Crescere Genitori

Quando si diventa genitori la propria vita cambia completamente, subisce uno stravolgimento emotivo, fisico, psichico, in termini di tempo, di priorità, di sentire, di essere. Un essere vivente dipende da noi, ci sentiamo investiti di responsabilità e non sempre ci sentiamo adeguati. Si leggono libri, si frequentano corsi pre-parto, si accettano consigli da parenti e amici che “ci sono già passati”, per tentare di rimanere in piedi, di sentirsi in grado, di farsi amare dal proprio cucciolo. Ci sono guru o presunti tali che vendono formule magiche, libretti di istruzioni, come se tutti i bambini e i genitori fossero uguali, come se noi non potessimo compiere scelte adeguate seguendo il nostro istinto. Non sono mai stata fan di chi promette miracolose soluzioni uguali per tutti, credo che ogni genitore nasca tantissime volte dal momento in cui viene al mondo un figlio. Nulla è statico. Come nostro figlio o nostra figlia crescono, così anche noi esploriamo il nostro nuovo ruolo, lo abitiamo, ce ne innamoriamo, a volte vorremmo uscirne fuori, altre volte ci usciamo davvero per poi rientrare dalla porta sul retro con una prospettiva tutta nuova, che ci porta a ri-nascere ancora. Per questo non solo credo, ma sono certa, che non esistano corsi, percorsi, modelli, metodi o quant’altro che offrano un’unica via risolutiva per tutti, che funzionino davvero e sapete perchè? Semplicemente perchè non possono prevedere ciò che ancora non è stato vissuto, perchè ogni essere umano è un mondo in evoluzione e deve affidarsi al proprio sentire, alle percezioni, all’amore genitoriale che lo guida sempre, se viene ascoltato.

Esistono corsi formativi esperienziali davvero belli e ricchi di contenuti, dove il conduttore porta nuovi punti di vista, diverse porte di servizio che non avevamo ancora scoperto. Corsi di gruppo, in cui si entra in contatto con altri genitori che vivono i nostri stessi stati d’animo, le difficoltà, le paure, i successi e nascono splendidi confronti. Si studiano possibilità, si verificano ipotesi lavorando sul “campo”, si sperimentano nuove visioni. Ma non ci sono soluzioni immediate, senza fatica, calate dal genio della lampada che tutto risolve al posto mio. Fare il genitore implica lo sporcarsi le mani, l’impastare la propria vita, i vissuti, l’infanzia, i traumi subiti e rivedere tutto quanto per comprendere dinamiche disfunzionali che vengono attuate con i nostri figli e che ci allontanano da loro. E’ fondamentale operare su se stessi, guardare in faccia i propri fantasmi, ammettere le proprie difficoltà. Non si può pretendere di lasciare in mano ad uno sconosciuto il rapporto più importante della nostra vita, credendo che possa risolverlo per noi.

Commetteremmo un terribile errore. L’amore implica impegno, costanza, cura. Avere cura. Le cure riservate ad un neonato però non possono essere le stesse di un bambino di 4 anni o di un adolescente di 14. Ci saranno cure diverse per ogni momento della sua crescita, ma non dimenticarti, che stai crescendo anche tu. Imparerai a conoscere tuo figlio un passo alla volta. Comprenderai ciò che ama e ciò che detesta, ciò che lo fa sentire triste o felice; il suo sguardo ti comunicherà il suo stato d’animo senza necessità di parole, il suo corpo ti mostrerà i segnali di malessere che saprai decifrare a menadito. Saprai dove ha una voglia, qual è il suo sorriso imbarazzato e cosa fa quando è stanco. Non smettere di osservarlo, perchè anche alcune di queste cose cambieranno. Inizierà a camuffare la tristezza con un sorriso, giocherà ad indossare maschere inconsce e tu potresti non accorgerti di tutto ciò. Lo hai fatto anche tu con i tuoi genitori, sono tappe fondamentali per la creazione della propria identità ed il distacco dalle aspettative. Non smettere di amarlo e non credere che ti ami di meno. Cresci con lui. Adatta le tue parole, calibra la tua corda tesa, stai in silenzio, ma porgi un orecchio. Ricordati di te bambino/a e poi ragazzo/a, le tue inquietudini, il tuo caos. Condividilo magari, assaporalo e prova a ricordare come hai messo ordine. Ti servirà ora, per sentirti un genitore adeguato, per rimettere ordine nel caos di insicurezza in cui magari piombi ogni tanto. Abbi fiducia in tuo figlio/a e in te.

E dunque, quali sono le soluzioni per “crescere genitori”?

Porsi domande, darsi risposte, formulare ipotesi, verificarle, confrontarsi, ritornare indietro, mettersi in discussione, cambiare le risposte e sentire la nascita di nuove domande. Tutto questo, fino alla fine dei vostri giorni.

EDUCARE: UNA MISSIONE POSSIBILE SE PARTI DA TE

Educare significa tirare fuori. La missione dunque di un educatore e di una educatrice è quella di portare alla luce la vera essenza di ogni essere umano che incrocia il suo cammino per un certo periodo di tempo.
Oltre alla missione primordiale però, si ha un COMPITO che abbraccia e accompagna lo scopo: essere un esempio. L’ambiente in cui si vive sia esso fisico che psichico influenza fortissimamente la formazione e lo sviluppo dell’individuo. Per questo non basta prestare attenzione alla forma con cui presento l’ambiente al bambino, ma è l’essenza che ne fa la differenza. Un’insegnante o un educatore che ha come obiettivo primario “insegnare” dei contenuti, perderà la parte empatica di sé e trasmetterà ansia, rabbia, paura.

È necessario dunque porre sempre un accento sul proprio sentire, porsi domande (che cosa sto trasmettendo? Qual è il mio obiettivo? Lo sto mostrando nel modo più comprensibile? ) , respirare a fondo e guardare sempre il bambino come un essere in formazione, come un individuo unico e dal valore inestimabile.

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Posso essere un ottimo insegnante, ma un pessimo educatore. È indispensabile però che non sia così. Al giorno d’oggi i bambini si trovano immersi in realtà scolastiche che deviano  il corso del loro sviluppo. Parti di essi vengono tagliate, estirpate, condannate così fortemente e così lungamente che possono solo morire.  Per educare gli altri bisogna prima educare se stessi. Amarsi, accettarsi, elevarsi. Fare i conti con i propri fantasmi, le proprie paure da affrontare, le proprie emozioni da gestire . Se dico ai bambini come gestire la rabbia loro ascolteranno e proveranno a mettere in pratica, ma se quando mi arrabbio lancio grosse parole, minaccio e vado via, loro saranno portati ad esprimerla in questo modo. L’esempio è la formula di insegnamento più immediata, più forte, quella che verrà ricordata.
Si ha dunque un obbligo morale nella formazione non solo curricolare di sé, ma soprattutto spirituale.
La gestione di emozioni forti può essere difficoltosa, soprattutto dinnanzi ad un “pubblico” sensibile alle grandi manifestazioni.
Spesso gli adulti urlano frasi minacciose ai bambini tipo: ” Guarda che se continui così non farai l’intervallo” o “Lo dico a mamma e papà” o “Ti faccio bocciare/espellere” .Sono tutte dimostrazioni della presa di posizione volta a far comprendere al bambino o alla bambina , ragazzo/a , che siamo noi i più forti, che noi possiamo disporre di loro. Ma è questo il messaggio che vogliamo passare? È questo il nostro obiettivo? O dietro c’è una difficoltà di gestione del nostro sentire?

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Come posso agire affinché io riesca ad esprimere chiaramente il mio obiettivo?
Minare l’autostima e la capacità di discernere autonomamente del bambino, non ci porterà grandi risultati, anzi, rischieremo di deviare lo sviluppo del bambino e di creare in lui dei grandissimi dubbi sulle sue reali capacità. Avremo così un individuo insicuro e incapace di pensare autonomamente, quindi ancora più problematico da gestire. Si rafforzerà invece chi abbiamo tentato invano di “piegare”, perché acquisirà la sicurezza del fatto che le nostre minacce o sono inconcludenti, o era proprio lì che voleva portarci. Si evince dunque quanto l’esempio possa aiutare o distruggere un essere umano e quanto peso abbia il nostro mestiere sia sulla nostra coscienza che sulla comunità intera.
Non si può pensare di infilare contenuti nelle teste se non si passa dal cuore. Il nostro e il loro. Bisogna trovare un contatto e poi non fare, ma ESSERE ciò che può aiutarli a trovare la loro essenza.

Il primo passo è dunque –PORSI DOMANDE: Cosa vorrei ottenere? Quale messaggio vorrei trasmettere? Come sto portando avanti il mio obiettivo? Il bambino/ragazzo ha un ruolo attivo nella soluzione del problema?

-FORMULARE DELLE POSSIBILI ALTERNATIVE: Posso agire in modo diverso? Quali altre soluzioni possono esserci?

PASSARE ATTRAVERSO LA CONCRETEZZA: Generalmente i processi più incisivi sono quelli che passano attraverso il corpo. Studiare dei laboratori, degli approcci pratici, in cui sia coinvolto il corpo e le sensazioni che ci trasmette, riflettere sul processo svolto e verificare l’effetto, sono modalità efficaci di intervento per vivere le esperienze e non solo sentirne parlare.

CAMBIARE IL PROPRIO PUNTO DI VISTA: Ci sono sempre almeno due modi di vedere la stessa situazione. E’ necessario indossare occhiali nuovi, cambiare posto, per poter osservare da un altro punto di vista e comprendere così la visione di nuove possibilità.

METTERSI IN GIOCO: Invito gli educatori, le educatrici e gli insegnanti tutti a riflettere nuovamente sul tema della formazione spirituale, intesa come capacità di comprensione di sé e la gestione delle proprie emozioni , la consapevolezza dei propri talenti e delle difficoltà, affinché si possa essere equilibrati nello svolgere il delicato compito che abbiamo scelto: aiutare la vita. 

La spinta emozionale che ci porta a diventare educatori, va alimentata ogni giorno nella consapevolezza che non si è mai arrivati. La formazione DEVE essere continua, da un punto di vista curricolare, ma anche emozionale. Abbiamo tra le mani esseri in formazione, il futuro dell’umanità e dobbiamo averne cura. Quando mi sento stanca, affaticata da problemi di varia natura, da situazioni delicate sul lavoro o nella vita privata, temo di voltare lo sguardo e non vedere davvero il bambino, di perdermi per un attimo. Allora richiamo l’attenzione dei bambini e dico loro che ho bisogno di un abbraccio di gruppo (per chi se la sente). Tutte quelle piccole braccia che mi stringono, quegli occhietti vispi che mi guardano felici, quei cuori che battono all’unisono, mi permettono di riconnettermi con la parte più profonda di me e di rientrare nel loro fascio d’amore e gioia di cui ogni giorno possiamo nutrirci. Mi ricordano la bellezza dell’animo bambino, la schiettezza, la semplicità. Ritorno al punto di partenza, rigenerata e pronta per osservare tutta la loro meravigliosa essenza.

Manuela Griso

Le Donne sono Inferiori, gli Uomini non possono piangere: l’Identità Rubata.

Le differenze di genere fanno parte, culturalmente, di ognuno di noi, ma non solo… biologicamente siamo sicuramente diversi, ma come diverso è qualunque altro individuo rispetto a noi. Sono state instaurate però convenzioni sociali che limitano l’individualità, ci inscatolano in recinti prestabiliti da altri e se si tenta di uscire, si viene tacciati di essere “strani”. Tutto ciò che non è riconosciuto nei parametri stabiliti da chissà chi nel corso della storia viene bandito, additato come “non normale”. Un libro che ho apprezzato moltissimo sull’argomento è “Viola e il Blu” di Matteo Bussola e vi invito a leggerlo con i vostri bambini e nelle scuole, perché dà spazio a domande e riflessioni profonde su ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Viola è una bambina a cui piace il Blu, ma già alla sua giovane età, si accorge di come questo sia un problema, o meglio, la punta di un iceberg di “problemi” sull’identità di genere in cui ci vogliono inscatolare. Siccome sei femmina ti deve piacere il rosa, non puoi fare determinati sport, mentre se sei maschio non puoi piangere, non puoi lavorare meno di tua moglie e stare di più con i tuoi figli e figlie , e via via con “piccole” e grandi questioni, a cui il suo papà tenta di dare una risposta o di porre l’attenzione su come queste privazioni e predefinizioni di ciò che dovremmo essere ci fanno sentire. Un libro dalle parole semplici, ma profondissime, un testo da portare nelle case e nelle scuole, affinché si possa sdoganare la vera libertà di essere, indipendentemente dal genere a cui si appartiene.

Riprendendo il concetto iniziale, è certamente vero che a livello biologico siamo diversi e tutti i maschi hanno determinate caratteristiche fisiche e tutte le femmine ne hanno altre. Ci sono studi che riportano come anche i due cervelli siano formati in modo differente. Ma se prendiamo due donne o due uomini o due bambini o due bambine, troveremo comunque delle diversità, pur appartenendo allo stesso genere. Dove sta dunque la difficoltà nel comprendere, consapevolizzare e di conseguenza attuare e passare messaggi di libertà di individualità indipendentemente dal genere di appartenenza? La questione parrebbe semplice, gli studi ci sono, gli psicologi mostrano i loro pareri contrari a queste forme di restrizioni e recriminazioni, ma ancora una grossa fetta di popolazione continua a muoversi in questa direzione convinta che sia quella giusta. Ma osserviamoli i bambini e le bambine.Non facciamoci trascinare da bende invisibili che ci coprono gli occhi e trattengono le emozioni. Mostriamo loro che un uomo può piangere e che in questo modo evidenzia la sua umanità, non la fragilità, che se sta con i suoi figli e figlie non fa il “mammo” e non “aiuta la mamma” perchè quelli sono anche figlie e figli suoi e c’è un termine ben preciso che lo definisce: Papà.

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Ci sono memorie cellulari antichissime che il cervello rettiliano conserva e che supportano le azioni per la sopravvivenza, ma il cervello si è evoluto e ci sono altre parti che lo completano e lo rendono in grado di discernere ciò che sente e portarlo alla luce. Non saremo mai veramente liberi finchè non ci affrancheremo da queste convenzioni sociali che ingabbiano l’individuo e lo incasellano secondo un regime preciso. Le donne sono spesso viste come incapaci o elementi meno produttivi rispetto agli uomini. Le menti ottuse e barbariche continuano a perpetuare questo pensiero anche nei bambini. Ma se li osservate i bambini e le bambine , non ragionano per categorie. Un loro compagno si fa male o ha un momento di scoramento, loro non guardano se è maschio o femmina, si avvicinano, chiedono cosa è successo, si preoccupano sinceramente della persona che è in difficoltà in quel momento. L’Umanità. Tutta. Quella intera. Questo è l’insieme. Esiste un termine che ci comprende tutti ed è questo,UMANITA’, senza distinzioni di sesso, età, razza. Tanti sono i dogmi da abbattere e combattere, tante le limitazioni subite da entrambi i generi senza un reale motivo. Una presa di posizione surreale, ma talmente radicata da continuare a mietere vittime. Quante persone vivono il dramma del sentirsi sbagliate, che non vengono accettate per ciò che desiderano essere e questo “solo” perché non rientrano nelle categorie prestabilite. Genitori che rifiutano i figli e le figlie perché difformi da ciò che la società gli ha fatto credere essere la normalità. Figli e figlie affamati di accettazione, bramosi d’affetto, che ricevono abbandono e insulti per aver tentato di essere se stessi. Si pensa che i genitori amino sempre i propri figli, un’altra regola non scritta della società, considerata come “normalità”.

Che cos’è la normalità? Da cosa è data?

“E’ definita normale una condizione che si ripete in modo regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica di un individuo, sia a manifestazioni del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali ecc) più generali.” Treccani.

Dunque se tutti uscissimo per strada nudi per più giorni questa sarebbe considerata normalità e il non poterlo fare è dato solo dal fatto che nessuno lo ha mai sperimentato prima, per più giorni e in più persone. Ma pensate a cosa sarebbe il mondo oggi se nessuno fosse mai uscito dal recinto della “normalità”… Ci saremmo evoluti? Saremmo andati sulla Luna? Ci sarebbero state ribellioni e rivoluzioni, nuove invenzioni? Pensiamo alle donne che non potevano nemmeno pensare di laurearsi, o agli uomini che non potevano decidere di dedicarsi ai propri figli. Suonano come note stonate di un pianoforte non accordato, ma non parliamo poi di molto tempo fa e in certe parti del mondo ancora le cose stanno così, per citare forse piccole ingiustizie se si pensa ad altre atrocità inferte soltanto per il genere a cui si appartiene.

L’essere umano è Uno. Ci sono poi distinzioni di genere, razza, età, colori, ma è SEMPRE definito ESSERE UMANO.

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Riflettendo sugli spunti del libro con le mie bambine, ci si domandava proprio perchè, in lingua italiana, il plurale di un gruppo misto sia sempre definito al maschile. Un’altra convenzione stabilita da chissà quali intenzioni e finita per essere la “normalità”. Ma è davvero così “normale”? E soprattutto, è equo?

Ciò che spero sempre di passare ai bambini è l’idea che esistono pensieri propri che vanno tutelati. Osservare la realtà con pensiero critico e divergente permette di sviluppare innovazione. Non è detto che siccome “si è sempre fatto così” sia la cosa “giusta”. Se in un gruppo di 20 persone parla solo e sempre uno, le decisioni sono in mano a lui ecc, il gruppo non avanzerà più di tanto, perchè le idee rimarranno le stesse e non permettono di evolvere. La forza di un gruppo è invece la moltitudine di pensieri ed esperienze che ogni componente può portare per aiutare e sostenere la crescita del gruppo stesso.

Siamo ciò che siamo, donne o uomini, ma abbiamo il grande immenso compito di riconoscerci in un unico genere, l’Umanità, e trasmetterlo ai nostri bambini. RIBELLIONE significa Ritornare al Bello. Concediamo ai nostri bambini la speranza di un mondo migliore. Siate fautori di questa grande RI-BELLIONE!

Manuela Griso

Il Troppo Stroppia?

Donare è una delle massime espressioni d’amore. Significa “dare con assoluta spontaneità, liberalità, disinteresse” , si utilizza anche per significare “far trapiantare un proprio organo ad un’altra persona”. C’è qualcosa di più prezioso e solenne?
E’ Natale e il dono rappresenta il gesto d’affetto che consacra l’unione in questo determinato giorno. Molti considerano il Natale come Nascita, alla quale si porta in dono qualcosa per dare il benvenuto alla nuova vita. Con il tempo il dono a Natale è diventato più consumistico che di valore effettivo/affettivo. Tant’è che si offre un dono spesso senza intenzione, senza trasporto, senza averlo scelto con cura, ma per il solo senso del dovere.

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La riflessione che voglio porre in alto però è questa: il troppo, stroppia? Dare giusto valore alle cose, apprezzare ciò che si ha, trattare con cura, gioire delle cose più semplici si confanno al riempimento di un baule già traboccante? Offrendo 10 regali, quanti se ne apprezzano sul serio? Quanti verranno abbandonati o dimenticati nell’arco di qualche giorno? Quanti verranno trattati con la giusta cura? Siamo nell’epoca smart, dove tutto è a portata di click e dove il low cost ha portato il vantaggio di essere accessibile ai più, ma lo svantaggio del non essere più merce rara e dunque preziosa. I genitori, spesso super impegnati con il lavoro, possono comprare ai figli quasi tutto. L’asticella del desiderio-soddisfazione dello stesso= felicità viene alzata sempre di più e nei primi 10-12 anni(ad essere ottimisti)del bambino, il genitore raggiunge il suo livello massimo, ma a quel punto il figlio lo avrà alzato ulteriormente e inizia il calvario di entrambi. Il genitore si lamenterà di avere un figlio che non è mai contento e il figlio penserà di aver perso l’amore del genitore perchè non soddisfa più i suoi desideri.
E la cosa triste è che entrambi avranno in un qualche modo ragione. Il figlio sarà davvero eternamente insoddisfatto, vorrà sempre di più, non apprezzerà ciò che possiede e si ritroverà ad essere infelice. Il genitore avendo misurato l’amore verso il figlio attraverso doni materiali, penserà di non essere in grado di amare. Quante volte capita ai genitori di sentirsi in colpa verso i figli? Di sentirsi responsabili della loro infelicità? Quante volte si pensa che senza quel determinato paio di scarpe ne faremo un reietto confinato in un ghetto? 

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In questa società che punta a monetizzare qualsiasi cosa, anche i sentimenti, dobbiamo resistere alla tentazione dell’equazione proposta dalle pubblicità “compralo e sarai felice”, perchè si tratta di mera illusione, di falsità. La felicità a cui aspirano i venditori è effimera, superficiale, volatile. E’ invece un sentire molto più alto e profondo quello a cui punta lo spirito umano, non può essere acquistato.
Domandiamoci dunque quando stiamo donando davvero e quando invece tentiamo di riempire un vuoto.Con  oggetti, ma anche emozioni.

Chiediamoci quando è TROPPO. Esso, come il suo contrario, è ALTAMENTE PERICOLOSO. Ci spinge nell’esatta posizione opposta a ciò che vorremmo ottenere. Puntiamo alla felicità, ma donando troppo cadremo nell’insoddisfazione.

Parlo di cose materiali, ma anche d’altro, per esempio le troppe attenzioni (si spinge l’altro a credere di essere l’unico per noi, ad essere dipendente da noi) o il troppo tempo (non si lascia spazio alla noia, al tempo per se stessi, prezioso per comprendersi e conoscersi). Quando si ha troppo, si tende a darlo per scontato, l’interesse cala e si chiede di più. Ma come si suol dire “non c’è mai limite al peggio”, non c’è limite nemmeno al meglio (nell’immaginario umano). Per questo, soprattutto i genitori, devono porsi dubbi e domande sul donare troppo. La nostra personale definizione di FELICITA’ e di BISOGNO sono la base da cui partire. Che cos’è un Bisogno? Che cos’è, per me, la felicità? Conosco i miei bisogni? Porre l’attenzione sugli attimi di felicità che viviamo, goderne appieno e comprendere da cosa nascono. Porre la stessa rigorosa attenzione sui nostri bisogni, comprendere da dove nascono, prendercene cura. Quando abbiamo riflettuto su questo, possiamo tentare di farlo per e con i nostri figli (se l’età ce lo consente), altrimenti sarebbe bene rimembrare il nostro io bambino e sentire i suoi bisogni e il suo concetto di felicità. Vi stupirete dell’effetto! I bambini desiderano molto meno di ciò che pensiamo. Sono davvero felici con quel poco che in realtà racchiude il tutto.

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Stiamo costruendo un mondo di insoddisfatti per il semplice fatto che ci hanno insegnato a misurare il nostro amore in oggetti, tempo, avventure strabilianti volte a far rimanere stupefatto il destinatario. Siamo davvero felici solo per eventi eccezionali? Siamo così tanto infelici della nostra quotidianità? E’ più importante dunque cercare qualcosa di stupefacente nella quotidianità o creare artificialmente dei motivi per essere felici? Vi è mai capitato di chiedere ad un bambino quando si è sentito davvero felice? Sono storie di “ordinaria banalità” APPARENTEMENTE. La straordinarietà sta proprio lì. Facciamoci contagiare.



” Tutto sua madre”. Lo stampo relazionale e la creazione di una nuova realtà individuale.

La prima relazione che viviamo è quella tra noi e nostra madre.
Nove mesi di scambio vitale e viscerale in cui acquisiamo informazioni genetiche e relazionali.
A volte sono dolori, sofferenze , sono i nodi genealogici, ma anche talenti, predisposizioni, ci viene ‘impresso’ un sistema che condizionerá il resto della nostra vita.
Uno ‘stampo’ relazionale che arriva dalla risposta della madre verso i bisogni del bambino (fame, sete, affetto, senso di protezione e senso del confine) , dalle influenze genetiche che diventano tendenze di indole e naturalmente dall’ imitazione.
Insomma nasciamo con un pacchetto base che prendiamo ma non è veramente nostro, e da questo sviluppiamo le relazioni a seguire, soprattutto quelle di coppia, dove il livello di intimità si approfondisce, le difese calano e le eventuali ferite vengono solleticate.

Dalla conoscenza di questa base possiamo costruire, ricostruire o trasformare , qualcuno dice ‘guarire il sistema’ (genealogico) che , con ogni nuova nascita, cerca di portare Armonia nell’ intera catena familiare.

La relazione con la mamma è lo “stampo base” di tutte le nostre relazioni, anche quella con noi stessi.
La base è sempre l’ Amore, nelle molte variabili in cui viene espresso, chi ti dono la vita compie un atto d’ amore e a volte è tutto quello che può fare, in alcuni casi non può andare oltre.
Alla base chi ti nutre per 9 mesi di sé stessa e ti dona quello che può , niente più di quello che ha , di quello che è, e rischiando la vita (tutt’ oggi il parto espone la donna al rischio della morte e a livello emotivo ad una morte simbolica di un ‘prima’), ti espone alla luce ….Ti Ama immensamente.

Il primo anno, (si ipotizza anzi fino ai 2 anni del bambino) la madre e il figlio hanno un rapporto unico, il figlio ha bisogno unicamente della madre per conoscere il mondo esterno e sè stesso, la figura del padre non è però affatto subordinata. Il sostegno alla Donna e la protezione in una fase così fragile della sua vita in cui si è dovuta moltiplicare e dividere e rinascere come madre arriva principalmente dall’ amore del suo partner, i baci, le carezze, le attenzioni che la madre riceve contribuiscono al benessere di tutti, soprattutto del piccolo; il padre quindi non costruisce ancora una relazione diretta ma la crea in modo indiretto prendendosi cura della madre.

Finita la fase simbiotica (che può durare appunto da qualche mese fino ai due anni) la madre accompagna (dovrebbe accompagnare) il figlio verso il padre e ne agevola la relazione.

Questo passaggio alcune donne lo dimenticano, per paura di perdere il figlio e l’ esclusività della relazione, il padre spesso si sente escluso e già un iniziale difficoltà può trasformarsi in un abisso. Tanto il sostegno del partner durante la fase simbiotica madre-bambino è di grande importanza per una sana vita familiare, quanto lo è l’ accompagnamento verso il padre , verso la relazione con il mondo; il papà porterà il bambino a conoscere il mondo fuori, fuori dal grembo materno (es. lavoro, denaro). Il modo in cui questo movimento avviene anche contribuisce a delineare il nostro ‘stampo base’ di relazione.

Con la pubertà e successivamente l’ adolescenza si ha bisogno di costruire un identità disgiunta dal ‘pacchetto base’ , che poi fa ritorno a ‘casa’ con l’ età adulta e, se non c’è una rielaborazione personale, una crescita individuale, replicando in modo pressocchè identico ciò che è stato ricevuto dai genitori.

Ci si stacca per poi tornare ad essere figli, bisogna stare attenti però verso chi. Un partner non può colmare i vuoti dell’infanzia o ‘aggiustare’ ciò che si era rotto, ma l’ amore di un partner può donare il coraggio necessario per potercela fare.

I figli non appartengono ai genitori ma al destino che si compie attraverso di loro per restituire speranza, la speranza dell’ interruzione, dello scioglimento, dell’ apertura , di un rinnovato fiume d’ amore che ricomincia a fluire.
I figli appartengono all’ “albero” che li ha generati e alla terra che ne fa frutto dolce (o eventualmente amaro).

Per essere grandi bisogna tornare piccoli.
Ma piccoli per i grandi giusti, i “nostri” grandi.

Il compito dei figli non è restituire ai genitori o guarirli o redimerli e nemmeno pretendere da loro le scuse per i loro errori ; il figlio restituisce alla Vita e quando restituisce alla vita diventa Madre o Padre, che sia attraverso un altro figlio o creando qualcosa, qualunque cosa che prima non c’era e che ora può contribuire al bene comune.
Donna è colei che in cuore conosce il suo essere Figlia , Amante e Madre.
Uomo è colui che in cuore conosce il suo essere Figlio, Amante e Padre.

Questo processo non una volta sola ma…ogni singolo giorno della vita.

Maria Rosa Iacco

Il ‘giusto posto’ in famiglia, il ‘giusto posto’ nel mondo.

La famiglia è un sistema dinamico, governato da precise regole che si perpetuano nel tempo. Per quante variazioni sociali abbia subìto nel corso del tempo il ‘sistema famiglia’, queste regole continuano a seguire un ordine ben preciso, necessario al mantenimento dell’ equilibrio o, come dirette B. Hellinger ,al fluire dell’ Amore.

Ogni disarmonia all’ interno di un sistema genera dei movimenti di ricerca di quell’ equilibrio perduto. Generalmente i figli sono i “componenti del gioco destinati all’ equilibrio” ( B. Ulsamer ) ; in altre parole i figli manifestano, sono la “spia” accesa di ciò che, nel sistema, richiede attenzione e manutenzione.

Più un genitore risolve, osserva, consapevolizza meglio se stesso, i propri traumi, le difficoltà relazionali e generazionali, meno carico viene lasciato da smaltire al figlio. Più l’ adulto si conosce, si occupa di sè a livello profondo e più il bambino diventa libero di adempiere il proprio unico destino e non quello del padre, della madre, dei nonni, del bisnonno o degli avi passati.

Un bambino può ,più facilmente e gioiosamente, camminare verso la realizzazione di sè stesso quando è al giusto posto, quando cioè non deve sopperire a spazi vuoti, sospesi, non-detti, lutti o distacchi di chi (e in chi) c’è stato prima.

Per esprimere e sprigionare i suoi talenti , quindi, il bambino ha bisogno di un ambiente sereno, sicuro, accogliente, di una guida ed anche di essere al suo ‘giusto posto’ all’ interno del sistema famiglia d’ origine. Genitori e figli non sono sullo stesso livello, ed è importantissimo che non lo siano. I genitori vengono prima, sono ‘sopra’ i figli. I figli seguono, sono ‘sotto’. Sopra e sotto non sono da intedere come valore della persona ma come ordine che permette il fluire. E’ il genitore che dà la direzione e non il contrario, il movimento contrario genera una serie di interruzioni che possono manifestarsi in diversi modi nell’ espressione del proprio posto nel mondo, nel ruolo sociale e relazionale che occuperà da adulto e nella relazione con sè stessi.

Facciamo degli esempi di “regole sistemiche” :

nella famiglia ci sono dei grandi e ci sono dei piccoli.

I grandi danno ed i piccoli ricevono ; la restituzione al grande avviene con l’ adempimento del destino del piccolo, questo e la gratitudine per aver ricevuto la vita, null’ altro è “dovuto” dal figlio al genitore.

I grandi danno la vita, danno ascolto, offrono una guida, rispondono ai bisogni dei piccoli, materiali, emotivi ed animici. Danno anche gran parte del loro bagaglio di convinzioni e condizionamenti, credenze, opinioni e giudizi, per questo bisogna stare molto attenti a cosa si trasmette con parole , opere e pensieri. Essere un adulto, un genitore o un educatore, essere un ‘grande’ significa essere responsabile di ciò che si dà.

I piccoli ricevono dai grandi, la vita, ricevono protezione, ricevono regolamentazioni, limiti e confini necessari ,non solo alla loro sicurezza fisica ma anche alla formazione della personalità e l’ indirizzamento di energie e talenti.

Un altro esempio è questo :

un figlio non sostituisce nessuno, non può prendere il posto di un altro figlio, nè del partner, nè di un genitore, nè di un avo, nè di nessun altro se non a caro, carissimo prezzo, per tutti.

Prezzo che i piccoli sono disposti a pagare se necessario. I figli si sacrificano per i genitori in modi e con mezzi inimmaginabili, assumendo inconsciamente fin da piccolissimi sentimenti e ‘posizioni’ scomode pur di restare vicini al clan, alla tribù, fedeli alla famiglia.

L’ influenza che il sistema familiare ha sui figli non si limita dunque al quotidiano ma anche al bagaglio pregresso dell’ intero albero genealogico che ne segna le tendenze, le doti e le difficoltà.

Parte integrante (direi essenziale) , dunque, del sostegno e dell’ educazione di un bambino o un giovane adulto è il lavoro su sè stessi di chi gli è più vicino.

“Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi. ” (C. G. Jung )

Il bambino è un Maestro di vita in un senso molto pratico, osservare il suo sviluppo giorno dopo giorno può renderci sempre più consapevoli anche di noi stessi e delle dinamiche che ci portiamo dietro da tempo, da generazioni ; la maggior parte delle volte ,quando si tratta di qualcuno che amiamo siamo più disposti a metterci in discussione, a cambiare, ritrovare anche noi adulti il ‘giusto posto’ .

Prima ancora che genitori, educatori, mariti, mogli , prima ancora del nostro ruolo sociale , siamo stati figli. Se sappiamo cogliere i segnali del bambino ,che in modo innocente e puro esprime, possiamo educarci, educandolo, crescere insieme e risolvere fratture di sistema precedenti al suo arrivo. Ripristinare il fluire dell’ Amore che, attraverso l’ ultimo nato ci ri.cor.da l’ importanza della Vita.

Non abbandonarmi! I bambini nella libertà di scelta

Si confonde spesso la “libertà di scelta” del bambino con la mancata guida. Far credere ad un bambino di avere tutte le risposte non è libertà. E’ una condanna alla solitudine, l’inizio di un abbandono,lungo, lento,costante e irrimediabile. Daremo a quel bambino la chiara sensazione di doversela cavare sempre, in ogni situazione, senza mai chiedere aiuto, con la sola consapevolezza di non essere abbastanza se non dovesse sapere cosa fare in un determinato momento. Non possiamo infliggere al bambino la solitudine dei suoi soli pensieri, fargli credere che la sua sia l’unica opinione valida, non permettergli di contemplare altri punti di vista.

Libertà non significa fare in autonomia qualsiasi tipo di scelta. Quello si chiama abbandono.


Il confine può essere labile alle volte. E’ bene tenere un faro puntato su quel filo sottile che li divide.
Quando un bambino nasce,racchiude in sè tutte le sue risposte. Sono però le sue.Possono non coincidere con quelle degli altri “giuste o sbagliate”che siano. Possono non essere affini con il mondo in cui si trova a vivere. Mostrargli le regole sociali, i limiti delle sue osservazioni (anche con l’aiuto dell’autocorrezione) vuol dire permettergli di comprendere che si può sbagliare e che dall’errore si impara, di distinguersi dagli altri senza isolarsi, di cooperare, di evolversi.

Dare ragione ad un bambino senza mostrargli mai l’errore, falsa la sua visione della realtà, lo renderà fragilissimo di fronte al primo scontro, accrescerà una falsa autostima che si sgretolerà inesorabilmente non appena la sua visione delle cose verrà messa in contatto con fatti concreti indubbi. Misurarsi con la frustrazione è fondamentale per rimanere in contatto con quella che è la realtà dei fatti.

La riflessione che ogni genitore o adulto che si trova a contatto con bambini dovrebbe fare è questa: questo bambino entrerà a far parte di una società, per cui deve poter avere un’ autostima salda, deve conoscere le regole sociali, essere in grado di collaborare per uno scopo comune, sviluppare il pensiero critico, ma avere anche la consapevolezza di poter sbagliare.Lo sto aiutando in questo?


Un vecchio detto dice: cambiare idea è sinonimo di intelligenza.
Questa è una riflessione interessante, perchè spesso viene attribuita incoerenza quando si cambia idea, invece come noi siamo esseri in continuo mutamento,così lo è la nostra visione della realtà.
I genitori sono chiamati ad essere i custodi dell’infanzia. Questo significa essere costruttori di un ambiente adatto allo sviluppo del bambino,dove si intende inserire motivi di interesse, supporti per il suo sviluppo motorio, cognitivo ed emotivo riferiti al tempo e all’osservazione fatta su quel bambino, nel rispetto poi della sua libertà di scelta che lo connette con il suo maestro interiore e gli fa sentire ciò che è nutrimento per la sua anima e a quello lo conduce; ma anche essere guida nel caos emotivo che può presentarsi nell’animo bambino, affinchè egli non si perda, si senta protetto e compreso dove lui stesso non riesce. La lettura di uno stato d’animo, la presa decisionale in un momento critico fanno sì che il bambino si senta amato, al sicuro.

Prendere decisioni è complicato. Serve allenamento, consapevolezza di sè e del mondo, coraggio, autostima. Un bambino investito della responsabilità di ogni scelta che concerne la sua vita, fin dalla primissima infanzia, sarà un bambino insicuro, fragile, con bassa autostima e pesanti pensieri sull’amore che gli altri provano verso di lui. L’assoluto bisogno di sentirsi amati e protetti è un caposaldo per la liberazione di un’anima bambina senza la quale non potrà volare.

I genitori in buona fede spesso lasciano che il bambino scelga ogni cosa: da come vestirsi a cosa mangiare, da quando andare a scuola a dove andare in vacanza. Ci sono decisioni però che fomentano l’insicurezza del bambino e lo intrappolano in un pensiero oscuro: che cosa vorranno che io scelga? Il bambino cercherà di interpretare i messaggi del genitore e prenderà la decisione che crede egli voglia da lui o,forse peggio, si sentirà abbandonato. Essere genitori significa prendersi delle responsabilità. Così come quando il bambino è ancora un neonato ci si assume la responsabilità di scegliere per lui, a mano a mano che il piccolo cresce sarebbe saggio continuare a prendere certe decisioni e lasciare a lui, a poco a poco, le responsabilità che PUO’ prendere. Perchè libertà è responsabilità. E va calibrata in base allo sviluppo totale del bambino: emotivo, cognitivo, motorio. Non si può pensare che solo perchè parla il bambino possa scegliere ogni cosa. Spesso la sua stessa volontà gli è ancora sconosciuta e la scelta senza opzioni selezionate è portatrice di stati d’ansia e abbassa l’autostima del bambino che si pensa incapace.


E’ necessario dunque interpretare i messaggi dei bambini. Dietro ad un “non sono stanco, non voglio dormire” ci può essere invece un “aiutami a lasciarmi andare, a rilassarmi, a sentirmi al sicuro”; dietro ad un “non te lo dico” un “non lo so dimmelo tu”. Le richieste emotive dei bambini sono spesso sconosciute e inconsce. Il compito dell’adulto è mettere ordine, provare ad interpretare, rileggere e alle volte offrire soluzioni, perchè non sempre siamo in grado di trovarle. Può essere per lo stato emotivo in cui versiamo, per lo stato di consapevolezza, per immaturità motoria e mille altre ragioni . Capita anche a noi adulti di non sapere quale decisione prendere per noi stessi e chiediamo consiglio agli altri. Faremo poi una considerazione personale insieme alla riflessione degli altri, ma il punto di vista altrui, la consapevolezza di avere qualcuno a cui domandare di una scelta importante, come ci fa sentire? Protetti. Perchè sappiamo che ci sarà sempre qualcuno pronto a scegliere per il nostro benessere se fossimo impossibilitati a farlo.

Nel metodo Montessori esiste la lezione dei tre tempi. Ella si raccomanda di non passare mai ad un tempo a cui non siamo certi che il bambino sappia rispondere. Questo sta a significare che ci sono risposte che abbiamo e risposte che devono ancora arrivare. Metterci di fronte a scelte troppo difficili, per le quali non si hanno ancora gli strumenti adatti, porta con sè solo un duro colpo alla propria autostima. Esistono dei tempi, personali e unici, da attendere.

Buona attesa e buone scelte.

La campanella silenziosa della fine della scuola

E’ finita la scuola. Quella digitale,con i visi piatti dietro allo schermo, dove non senti i profumi e gli odori dei tuoi compagni di avventura; quella dove un discorso importante viene interrotto dalla linea scadente; quella dove non puoi chiedere aiuto al compagno; dove la maestra fa l’ “interrogazione” di gruppo perchè si sente male al pensiero di interrogare un bambino senza poterlo guardare negli occhi, senza sentire sulla pelle se ha bisogno di più tempo per rispondere o di un piccolo incipit. E’ finita la scuola e i bambini non hanno potuto salutarsi, salutare le loro insegnanti, quelle persone che li hanno accompagnati per il loro ciclo di studi e di vita. E’ finita la scuola, senza la campanella che suona lungamente per annunciarne la venuta; senza i canti di fine anno,con la felicità dei bambini per l’arrivo delle vacanze;è finita senza lo spettacolo, la consegna del diploma, i pianti.


Si è vissuta la privazione: della libertà, dei diritti, del contatto umano, della cultura e del lavoro.
Si è vissuta la paura: della malattia, della ripresa della vita “normale”, del contatto con l’altro, dei burocrati fanatici, della perdita del lavoro, del futuro incerto.
Si è vissuta la frustrazione, la rabbia e l’impotenza: per non poter fare altro se non stare in casa, per non poter far parte di una soluzione “attiva”; per non poter cambiare le cose.
Si è vissuta la speranza: che tutto potesse finire presto, che la malattia non ci colpisse, che la vita potesse tornare a scorrere, che il lavoro potesse ricominciare, che i nostri figli potessero tornare a scuola.
Si è vissuta l’attesa: alle volte con gratitudine per i tempi lenti, famigliari,quelli che servono per la lievitazione; altre volte con incertezza, sofferenza e insofferenza.
Per noi adulti, promotori della fretta, della produzione, dell’affermazione, stare fermi ad aspettare senza certezze, senza tempi definiti, senza soluzioni alla mano, è stato un tempo duro, in cui tutto ha cambiato forma.
Per i nostri figli, poi,non eravamo più solo mamme e papà, eravamo maestri. E siamo caduti, nelle nostre fragilità culturali. Chi in matematica, chi in italiano, in storia o in tecnica. Siamo caduti di fianco ai nostri figli e abbiamo cercato risposte. Su internet, tramite amici, tra moglie e marito, o chiedendo direttamente alla maestra via chat. Siamo caduti, ma ci siamo rialzati. Avevamo un bastone forte a sorreggerci: i nostri figli.
Loro che hanno vissuto tutte le nostre emozioni, anche quelle non palesate a parole o in atteggiamenti chiari; che hanno sentito, nella carne, tutto ciò che abbiamo provato; che erano invasi dalle loro molteplici sensazioni,ci hanno sorretto. Si sono adattati, sono stati pazienti, si sono ridimensionati e hanno continuato a portare il sorriso per la maggior parte del tempo.
Ma cosa hanno vissuto questi bambini, queste bambine, questi ragazzi e queste ragazze?
Hanno sentito caos.

A tratti pervasi dalla felicità di stare a casa con mamma e papà, a cucinare, dipingere pareti, giocare insieme. Dirompente però la sensazione che questa non fosse la normalità e che venisse anche mal-accettata dai genitori, che portasse sconforto, paura, incertezza. L’avanzare dei giorni di lockdown ci ha portati a parlare con i nostri bambini, a confrontarci, a mostrare i due lati della medaglia. Loro stessi portavano insofferenza, litigi, il desiderio di tornare a scuola.


E come lo si spiega ai bambini che dal 4 maggio tutto, piano piano, sta tornando come lo conoscevamo prima della pandemia, tranne la scuola? Che si può andare al ristorante, che ci si può abbracciare sul campo da calcio,ma che loro non hanno diritto di farlo con gli amichetti? Come lo si spiega ai bambini che gli adulti possono lavorare in 20-30 tutti insieme, mentre loro dovranno essere suddivisi in piccoli gruppi?
Non ho risposte per queste domande, perchè sono le stesse che mi pongo dal 4 maggio senza trovare una logica sana per rispondere a tutto questo.
L’unica cosa che è finita davvero con la pandemia è la Scuola. Che questo sia però motivo di ri-evoluzione, di re-invenzione di un’intero sistema. Sistema che si adatterà alle esigenze degli alunni, non viceversa. Che si utilizzi questa FINE come una ripartenza verso nuovi orizzonti. Io ci credo in una NUOVA SCUOLA. Credo che ci siano persone, professionisti, che hanno già compiuto grandi passi negli anni addietro, verso una direzione diversa, più naturale. Che hanno improntato il loro insegnamento sulla relazione con l’alunno e non solo con nozioni sterili.

Cogliamo questa opportunità e costruiamo un nuovo modello di scuola.
Che sia ricca di contatti umani, di relazioni, di gioco, di Natura, di apprendimento curioso.


Se i bambini hanno subìto il peggio, ora hanno diritto al meglio che possiamo immaginare.
E’ finita la scuola, ma possiamo e dobbiamo ricostruirla. Per loro, per noi, per l’umanità intera.

Manuela Griso

Litigare Bene: tecniche pratiche per aiutare i bambini nella gestione del conflitto

Una delle capacità che è ritenuta fondamentale nella società attuale è l’intelligenza emotiva. Essa si sviluppa attraverso un allenamento in più direzioni:

1.Autocoscienza:Come mi sento io? Che cosa provo? Riconoscere le proprie sensazioni ed emozioni, avere un’ alfabetizzazione rispetto a ciò che si prova, permette di gettare le basi su quella che è l’educazione emozionale.

2. Autoregolazione: capacità di gestire le proprie emozioni

3.Automotivazione: capacità di perseguire un obiettivo

4. EMPATIA: capacità di metterci nei panni dell’altro

5. ABILITA’ SOCIALI intese come INTELLIGENZA SOCIALE

Tutte queste aree di competenze che fanno parte dell’intelligenza emotiva, vanno allenate e supportate, affinchè si possa imparare a “litigare bene”, come dice il pedagogista Daniele Novara.

A tal proposito, quando i bambini litigano, è bene distinguere il ruolo dell’adulto e dividere gli educatori/insegnanti dai genitori, per la diversità di relazione e reazione che questo processo innesca. Ma, rimanendo per ora soltanto nel ruolo dell’adulto, possiamo dire senza indugio che, come sempre nella pedagogia montessoriana a noi molto cara, egli dovrebbe rimanere quanto più nell’ombra, osservare e non intervenire. Questo compito molto arduo, se portato a termine, permette ai bambini di apprendere e confrontarsi con :

1.Il principio di realtà : adattare i propri desideri al contesto esterno;

2. Il decentramento emotivo e cognitivo: esisto io con le mie emozioni e le mie soluzioni, ma anche l’altro con le sue;

3. Il pensiero divergente: allenarsi a pensare soluzioni nuove e creative, che possano mediare tra i desideri miei e dell’altro.

L’intervento dell’adulto non favorirebbe questi processi, in quanto tenderebbe a far terminare il conflitto nell’immediato e a fornire soluzioni preconfezionate, spesso lontane da quelle che penserebbero i bambini.

Analizzando la situazione da genitore, sarà capitato a tutti voi, di dover gestire un litigio tra bambini e generalmente si sfocia in tre reazioni di base:

  • Parteggiare per l’uno o per l’altro (rivestendo il ruolo di salvatore per colui che è la vittima in quel momento)
  • Sgridare o punire (eccoci nel ruolo del carnefice a discapito di colui che lo ha rivestito finora)
  • Urlare

Questo ci porta sicuramente a risolvere il conflitto in poco tempo, ristabilendo l’egemonia del potere adulto, ma cosa si portano a casa i bambini?

-Paura

-Senso di inadeguatezza

-Rabbia

– A volte anche senso di colpa per aver fatto arrabbiare l’adulto

-Un congelamento delle proprie emozioni

Partendo dal presupposto che i bambini apprendono anche per imitazione, capiamo bene quanto questi atteggiamenti possano influire sulla loro capacità di “litigare bene”. Per cui: Come reagisco io ad un problema? Sono un esempio per il mio bambino?

L’adulto,che viene chiamato in causa in un litigio tra bambini, ha il delicato compito di non ergersi a giudice, perchè innescherebbe il meccanismo del triangolo (vittima, carnefice, salvatore, come scritto precedentemente) il quale innesca degli automatismi inconsci che tendiamo poi a riprodurre nella nostra vita:

-esisto solo se prevarico gli altri (carnefice)

-esisto solo se manifesto la mia sofferenza (vittima)

-sono responsabile per gli altri, sono indispensabile (salvatore)

ma di fornire strumenti utili affinchè i bambini si ascoltino e mettano in atto le competenze emozionali acquisite. Quali sono questi strumenti?

A litigio iniziato:

consegnare loro dei turni di parola affinchè si ascoltino senza interrompersi; (può essere utile utilizzare un gomitolo)

sottolineare la validità delle ragioni dell’uno e dell’altro;

invitarli ad esprimere come si sentono;

invitarli ad esprimere le loro volontà;

domandare loro quale soluzione propongono per risolvere il conflitto.

E’ complesso inizialmente attuare il meccanismo del buon litigio, perchè è faticoso, lungo, lento. Ma la domanda che dobbiamo tenere a mente è:

Che cosa vogliamo ottenere?

Se vogliamo ottenere che i nostri bambini possano esercitare tutte le loro competenze emozionali, allora il nostro sforzo, sarà supportato dall’auto- motivazione.

E’ bene sapere che le emozioni hanno una “scadenza”. Esse sorgono nell’amigdala e vengono gestite dalla corteccia prefrontale. Per fare questo percorso impiegano 90 secondi. Ecco perchè è bene contare fino a 100 prima di reagire! Per dare il tempo all’emozione di arrivare nella corteccia prefrontale che è colei che è in grado di aiutarci nella gestione delle emozioni. Per cui,

-mostrare un momento di “pausa” in cui poter elaborare l’emozione, ritornando a respirare ad un ritmo regolare, è un ottimo inizio.

-Esprimere l’emozione provata è il secondo passo che traccia il sentiero dell’empatia. Ti mostro la mia emozione e tu puoi mostrarmi la tua, sono diverse forse, ma entrambe valide.

I bambini impareranno così che le emozioni possono essere espresse e gestite, che sono delle alleate e non dei nemici. Ricordiamoci però che la loro corteccia prefrontale non è ancora del tutto formata, per cui hanno la necessità di essere accolti e guidati in questo viaggio nella gestione delle emozioni.

Ultimi consigli utili:

-MAI etichettare un bambino per un atteggiamento durante un litigio. Così come il voto non fa il bambino, anche una scelta sbagliata non fa di lui un bambino sbagliato.

-Esperimento interessante sono i giochi di ruolo: il genitore fa il bambino, innesca un conflitto.Sarà interessante vedere la reazione del bambino e le soluzioni da lui progettate per la risoluzione.

-Qualora fossimo noi a dare l’esempio sbagliato, non dobbiamo mai dimenticare che si può e si deve recuperare, mostrando loro l’errore e spiegando perchè è stata una scelta sbagliata. Sbagliata non era l’emozione, ma il modo in cui l’ho espressa.

Tutti i soggetti sani sono dotati dei neuroni-specchio che ci permettono di attivare la stessa area del cervello attivata dalla persona con cui stiamo avendo una qualche forma di interazione. La natura ci ha così dotati di una base empatica che può aiutarci a “litigare bene”, ci vuole però allenamento e costanza.

Il Litigio Sano porta ad uno sviluppo di capacità multiple che possono essere applicate a diversi contesti.

Manuela Griso

L’ aggressività e la richiesta di essere accolti

L’ aggressività fisica e/o verbale è solo la punta (estrema) di un movimento interiore di disagio che non trova altro spazio di espressione.

A fronte di un ventaglio di emozioni spesso aventi a che fare con rabbia e frustrazione alcuni bambini ricorrono all’ espressione o esplosione del corpo come unico strumento per dare voce a quello che non riescono ad esprimere verbalmente o che non sono ancora in grado di gestire diversamente.

Compito della figura educante, specialmente del genitore con il quale è più facile che ciò possa accadere, riuscire a contenere prima e incanalare poi queste manifestazioni fisiche ( che in alcuni momenti evolutivi rappresentano anche un affermazione di volontà ) di modo che il disagio possa essere espresso in modi più funzionali e volti alla risoluzione.

Intorno ai due anni, il bambino inizia a notare chiaramente come le sue azioni possono procurare una reazione negli altri ed inizia, attraverso l’ opposizione, non solo ad affermare la sua volontà ma anche a ‘testare’ l’ altro, spinto da una curiosità affettiva oltre che alla sperimentazione attiva delle emozioni. Tendenzialmente prima dei quattro anni il bambino non dispone ancora di una volontà matura, verso la quale è importante progressivamente accompagnarlo; molte volte le manifestazioni di volontà sono quindi ancora scisse dai bisogni reali o dall’ espressione di questi ( “Ma io lo voglio ” oppure “voglio la stessa cosa che ha preso il papà”) ed un ‘No’ o la definizione di un confine chiaro e deciso possono procurare in lui emozioni il cui processo gli riesce difficile contenere.

L’ Io del bambino non ha ancora una struttura tale da poter consapevolizzare, gestire e soprattutto contenere ciò che gli accade dentro, bisogna appunto accompagnarlo fornendogli gli strumenti necessari per costruirlo nel tempo attraverso rimandi ed esempi. Ricordiamoci che i bambini ‘registrano’ come risponde l’ adulto di riferimento e ne fanno spesso un modello di comportamento futuro.

Superati i quattro anni (e oltre, fino ad arrivare alla pubertà) questa onda ormonale emotiva può risultare per alcuni fisicamente molto difficile da sostenere senza un esplosione a danni di cose o persone, in particolar modo quelle con le quali si è maggiormente sviluppato un attaccamento affettivo importante.

Cosa fare allora quando mio figlio mi picchia, distrugge gli oggetti in casa o fa del male a sua sorella/fratello?

E’ bene innanzitutto stare attenti a non rispondere all’ aggressione con un altra aggressione, se non si vuole correre il rischio non solo di fallire nella comunicazione ma addirittura di rinforzare questo atteggiamento.

Per aggressione si intende sia fisica che verbale quindi l’ educatore o il genitore sia ben attento a non cadere in trappole di parole che feriscono tanto quanto un pugno ( “Quando fai così sei stupido/cattivo….ecc; i giudizi verbali diventano poi quello con cui il bambino si identifica e tenderà inoltre a replicare lo stesso atteggiamento). Il disagio diventa violenza quando non trova un collegamento con il bisogno che nasconde, questo accade anche negli adulti, per questo è così importante non trascurare segnali così importanti che il bambino che “aggredisce” sta inviando.

Appuranto che l’ aggressione è , di fatto, una richiesta di attenzione e aiuto rispetto allo stato emotivo che stà vivendo, la prima cosa da fare è sicuramente evitare che il bambino vi faccia del male. Il fatto che siate consapevoli del bisogno nascosto non lo autorizza a trattarvi come un “pungiball” su cui potersi scaricare (anche questo potrebbe in futuro incoraggiarlo) come a dire “fai pure, tanto sono solo la mamma, con me puoi.”

No, non può. Pugni e calci possono essere fermati in modo deciso anche attraverso il contenimento coercitivo dal quale cercherà a volte di svincolarsi con la forza o con “fughe” quali : “ devo andare in bagno, mi fa male il pancino”, “non posso respirare”, “ho sete”. Sono altri modi di dire che quello che sente è troppo forte per lui/lei. Se lo lasciamo fuggire sarà questo poi che farà spesso a fronte di questo stato interiore.

L’ abbraccio stretto è un ottimo modo per fargli sentire questo contenimento. Tutto quello che il bambino può vivere con e attraverso il corpo ha più facile accesso alla coscienza, è immediato. Il bambino non può ancora farlo per se stesso, allora l’ adulto funge da “Io che contiene”.

Ti contengo fisicamente affinchè tu non ti faccia del male e non faccia del male alla mamma, al papà al fratellino o alla casa. Quando sarai più calmo potremo chiarirci e ti lascerò andare.

Ovviamente i dialoghi devono essere modulati in base al bambino in modo che siano per lui comprensibili. Poche parole, semplici e che spiegano cosa stiamo facendo e perchè.

Dopo che il bambino si sarà sfogato con pianti e tentativi di fuga, quando quindi quell’ energia potente è stata liberata, sarà possibile il dialogo. Durante la crisi è totalmente inefficace e per di più frustrante per entrambi.

Quindi : impedire la fuga, rifiutare l’ aggressione e iniziare il dialogo.

I due non si staccano finchè il conflitto non è chiuso. Questo favorisce un “attaccamento sicuro”. La capacità di vivere e gestire il conflitto senza correre il rischio di essere rifiutato o abbandonato.

E’ importante che nel momento del dialogo il bambino vi guardi negli occhi, quindi si può prendergli il viso per favorire lo sguardo. Allo stesso tempo non è obbligato a guardarvi (è comunque un modo per fuggire) allora lo si può rassicurare

” Tu non sei obbligato a guardarmi ma io ti vedo, devi solo ascoltare come io stò con te”

Da questo momento potrete dire come vi sentite quando lui/ lei hanno atteggiamenti aggressivi e potrete cercare di indovinare quale è il bisogno di base che li muove (chiederglielo direttamente può essere utile come no, dipende dall’ età e dal livello di presenza interiore, a volte nemmeno gli adulti lo sanno cosa sentono veramente quindi non è assolutamente detto che il bambino abbia alla coscienza il perchè si comporti così ). Potete fare domande rispetto agli accaduti, oppure “riesci a dire la stessa cosa con le parole?” e condurvi al bisogno nascosto (una caccia al tesoro davvero molto importante per costruire relazioni sane).

Giudizi svalutativi da parte dell’ adulto, o promesse estorte come “prometti che non lo farai più” e “chiedi scusa” sono del tutto inutili e anzi dannose. Il bambino non si sente accolto, nè protetto in un momento in cui egli stesso non è in grado di farlo, e il suo bisogno rimane inespresso. Alla prima occasione utile l’ evento aggressivo si ripeterà.

Ricordiamoci, inoltre, che esiste un “ordine” che è fondamentale affinchè ogni bambino abbia la possibilità di costruirsi un identità personale e di relazione sana. Ci sono dei grandi e ci sono dei piccoli, i grandi devono fare i grandi ed i piccoli devo fare i piccoli.

I grandi hanno la responsabilità dei piccoli e non il contrario, i grandi orientano i piccoli su come stare meglio e non il contrario ; i bambini possono arrabbiarsi per questo e dirlo ma l’ “ordine” rimane. Questo non vuol dire comandare i piccoli ma piuttosto che è compito del grande riuscire a cogliere i bisogni inespressi, in questo caso specifico e reindirizzare l’ aggressività senza bisogno di instillare sensi di colpa, premi o punizioni.

Parleremo meglio di questo argomento nell’ articolo “La generazione dei piccoli tiranni”.

Maria Rosa Iacco

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