fare domande rispetto agli accaduti, oppure “riesci a dire la stessa cosa con le parole?” e condurvi al bisogno nascosto (una caccia al tesoro davvero molto importante per costruire relazioni sane).

Giudizi svalutativi da parte dell’ adulto, o promesse estorte come “prometti che non lo farai più” e “chiedi scusa” sono del tutto inutili e anzi dannose. Il bambino non si sente accolto, nè protetto in un momento in cui egli stesso non è in grado di farlo, e il suo bisogno rimane inespresso. Alla prima occasione utile l’ evento aggressivo si ripeterà.

Ricordiamoci, inoltre, che esiste un “ordine” che è fondamentale affinchè ogni bambino abbia la possibilità di costruirsi un identità personale e di relazione sana. Ci sono dei grandi e ci sono dei piccoli, i grandi devono fare i grandi ed i piccoli devo fare i piccoli.

I grandi hanno la responsabilità dei piccoli e non il contrario, i grandi orientano i piccoli su come stare meglio e non il contrario ; i bambini possono arrabbiarsi per questo e dirlo ma l’ “ordine” rimane. Questo non vuol dire comandare i piccoli ma piuttosto che è compito del grande riuscire a cogliere i bisogni inespressi, in questo caso specifico e reindirizzare l’ aggressività senza bisogno di instillare sensi di colpa, premi o punizioni.

Parleremo meglio di questo argomento nell’ articolo “La generazione dei piccoli tiranni”.

Maria Rosa Iacco

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