La solitudine dei bambini

“Quando mi vedi solo, che gioco con un rametto, un filo d’erba o osservo le nuvole, non ti crucciare, non sono solo, sono con me stesso. Un me divertente, riflessivo, con cui mi piace stare. Non sono solo. Sto da solo. Non sono triste per questo, sono io che lo ricerco. E’ uno stare con me stesso che mi permette di ascoltarmi, di esplorare il mondo, di analizzare, sentire… “

Troppo spesso l’adulto presume che lo stare in disparte di un bambino all’interno di un gruppo sia indice di un problema. Difficoltà sociale od emotiva, ma in ogni caso, sintomo di un qualcosa che non va . In realtà, l’accezione negativa alla solitudine la diamo noi adulti e spesso in modo frettoloso parliamo di “asocialità”. Gli adulti spesso non sono in grado di stare con sè stessi e per questo hanno BISOGNO degli altri. Da questo paradigma culturale nascono le convinzioni che lo stare da soli, a prescindere dal fatto che sia o meno una libera scelta, non sia mai sinonimo di Ben-Essere, ma sempre di Mal-Essere.

Dice Wikipedia: “La solitudine è una condizione e un sentimento umano nei quali l’individuo si isola per scelta propria (se di indole solitaria), per vicende personali e accidentali di vita, o perché isolato o ostracizzato dagli altri esseri umani, generando un rapporto (non sempre) privilegiato con se stesso.” 

Riflettendo…. Se pensiamo a quando da ragazzi si instauravano quei legami di amicizia molto forti, in cui si viveva quasi in simbiosi, quando finivano o quando non ci si poteva vedere, come ci sentivamo? Persi. Disconnessi da noi stessi. Questo perchè si creava una sorta di DIPENDENZA AFFETTIVA, tipica nelle storie d’amore, dove il bisogno dell’altro genera una sofferenza tale da paragonarla alla disintossicazione. Pensate invece ora a quanto sia importante drogarsi di se stessi. Conoscersi a fondo, sperimentarsi, sentirsi. Cercare l’altro non per bisogno, ma per scelta, quanto deve essere liberatorio? Per noi e per l’altro. Alcuni bambini sono così naturalmente, senza interferenza alcuna. E cosa fa l’adulto? Lo crede sbagliato, lo etichetta, cerca di deviarlo per farlo entrare in relazione costante con i pari, pensando di aiutare il proprio bambino o alunno in realtà si crea un danno enorme.

Sicuramente è necessario partire dall’osservazione del bambino o della bambina. Quando si isola? Per quanto tempo? Quali emozioni trasmette il suo corpo? Com’è il suo viso? Se ci avviciniamo cosa prova? E’ assente o presente? Partecipa ad attività di gruppo? Come si relaziona con gli altri? Quali emozione esprime con maggiore frequenza? Piange? Ride? Gioca o sta fermo? Osserva gli altri o sta nel suo mondo interiore? Fantastica o resta su un piano reale? Gli altri lo cercano? Con l’adulto che relazione sviluppa? Queste e moltissime altre domande possono fare da sfondo all’occhio che osserva e dovranno essere rielaborate all’interno del contesto ambientale famigliare e scolastico in cui il bambino vive, prima di poter valutare se la solitudine di cui si accerchia sia utile al suo sano sviluppo o stia diventando un impedimento.

L’interesse di cui sono prede certi bambini, risulta essere troppo per garantirne uno sviluppo sereno. Se anni fa la problematica genitoriale più frequente riguardava il fatto che i bambini venissero lasciati a loro stessi, oggi affrontiamo la dinamica opposta: il bambino iper osservato e che se non rispetta la “tabella di marcia” che il genitore ritiene idonea, egli viene snaturato, defraudato della sua identità tramite il senso di colpa e l’inadeguatezza che legge negli occhi dell’adulto.

L’attenzione alla solitudine e allo spazio che ha nella vita dei bambini si è alzata sicuramente e necessariamente negli ultimi due anni. La pandemia da Covid-19 ha impedito i rapporti sociali, la permanenza a scuola, le visite ai famigliari. Ci ha isolati. Questo ha generato una forte pressione psicologica ed una accelerata ancor più importante verso l’equazione solitudine=malessere. Se c’è una cosa però che possiamo aver appreso in questo delicato periodo è anche la capacità di sentirsi vicini pur essendo fisicamente lontani. Questo significa che pur stando isolati, un filo che ci unisce lo abbiamo sempre, se lo desideriamo. Sta qui la grande ricerca della verità. La libera scelta di ognuno di noi e la comprensione nonchè accettazione e fiducia che l’adulto ha , del e nel , bambino che ha messo al mondo. Ogni bambino è competente. Sa quello che è meglio per lui, per il suo sviluppo. Restando con occhio rivelatore, poniamoci in ascolto, depuriamoci dalle equazioni impure e meditiamo sulle intenzioni e le percezioni. La realtà viene filtrata dal nostro vissuto, per cui più siamo liberi da preconcetti, più possiamo sostenere realmente la vita dei nostri bambini.

Nel metodo Montessori il lavoro singolo è necessario alla formazione dell’individuo che in quanto essere unico e irripetibile, ha esigenze del tutto personali che lo guidano alla ricerca dell’attività atta a soddisfare il periodo sensitivo che sta vivendo. L’adulto può avere il ruolo di facilitatore e sostenitore della vita che si sta formando, solo se ripone fiducia nel bambino, se riesce a vederlo senza i suoi filtri, così com’è, nella sua interezza ed unicità, rispettandone la natura, permettendogli di mostrare sia i talenti che le difficoltà, per alimentare gli uni e lavorare sulle altre. E’ dunque comprensibile ora l’importanza del lavorìo individuale, concentrato e personale del bambino, che sta apprendendo le fattezze del mondo, ne sperimenta le leggi, studia le combinazioni e si pone domande a cui, scientificamente, proverà a dare risposta se gliene viene data la possibilità.

immagine de “Il Mondo di Anya”

Pensate dunque se è così fondamentale la solitudine per apprendere ciò che è esterno a noi, quanto sia necessaria per sentire ciò che accade DENTRO di noi. Le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, le domande, i dubbi, riconoscere i talenti, il proprio corpo e i suoi segnali. Vogliamo dunque noi intrometterci in questo magic moment tra il bambino e se stesso, pensando superficialmente che se non gioca sempre con qualcuno diventi asociale o sviluppi un’incapacità relazionale?

La riflessione nasce dunque spontanea e forse, la solitudine può iniziare ad essere vista anche come una forma di meditazione necessaria all’equilibrio e all’armonia con se stessi.

ESSERE DISPONIBILE : co-creare una coppia felice

L’ uomo o la donna perfetti o “ideali” non esistono.

Le coppie perfette o “ideali”, illuminate newage, che non discutono mai e non hanno mai divergenze di opinione non esistono, se non dopo una lunga sequela dei suddetti, la saggezza, la volontà imperterrita e la capacità del tempo di smussare le spine e godere delle rose. Quell’ illuminazione lì è il dono di mostri e battaglie che sono diventati alleati e risorse, frutto di grande lavoro e sicuramente molto amore.

L’ ideale serve, semmai, fuori dal mondo delle favole e nella realtà tangibile, come “linea guida” per calare lo spirito nella materia.

Appurato che il principe e la principessa azzurri non esistono, e che amare vuol dire accogliere ciò che è , questo non significa restare immobili nascondendosi nel “sono fatto/a cosi”. Altrimenti non ci sarebbe incontro alcuno.

La nostra Personalità è in continuo movimento e se posso rendere migliore la vita mia e del partner perche non farlo? In un ottica di comunione la felicità di uno è la felicità dell’ altro e in un “palleggio” di gioie reciproche si vince la partita.

Esprimere ciò che ti piacerebbe vivere o ricevere non significa ” ti voglio diverso”, significa anzi rendersi nudi di fronte all’ altro/a e agevolarlo/a nella relazione.

Risparmio di energia notevole, come avere in mano una ricetta, gli ingredienti sul tavolo e dover solo cucinare la torta.

Ovvio che, prima, bisognerebbe aver chiaro cosa vuoi, la direzione verso cui ti piacerebbe “andare” e saperlo comunicare. Non semplice ma possibile.

Quando la richiesta non nuoce nessuno, rendersi disponibili alla risposta è come scoprire un altro mondo, sconosciuto perche è dell’ altro e arricchirsi di nuova esperienza.

Non rendersi disponibili significa non voler entrare in quel mondo. Quindi non essere parte del mondo dell’ altro.

Esempio che vivo nel quotidiano:

se io faccio addormentare un bambino con una canzone perche a me piace cantare ma quel bambino mi dice o mi fa capire che per lui è più facile se gli faccio una carezza in silenzio ,non posso dirgli : ” eh ma io sono fatta così, canto canzoni”, pensando di farla franca…neanche fossi Tosca otterrei un buon risultato perche quello è un bambino da carezze e non da canzoni.

Lui è deluso ed io devo fare il doppio della fatica offrendogli qualcosa che non gli serve e che mette anche lui nella difficoltà di “farsela andar bene”.

Insomma nessuno è contento , entrambi viviamo la frustrazione, eppure la soluzione era pronta.

Quello che posso chiedermi come adulto ed anche nella relazione tra adulti è

” sono disponibile alla sua richiesta?”

– Si, la relazione si fortifica, l’ altro si sente capito, si instaura fiducia reciproca, tutto si alleggerisce e diventa una bella esperienza per entrambi essere insieme.

– No, allora o mi adatto alla fatica vivendo spesso quella relazione con tensione, o faccio in modo che a rispondere a quella richiesta sia qualcun altro più disponibile . E questa sarebbe una scelta più amorevole e onesta per entrambi, piuttosto che dirgli “sono fatta/o cosi”.

La verità è che “non sono disponibile”.

La DISPONIBILITA’ all’ altro è la chiave delle relazioni ; capire se si è disponibile ad altro oltre al conosciuto ed in quale misura è una grande presa di coscienza.

L’ essere in comUnione è poter accedere al mondo dell’ altro, e viceversa , è scambio, equilibrio dare-ricevere.

Quando uno solo dà e uno solo riceve la relazione non è paritaria, è una relazione a cascata che si muove in una sola direzione. Se parliamo di relazione di coppia lo squilibrio della comunione logora entrambi.

E siccome non siamo alberi da frutto che sfoggiano una sola qualità di fiore, ma universi poliedrici che possono decidere cosa essere, la frase ” non puoi chiedere banane ad un melo”, oppure “chi nasce tondo non muore quadrato” vale fino ad un certo punto. Vale solo, cioè, se tu hai proprio deciso di essere un melo e di morire come sei nato.

Tutto il resto è pura CREAZIONE o CoCREAZIONE.

Il grado di disponibilità racconta il grado di complicità nella “squadra”.

Una buona complicità è fatta di movimenti reciproci verso un risultato comune.

La gioia di entrambi è la vittoria e “squadra che vince non si cambia”.

Maria Rosa Iacco, mery.iacco@gmail.com

Consulente per la promozione e lo sviluppo della consapevolezza, educazione all’ espressione del potenziale unico e inimitabile per una vita piena e realizzata.

L’ AMORE NON E’ MERITOCRATICO

“Se fossi un pò più….”

“Se fossi un pò meno….”

“Mi amerebbe di più se…”

Quante volte il nostro dialogo interiore si è soffermato su questa modalità?

Quante parti di noi abbiamo soffocato o storpiato con l’intento di essere amate ?

Quante volte abbiamo recitato una parte, imitato altri considerandoli migliori?

Migliorarsi è un intento buono di per sé, quando significa aumentare il nostro stato di Ben-Essere, ed è vero che spesso grazie alla relazione con gli altri riusciamo a vedere parti di noi altrimenti irraggiungibili.

Questo però non significa snaturarsi o peggio, sacrificarsi, come strategia per ricevere amore.

L’amore non è mai questione di merito.

Nè tanto meno di strategia.

Sei amata, sei amato così come sei.

L’essere più o meno funzionali all’interno di una relazione non ha a che vedere col merito. L’amore esiste a prescindere. Ciò che dimentichiamo è l’importanza di sentire amore dentro di sé, per se stessi e poi anche per l’altro, esplorarsi e cambiare o curare ciò che ci allontana dall’amore perché sentiamo che è qualcosa che fa bene a noi per primi e questo porta ,si, benefici nella relazione.

Il confronto con gli altri poi, dinamica che viene comoda all’industria della performance, è lontanissimo dalla ricerca del benessere.

Semmai possiamo fare confronti con noi stessi, nel tempo che abbiamo vissuto, per vedere dove siamo, per orientarci.

Ma ciò che conta davvero è Sentirsi, Sentire.

Se qualcuno ti mette a confronto o paragone con altri, con storie passate, o con un ideale che ha in mente, se qualcuno indica te come bussola per il suo benessere o malessere (e tu gli credi) o se sei tu che lo fai con l’altro…stai andando fuori strada. Ti stai perdendo.

Tu sei l’artefice, tu sei creatrice, creatore.

Non puoi modellarti come creta su ciò che è desiderabile per qualcun altro senza ,ad un certo punto, romperti in mille pezzi. Non puoi modellare l’ altro come lo vorresti senza ad un certo punto vedere cadere l’ intero castello di carta al primo soffio di vento.

Puoi ,invece, s-coprirti, puoi svestirti dai panni accumulati negli anni, dai ruoli interpretati, puoi scrostare lo sporco delle ferite e aprire finestre dove vi sono muri protettivi.

La paura tiene sotto coperta l’amore.

La paura di non essere abbastanza.

La paura di non essere adeguati.

La paura di essere abbandonati e lasciati soli.

E per quante anime meravigliose si possano incontrare sulla nostra strada, nessuna ci salva da queste crepe interiori se non siamo noi per primi a lanciare la corda e iniziare ad arrampicarci verso l’uscita.

Chi dovrà andarsene se ne andrà comunque, perché cerca altro, perché egli stesso è perso nel suo dolore e nella sua confusione, o perché è esaurito il tempo condiviso insieme, la funzione di quella relazione si è conclusa.

Chi vorrà restare resterà comunque , che tu abbia la pancia , la cellulite, le rughe , un carattere difficile o i debiti da pagare.

Non è il merito che determina la qualità dell’amore o delle relazioni. È il rapporto che hai con te stessa, con te stesso, con il tuo passato, con i tuoi antenati, con il dialogo interiore e con la direzione che vuoi dare alla tua vita che lascia o meno accesso all’ amore.

Scopri allora come ,prendendoci cura del dialogo interiore , prestando ascolto a quella voce silenziosa che spesso graffia e indica punti di erosione, possiamo influenzare anche il nostro modo di vedere le cose, di sentrCi e comportarci.

Maria Rosa Iacco

mery.iacco@gmail.com

IL DOLORE INVISIBILE DEL LUTTO PERINATALE

Esistono dolori così profondi che risultano invisibili. Delle lacerazioni così intime che se non accarezzate, cullate, ascoltate, possono portare ad una morte silenziosa. Il dolore consuma. Alle volte lascia uno straccio umido a terra e spera che qualcuno lo possa raccogliere. Le lacrime versate sono così tante che il corpo si asciuga. Il cuore spezzato in mille piccoli pezzi non sa se battere più forte per tentare di restare in vita o lentamente per conservare energia sufficiente per battere ancora a lungo. È un dolore sordo ma acuto, lancinante. Guaisce come un cane abbandonato, ma la voce resta muta all’interno di noi. Il lutto perinatale che tantissime donne hanno subito e subiscono è un qualcosa di illogico. Nella naturalità del ciclo vitale, la morte arriva dopo aver vissuto a lungo e i genitori muoiono prima dei figli. Qui il processo si inverte e ci si ritrova a dover affrontare l’innaturalità. La morte di un figlio è una sofferenza talmente lancinante che ti lascia solo.

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Nessuno può comprendere ciò che stai vivendo: le sensazioni di perdita, le emozioni di rabbia, di ingiustizia che stai attraversando. La convinzione profonda che nemmeno il papà del bambino stia vivendo la medesima sfida, ci porta ad auto-isolarci e ad isolare l’altro.
Non è semplice avvicinarsi a chi sta soffrendo così tanto. Le parole non sono mai abbastanza. Il contatto a volte viene rifiutato. La paura di mostrare tenerezza verso il dolore e che questa venga vista come pena, porta spesso all’allontanamento. Così la madre si isola, il padre viene escluso, gli amici si allontanano e la sensazione di vuoto si allarga. Il baratro diventa profondissimo e tu sprofondi dentro. Vorresti morire, spegnerti, lasciarti andare. Lotti con il tuo corpo che conserva l’istinto di sopravvivenza. Lotti con la convinzione che resterai per sempre infelice. Il corpo si irrigidisce, il dolore diventa anche fisico. Ti guardi allo specchio e non sai più chi sei. Vedi una persona che non sei tu, ma che sai ti accompagnerà da ora in poi. Non ricordi l’ultima volta che hai respirato, o forse sì, è l’ultima volta che hai visto tuo figlio. Nell’ecografia o mentre dormiva nel suo lettino, all’interno di un’incubatrice o sul monitor dell’ospedale. Dopo non hai respirato più. Lui non c’è più e una parte di te si è seppellita insieme a lui.

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Lo hai sognato, immaginato, amato, sentito, visto, portato, nutrito. E poi non c’era più. Anche il tuo compagno lo ha sognato, immaginato, amato, sentito e visto. Lo ha portato con te prendendosi cura di voi, lo ha nutrito nutrendo te. Anche lui ha perso tanto. Anche lui vive l’ingiustizia. Si era visto padre, sognato situazioni, vissuto emozioni. Lo ha immaginato al mare, la sua prima volta sulla sabbia e l’acqua fredda; quando gli avrebbe insegnato ad andare in bicicletta o lo avrebbe guardato dormire beato pensando che fosse la cosa più bella che avesse mai visto. Avete perso insieme la partita più grande della vostra vita, state vicini. Non vi perdete anche voi. E non illudetevi. Non ascoltate i consigli maldestri di chi per consolarvi vi dice di farne un altro che poi passa. Non passa. Non passa mai. E se non elaborate questo dolore, se non lo rendete più dolce, più sopportabile, vi lascerà a terra o peggio ancora, lo trasporterete in modi diversi sul figlio o la figlia che arriveranno dopo la sua morte.
Abbiate cura di voi e sappiate che non siete soli.

CiaoLapo Onlus è un organizzazione che si occupa di lutto perinatale e di accompagnamento e sostegno psicologico a chi affronta la dolorosa esperienza della morte del proprio bambino in gravidanza e nei primi mesi di vita. Sicuramente ci saranno altre organizzazioni di sostegno al lutto perinatale, io conosco loro, per questo mi sento di pubblicarne il nome.

Potrebbero esistere anche gruppi di autosostegno gestiti ed organizzati da chi ha subito questa perdita. Fate una ricerca nella vostra zona. Ci sono molte più persone di quante crediamo all’interno di questo burrone.

Per concludere vi lascio una riflessione personale che per me è stata di grande aiuto, ciò che mi ha permesso di andare avanti: partorire o far continuare a vivere la mia bambina, anche se in un modo diverso. Questo mi ha salvata. Nel mio caso mia figlia è nata con un progetto di un centro polifunzionale per il bambino e la famiglia chiamato Il Mondo di Anya 💚.
Ci sono milioni di modi per far nascere e vivere un bambino. Scegliete la vostra strada. In qualche modo così ristabilirete i posti a tavola al pranzo di Natale in famiglia.
Un abbraccio a tutti voi!
Manuela

A LEZIONE DALLA LUMACA

Rivendicate la lentezza nel nostro mondo a tutto vapore, è un diritto delizioso di cui siamo stati privati. (Jean-Pierre Siméon)

In questa epoca digitale l’ imperativo categorico è : “tutto e subito”. Siamo diventati veloci : scrivere ed inviare una lettera, un messaggio, spostarci da una parte all’ altra della città, ordinare da mangiare e molto altro. Più sei veloce e più produci. Anche se diventa sempre più chiaro che il prezzo da pagare può rivelarsi alto in termini di qualità della vita.

I bambini vivono tra i due mondi : quello degli adulti sempre di corsa (e che spesso, troppo spesso non hanno tempo di giocare) e la loro natura lenta.

Il bambino ha tempi suoi, spesso molto diversi da quelli dei ‘grandi’, tempi che noi definiamo lenti ma che in realtà sarebbe meglio chiamare “tempi di processo”. La lentezza del bambino è essenziale per permettergli di accordare tutte quelle funzioni neurologiche, motorie, emotive e relazionali diventate ormai meccanismi automatici per l’ adulto, e che il bambino invece stà progressivamente creando dentro di sè.

Il livello di presenza nel qui e ora di un bambino impegnato in un attività è tale da poter escludere totalmente il mondo circostante, grazie alla ripetizione dell’attività si genera un automatismo col quale cambia anche il ritmo.Per questo si possono osservare bambini intenti allo stesso lavoro per ore o giorni in modalità quasi ipnotica.

L’ automatismo però non è solo limitato al ‘fare’ ma entra a gamba tesa anche nel mondo della relazione e dell’ essere : atteggiamenti, azioni e reazioni , modi di dire, gestualità, modalità di socializzare , perfino il modo di pensare perchè la nostra mente ha bisogno di ottimizzare il più possibile l’ energia dispersa nel processo.

I bambini, non avendo ancora totalmente automatizzato la loro maschera sociale ci stupiscono con effetti speciali, con la loro originalità, i loro filtri assenti e la loro capacità meditativa, e con altrettanta purezza rivelano l’ ambiente in cui sono immersi e del quale assorbono i processi.

Se vogliamo entrare davvero in comunione con un bambino, può essere molto utile imparare dalla lumaca : “la lentezza è la vera ricchezza.”

Pensiamo al tempo di cui abbiamo avuto bisogno già anche solo per poter essere parte del mondo oggi! Il tempo in cui la nostra mamma ci ha portati in grambo, il tempo necessario ad un albero di ricoprirsi di foglie e fiori dopo un lungo inverno, il tempo di cui abbiamo avuto bisogno per imparare a guidare o praticare uno sport, ed applichiamo tutto questo al tempo di cui il bambino ha bisogno per coordinare i processi neurologici con quelli motori con quelli della relazione uniti alle regole della societò in cui vive…Il tempo è davvero il più prezioso dei Valori e il più fedele degli alleati.

La lentezza aiuta la concentrazione ; un bambino che si stà vestendo da solo al mattino mentre la mamma o il papà bollono perchè rischiano di arrivare tardi a lavoro stà compiendo uno degli sforzi più grandi che si possano descrivere che avrà ripercussioni non solo sulla sua autonomia e autostima ma anche nella costruzione dei processi mentali che lo accompagneranno durante tutta la sua crescita. Poter dedicare del tempo ad un attività così complessa (per citarne una tra tante) sarebbe quindi un beneficio per tutti a lungo termine.

L’acqua che cade lentamente scava una roccia meglio di una cascata. (Proverbio latino)

Un simile meccanismo riguardante il tempo e la ‘produttività’ lo troviamo molto spesso anche nella scuola. Le classi numerose e un programma da seguire non consentono ad ogni bambino di rispettare la propria velocità, il proprio ritmo di apprendimento. Anzi vengono forniti parametri entro e fuori dai quali i bambini sono definiti “avanti o indietro”, il fattore del ritmo individuale di apprendimento difficilmente viene preso in considerazione, spesso per motivi pratici e organizzativi. Così ancora una volta il bambino sarà costretto ad adattarsi al mondo dei ‘ grandi’.

Se osserviamo un bambino lasciato libero di assolvere ad un compito, senza limiti di tempo, ci sembrerà di vedere davvero un maestro in meditazione. Esistono pratiche molto antiche, come ad esempio il Tai chi, il Qi Gong, Tandava o lo Yoga, che favoriscono il benessere psicofisico facendo del loro punto di forza proprio la lentezza; il procedere lento del corpo armonizza il respiro , placa la mente e reindirizza i pensieri. I processi mentali frettolosi saltano passaggi fondamentali che il corpo invece registra ; facendo il percorso inverso, quindi partendo dal corpo per arrivare alla mente, la quiete donata dalla lentezza favorisce anche la lucidità di pensiero, la capacità di prendere decisioni, l’ ascolto di sè e dell’ altro.

Invito a provare per credere proponendo una pratica che può fare chiunque appena possibile al primo pasto utile: prova a spostare telefonini o altri dispositivi (o distrazioni) in luoghi diversi dalla tavola, apparecchia con cura il tuo piatto, siediti e dedicati totalmente a quello che stai facendo, alla mano che impugna la forchetta, alla forchetta che raccoglie il cibo, alla bocca che soffia se è caldo, ai polmoni che prendono aria, al cibo che entra nella bocca, al gusto che cambia, alla mandibola, ai denti alla lingua coinvolti nella masticazione, alla gola che ingoia , alla pancia che si riempie. Nella lentezza è possibile sperimentare un modo diverso di mangiare. Ora prova a farlo immaginando di essere un bambino che pratica questo per le prime volte.

Se l’ esercizio ti è piaciuto invito a sperimentarlo in altri campi della vita pratica o dello studio.

Prendersi tempo è un regalo prezioso. Se la lentezza porta beneficio ad un adulto gia ‘finito’ (anche se non lo siamo mai) immaginiamo quanto possa sostenere un bambino che muove i primi passi nel mondo.

Comunità e identità : il bambino diventa i modelli che vede.

Questo è il nostro obbligo nei confronti del bambino: dargli un raggio di luce, e seguire il nostro cammino.”

Maria Montessori esprime in questo modo, sintetico e chiaro, ciò che accade durante il processo di costruzione dell’ identità e del ruolo chiave della comunità adulta intorno al bambino.

Sottolineando l’ importanza dell’ ambiente fisico, emotivo e relazionale in cui il bambino è immerso, vediamo nel quotidiano come i bambini sembrino “caricature” degli adulti che li circondano. Ne imitano gesti, parole e frasi, spesso senza ancora conoscerne contesto e significato, non solo durante il gioco simbolico ma anche e soprattutto nel loro modo di essere nel mondo (e di relazionarsi con esso).

Come per tutti i nuovi nati, per orientarsi nello spazio e nella società i piccoli seguono i grandi, soprattutto (e prima di tutto) ciò che i grandi fanno, al di là delle posizioni etiche e morali di giusto e sbagliato (concetti anche questi presi dall’ ambiente adulto).

“Ciò che siamo insegna ai bambini molto più di ciò che diciamo, ecco perché bisognerebbe essere ciò che vogliamo che i nostri bambini diventino.” J. Pearce

Nel corso del tempo stiamo assistendo a numerosi cambiamenti degli assetti sociali. Fino a oltre la metà del 900 i bambini nati da un nucleo famigliare erano i bambini di tutti, venivano cresciuti dagli adulti della comunità, che essi fossero imparentati oppure no, l’ educazione e l’esempio passavano oltre che dai genitori, anche da nonni, zii, cugini, vicini di casa, passavano dal quartiere, dalle botteghe, dagli anziani, dai bambini più grandi e, non ultimo, dalla scuola, l’ influenza dei media era ancora marginale e sicuramente meno persuasiva rispetto alla vita reale.

Ad oggi le famiglie stanno diventando nuclei piuttosto isolati, fatto salvo per i fortunati che possono vivere i benefici del grandissimo aiuto dei nonni, la maggior parte del carico educativo lo sostengono i genitori, la scuola e , per chi lo pratica, lo sport.

Mamme e papà si ritrovano spesso soli sotto vari fronti :economico, sociale, relazionale o puramente gestionale. Si sentono sempre più spesso frasi come “non è mica figlio mio” oppure “belli i bambini purchè se li tengano i genitori” , “sono io il genitore e solo io sò quello che è giusto per mio figlio” , “cosa penseranno di me se lascio mio figlio a ….” , “non posso chiedere aiuto perchè altrimenti penseranno che non sono capace di gestire mio figlio” ecc.

Questa solitudine a volte è subita e altre è ricercata, come a voler proteggere il figlio da un mondo esterno che, presto o tardi incontrerà comunque e col quale dovrà avere a che fare ,con a disposizione più strumenti possibili per vivere una vita piena ed esprimere tutta la sua meraviglia (oltre alla pura sopravvivenza).

Anche rispetto alle figure educative “esterne” si è creata sempre più distanza, spesso vengono intraprese vere e proprie battaglie egoiche tra educatori e genitori, tra scienza e coscienza, che vogliono dimostrare di “saperne di più” ,uno rispetto all’altro, dimentichi purtroppo della loro alleanza e dimenticando di essere persone prima ancora che ruoli, persone che dovrebbero guardare ad un punto comune che è il benessere del bambino.

Questa cerchia sempre più chiusa crea un limitato numero di Modelli a disposizione del bambino e la spinta del giovane alla ricerca di integrazione attraverso mezzi alternativi (guardiamo quanta capacità di persuasione hanno gli influencer o i social media in generale). I giovani si ritrovano sempre più isolati e insicuri, spesso passivi. Dall’ altra parte gli stimoli che arrivano dal virtuale rischiano di diventare talmente tanti da non essere più in grado di scegliere cosa sia costruttivo e cosa no.

Senza la volontà attiva di esprimere se stessi, di portare il loro valore aggiunto nel mondo, i bambini rischiano di diventare passivamente quello che l’ ambiente intorno chiede loro di essere. Senza qualcuno che li ispiri, che li aiuti ad alimentare il loro fuoco, il desiderio, la curiosità, rischiano di prendere il male minore, la direzione dei ‘molti’, qualunque essa sia, oppure diventare la copia sputata dei loro genitori, doti e qualità ma anche drammi e sofferenze.

Non sono solo i bambini a crescere. Anche i genitori lo fanno. Così come noi guardiamo cosa fanno i nostri figli delle loro vite, loro guardano noi per vedere cosa facciamo delle nostre. Non posso dire ai miei figli di cercare di raggiungere il sole. Tutto ciò che posso fare è raggiungerlo, io stesso.” Joyce Maynar

Per esprimere la sua Unicità il bambino ha bisogno del contesto adatto alla fioritura, vario e il più possibile positivo alla sua crescita fisica, mentale, spirituale. Diversificare gli esempi da seguire può aiutare ad orientarsi meglio nella realtà (anche quella interiore) ma attenzione, l’ accesso alle nuove tecnologie può aprire ad un eccesso di stimoli, per questo è importante entrare nel mondo del bambino e del ragazzo , vedere dove si stà dirigendo, chi guarda, chi ammira e perchè. Le canzoni che ascolta, le immagini che vede entrano a far parte del suo ambiente e contribuisce alla formazione della sua identità.

” Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.” Il Signore degli Anelli

La comunità, che ha come punto centrale il bambino, si stà occcupando contemporaneamente del suo presente e del suo futuro. Un adulto che si occupa del suo benessere, di Essere la migliore versione di se stesso, stà insegnando la stessa cosa al bambino e stà contribuendo al benessere della comunità intera.

Maria Rosa Iacco


Sotto giudizio, come un genitore.

Quando nasce un bambino nascono anche una mamma ed un papà.

Prima di allora due persone sono ‘solo’ un uomo e una donna, con vari ruoli nella società a far parte della loro identità. Un figlio segna un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita di una persona ; prima, per quanto possa essersi preparata a livello teorico, per quanto possa aver praticato con i figli degli altri , per quanto possa aver cercato nei libri, per quanto possa prendere o non prendere spunto dalla propria storia famigliare non sarà mai come il dopo. Nel bene e nel male le aspettative sono ben lontane dalla realtà, che sia il primo, il secondo o il quarto figlio.

Quando nascono una mamma e un papà (molto probabilmente anche prima) , nasce un giudice, rigido, implacabile e persistente, anzi molti.

Il primo, ed il più crudele è quello interiore : sarò una buona madre? sarò in grado di fare il padre? Saprò ascoltare i bisogni di mio figlio? Sarò in grado di dargli una buona educazione? Saprò comportarmi da buon genitore? Starò facendo la cosa giusta? Sarò all’ altezza? E milioni di domande simili che occupano la mente del genitore, minando costantemente l’ autostima e l’ operato quotidiano.

Gli altri sono i giudici esterni, i nonni, i fratelli, gli zii, i cugini, gli infermieri, i medici, gli amici, gli insegnanti, l’ istruttore di nuoto, di cavallo, di calcio, di danza, la signora del piano di sotto, la conoscente del palazzo di fronte e via dicendo…

Persone che, più o meno esplicitamente esprimono giudizi sull’ educazione (prettamente) o sullo stile di vita di una famiglia facendo per lo più paragoni o basandosi su ‘come dovrebbe essere’.

Il paragone è uno strumento per distinguere la critica costruttiva dal giudizio.

Chiaramente un esterno alla famiglia gode del privilegio, quando usato con coscienza e spirito di supporto, di poter osservare eventuali dinamiche o situazioni che dall’ interno si fatica a notare e questo è un vantaggio che può avviare circoli virtuosi di cambiamento, grazie al dialogo empatico e alla critica costruttiva.

Diverso è invece il giudizio espresso, come dicevamo, da un termine di paragone, di ‘meglio’ e ‘peggio’, di ‘si fa e non si fa’, ‘al suo posto avrei fatto’, ecc… giudizio o parere che spesso non è richiesto, che è parte del chiacchiericcio e non ha alcuna finalità di supporto alla famiglia. Questo ‘tribunale’ si va poi ad accompagnare al già proficuo dialogo interiore del genitore, innestando bombe di insicurezza e inadeguatezza che, di fatto, creano un gran caos.

Non esiste un ‘Manuale per la famiglia perfetta’, e se anche esistesse, spunterebbero sicuramente uno o più dissidenti.

Non esiste la famiglia perfetta in senso ideale, esistono famiglie guidate dall’ amore e famiglie in cui l’ amore bisogna proprio andarlo a stanare.

Puoi aver allattato tuo figlio al seno fino al sesto anno, avergli insegnato tutti gli sport del mondo, averlo iscritto alla migliore scuola della città, puoi avergli dato da mangiare cibo super biologico, puoi non averlo sgritato mai, usato tutte le tecniche possibili di educazione, e non necessariamente tutto questo fa di te un buon genitore.

Ogni bambino è un individuo unico e ciò che ha funzionato con un altro bambino in un altra famiglia (o anche con il fratello o la sorella più grande), potrebbe non funzionare con quel bambino in quel dato momento della sua crescita, in quello specifico momento della vita famigliare e in quella data predisposizione dell’ adulto.

Educare è un processo dinamico e mai unilaterale, è crescere insieme.

Posti alcuni pricipi di base specifici e scientifici rispetto alle fasi evolutive del bambino che possono rappresentare delle linee guida generali a cui fare riferimento in modo, appunto, generale, nello specifico di ogni situazione ciò che serve è il buon senso, un grande spirito di osservazione che permette di connettersi ai bisogni di quel momento specifico del bambino e molto molto Amore.

In una famiglia in cui regnano l’ attenzione ai bisogni fisici/evolutivi ma anche emotivi del bambino, l’ osservazione critica , il buon senso e l’ Amore (ultimo ma non ultimo chiaramente) quasi certamente possiamo trovare bambini e genitori felici, e non sarà poi così importante se la casa è in ordine, se i genitori sono insieme o separati, se il bambino non va a letto tutte le sere alle 9, se non mangia biologico, se è stato o non è stato allattato al seno eccetera eccetera.

Ai genitori dico questo, ci sarà sempre qualcuno pronto a proporvi un miglior metodo, un consiglio non richiesto o una critica per le vostre scelte educative, valutate sempre attentamente la fonte di queste critiche e soprattutto il fine ultimo.

State facendo il meglio che potete, nel momento in cui vi trovate, con quello che avete? Allora state facendo un ottimo lavoro ! Chiedete aiuto quando vi sentite in un vicolo cieco, questo può facilitarvi un pochino il compito ma sappiate che vostro figlio , vostra figlia vi amano immensamente a prescindere ( vi amano anche quando sembrano odiarvi, soprattutto durante l’ adolescenza, anzi, quello è il momento in cui hanno più bisogno del vostro silenzioso ma incrollabile Amore).

Vi dico anche che l’ amore non è nell’ evitare ai vostri figli le difficoltà della vita, di vario genere, dalla condizione economica alle separazioni, dalle famiglie allargate ai brutti voti a scuola, dalla frustrazione del no alle prime delusioni d’ amore, quelle le affronteranno comunque presto o tardi : prima imparano a trovare dentro di loro le risorse per affrontarle meglio sarà per la loro crescita.

Ascolate sempre ciò che vi sembra giusto fare , nel vostro profondo lo sapete, siate connessi a quell’ istinto animale che purtroppo abbiamo un pò perduto in onore del ‘ si è sempre fatto così’ oppure ‘tizia o caio hanno fatto così‘ e soprattutto connettetevi a vostro figlio meglio di un qualunque wifi esistente al mondo. Non mettetevi a paragone con nessuno, vostro figlio è unico e lo siete anche voi.

Buon cammino insieme ai vostri amati figli.

EDUCARE: UNA MISSIONE POSSIBILE SE PARTI DA TE

Educare significa tirare fuori. La missione dunque di un educatore e di una educatrice è quella di portare alla luce la vera essenza di ogni essere umano che incrocia il suo cammino per un certo periodo di tempo.
Oltre alla missione primordiale però, si ha un COMPITO che abbraccia e accompagna lo scopo: essere un esempio. L’ambiente in cui si vive sia esso fisico che psichico influenza fortissimamente la formazione e lo sviluppo dell’individuo. Per questo non basta prestare attenzione alla forma con cui presento l’ambiente al bambino, ma è l’essenza che ne fa la differenza. Un’insegnante o un educatore che ha come obiettivo primario “insegnare” dei contenuti, perderà la parte empatica di sé e trasmetterà ansia, rabbia, paura.

È necessario dunque porre sempre un accento sul proprio sentire, porsi domande (che cosa sto trasmettendo? Qual è il mio obiettivo? Lo sto mostrando nel modo più comprensibile? ) , respirare a fondo e guardare sempre il bambino come un essere in formazione, come un individuo unico e dal valore inestimabile.

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Posso essere un ottimo insegnante, ma un pessimo educatore. È indispensabile però che non sia così. Al giorno d’oggi i bambini si trovano immersi in realtà scolastiche che deviano  il corso del loro sviluppo. Parti di essi vengono tagliate, estirpate, condannate così fortemente e così lungamente che possono solo morire.  Per educare gli altri bisogna prima educare se stessi. Amarsi, accettarsi, elevarsi. Fare i conti con i propri fantasmi, le proprie paure da affrontare, le proprie emozioni da gestire . Se dico ai bambini come gestire la rabbia loro ascolteranno e proveranno a mettere in pratica, ma se quando mi arrabbio lancio grosse parole, minaccio e vado via, loro saranno portati ad esprimerla in questo modo. L’esempio è la formula di insegnamento più immediata, più forte, quella che verrà ricordata.
Si ha dunque un obbligo morale nella formazione non solo curricolare di sé, ma soprattutto spirituale.
La gestione di emozioni forti può essere difficoltosa, soprattutto dinnanzi ad un “pubblico” sensibile alle grandi manifestazioni.
Spesso gli adulti urlano frasi minacciose ai bambini tipo: ” Guarda che se continui così non farai l’intervallo” o “Lo dico a mamma e papà” o “Ti faccio bocciare/espellere” .Sono tutte dimostrazioni della presa di posizione volta a far comprendere al bambino o alla bambina , ragazzo/a , che siamo noi i più forti, che noi possiamo disporre di loro. Ma è questo il messaggio che vogliamo passare? È questo il nostro obiettivo? O dietro c’è una difficoltà di gestione del nostro sentire?

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Come posso agire affinché io riesca ad esprimere chiaramente il mio obiettivo?
Minare l’autostima e la capacità di discernere autonomamente del bambino, non ci porterà grandi risultati, anzi, rischieremo di deviare lo sviluppo del bambino e di creare in lui dei grandissimi dubbi sulle sue reali capacità. Avremo così un individuo insicuro e incapace di pensare autonomamente, quindi ancora più problematico da gestire. Si rafforzerà invece chi abbiamo tentato invano di “piegare”, perché acquisirà la sicurezza del fatto che le nostre minacce o sono inconcludenti, o era proprio lì che voleva portarci. Si evince dunque quanto l’esempio possa aiutare o distruggere un essere umano e quanto peso abbia il nostro mestiere sia sulla nostra coscienza che sulla comunità intera.
Non si può pensare di infilare contenuti nelle teste se non si passa dal cuore. Il nostro e il loro. Bisogna trovare un contatto e poi non fare, ma ESSERE ciò che può aiutarli a trovare la loro essenza.

Il primo passo è dunque –PORSI DOMANDE: Cosa vorrei ottenere? Quale messaggio vorrei trasmettere? Come sto portando avanti il mio obiettivo? Il bambino/ragazzo ha un ruolo attivo nella soluzione del problema?

-FORMULARE DELLE POSSIBILI ALTERNATIVE: Posso agire in modo diverso? Quali altre soluzioni possono esserci?

PASSARE ATTRAVERSO LA CONCRETEZZA: Generalmente i processi più incisivi sono quelli che passano attraverso il corpo. Studiare dei laboratori, degli approcci pratici, in cui sia coinvolto il corpo e le sensazioni che ci trasmette, riflettere sul processo svolto e verificare l’effetto, sono modalità efficaci di intervento per vivere le esperienze e non solo sentirne parlare.

CAMBIARE IL PROPRIO PUNTO DI VISTA: Ci sono sempre almeno due modi di vedere la stessa situazione. E’ necessario indossare occhiali nuovi, cambiare posto, per poter osservare da un altro punto di vista e comprendere così la visione di nuove possibilità.

METTERSI IN GIOCO: Invito gli educatori, le educatrici e gli insegnanti tutti a riflettere nuovamente sul tema della formazione spirituale, intesa come capacità di comprensione di sé e la gestione delle proprie emozioni , la consapevolezza dei propri talenti e delle difficoltà, affinché si possa essere equilibrati nello svolgere il delicato compito che abbiamo scelto: aiutare la vita. 

La spinta emozionale che ci porta a diventare educatori, va alimentata ogni giorno nella consapevolezza che non si è mai arrivati. La formazione DEVE essere continua, da un punto di vista curricolare, ma anche emozionale. Abbiamo tra le mani esseri in formazione, il futuro dell’umanità e dobbiamo averne cura. Quando mi sento stanca, affaticata da problemi di varia natura, da situazioni delicate sul lavoro o nella vita privata, temo di voltare lo sguardo e non vedere davvero il bambino, di perdermi per un attimo. Allora richiamo l’attenzione dei bambini e dico loro che ho bisogno di un abbraccio di gruppo (per chi se la sente). Tutte quelle piccole braccia che mi stringono, quegli occhietti vispi che mi guardano felici, quei cuori che battono all’unisono, mi permettono di riconnettermi con la parte più profonda di me e di rientrare nel loro fascio d’amore e gioia di cui ogni giorno possiamo nutrirci. Mi ricordano la bellezza dell’animo bambino, la schiettezza, la semplicità. Ritorno al punto di partenza, rigenerata e pronta per osservare tutta la loro meravigliosa essenza.

Manuela Griso

Il Dolore degli Altri



Non puoi sapere quanto dolore sta provando l’uomo o la donna o il bambino seduti vicino a te. Puoi vedere le loro lacrime, il viso contrito dalla sofferenza, il corpo offeso dal dolore, la disperazione dei famigliari, la speranza abbandonata su una sedia vuota. Puoi osservare e provare a sentire come il tuo corpo risponde a tutto questo. I pensieri che si inseguono nella tua mente alla ricerca delle parole giuste, del gesto perfetto, del dono che può alleviare tutto questo. Mi dispiace, ti capisco, è successo anche a me, sono qui per te, ti sono vicino…. sono queste le parole che pensiamo e pronunciamo più spesso in determinate occasioni. Ci sembrano piene, rotonde, adatte. Formalmente lo sono. Nella sostanza nulla è adatto. Nulla è perfetto. Perché la situazione non muta. Certo, sicuramente messaggi, pensieri, lettere e buone parole fanno da placebo e mostrano alla persona interessata che le vogliamo bene. La presenza sostiene. Ma quando si dice che si Nasce soli e si Muore soli, è una grande verità. Per quante persone possiamo avere accanto, è la nostra fetta di vita e possiamo viverla solo noi. Il dolore è così. Anche se siamo in due a soffrire per la stessa ragione, ognuno avrà il suo tormento da affrontare, portare avanti o lasciare andare. Nessuno può farlo al posto nostro. È dunque importante non giudicare il dolore altrui. Non possiamo percepire le sue stesse sensazioni, nè fisiche nè psichiche. La fatica, il mal-essere. Non ci resta che accogliere fin dove possiamo e farci presenza silenziosa. Un’anima affranta dedica pensieri alla vita, alla morte, all’amore, ai grandi temi esistenziali. Si pone domande, ricerca risposte, vaga nella mente e crea caos fuori da sé tanto quanto ne ha all’interno. Smuove acque, terreni, montagne… crea valanghe per poi ricostruire con consapevolezze nuove, fatica e fragile fiducia. Come si può comprendere tutto questo movimento? Come si può pensare di entrare appieno nell’energia, nella disperazione, nel dolore che sente l’Altro?

E’ potente e sacro il corpo. Egli lotta, giorno dopo giorno, per le sue funzioni vitali e lo fa silenziosamente, senza dare fastidio. La mente alle volte lo aiuta, altre lo mutila. Dal di fuori di quel corpo tutto sembra semplice, logico, spesso privo di fondamento. “Com’è possibile che non lo veda?” “Come si fa a soffrire così per questo?” “A me non sembra che stia poi così male…” Questi sono i pensieri che ci possono attraversare alle volte, perché indossiamo scarpe diverse da quell’individuo, occhi grandi pieni di compassione, empatia e amicizia, ma che semplicemente appartengono ad un altro corpo. E perfino se quella situazione l’abbiamo vissuta, se possiamo comprenderla con la fina mente, con la logica conseguenza di un vissuto, il nostro non sarà mai uguale a quello dell’Altro. Ogni individuo è unico e così il suo dolore, nonostante sia stato rimestato, maneggiato, rivisitato e consapevolizzato da tanta gente, nessuno è quella persona che lo sta vivendo in quel dato momento. Nessuno può levare la coltre creata dalla sofferenza, ma il corpo, egli, come un eroe antico, continua a lottare per esercitare le sue funzioni, per non morire. Coccoliamolo quel corpo, dedichiamogli pensieri dolci, carezze delicate; alimentiamolo di fiducia piena; osserviamolo mentre si lascia attraversare dal tormento; incoraggiamolo nel continuare a lottare per la vita; abbracciamolo. Non si arrenderà!

Caro Amico, Cara Amica che stai soffrendo,

qualunque sia la ragione della tua angoscia, concediti un respiro. Esso da ossigeno ai polmoni, rilassa lo stomaco, rinfresca i pensieri, libera la creatività, accoglie la speranza sparsa intorno a te da chi ti vuole bene. Accogli l’infelicità di questo momento, ti renderà più lieti i giorni che verranno quando essa cambierà cammino. Siediti, riposa la schiena, rilassa le spalle che tanti pesi stanno portando in questo particolare momento, allarga le braccia per raccogliere l’affetto dei tuoi cari e quando ti rimetterai in piedi, ringrazia le tue gambe che con fatica continuano il cammino verso la luce vitale dei tuoi sogni. Apri il cuore, pomperà il sangue nella direzione più giusta per te. Dì alla mente di riposare un momento, che sarà il corpo a prendersi cura di te. Respira a fondo amico, amica, non tentare di comprendere ora, ci sono dolori così profondi che non possono essere compresi dalla mente umana. Apri ancora le braccia e ora stringile al petto in un abbraccio che comprenda le mille braccia di chi ti ama. Sentile tutte sulla pelle, il loro cuore batte all’unisono con il tuo. Non sei solo, non sei sola, nemmeno per un momento lo sei stato e nemmeno per un momento lo sarai. Accogli dentro di te l’amore che viaggia ad alte frequenze, ti aiuterà a vibrare e tutto cambierà forma. Sii sincero con il dolore, non nasconderti e lascialo passare. Per finire caro amico, cara amica, accendi la musica, canta e balla se puoi, donati amore e affidati alla vita.

Manuela Griso

Il Tempio sacro della Donna. Vivere il corpo oltre l’ ideale.

Se possiamo godere del piacere dei sensi, se possiamo orientarci nell’ ambiente, pensare, sentire e soprattutto sperimentare la vita in tutte le sue sfumature è grazie al corpo, questo ‘strumento’ magnifico e perfetto ricettore del mondo esterno , conduttore e amplificatore di quello interno.

Il corpo comunica sempre, ci identifica, ci presenta al mondo e traduce per noi il mondo. L’ ambiente esterno e quello interno sono in continua comunione e reciproca influenza; gli effetti dunque sono osmotici ed il corpo il principale risultato di questo scambio.

Il corpo delle donne nel corso dei secoli è stato fortemente ‘canonizzato’, l’ideale di bellezza è cambiato radicalmente nel corso dei secoli e cambia tutt’ora in base al sistema socio-culturale in cui si trova ‘esposto’ . Nel generico accade che una cultura celebri in alternanza uno stile piuttosto che un altro, spesso ad uso e consumo di industria e produzione. La fisicità della donna sopperiva (e sopperisce tutt’ora) al canone estetico della moda del momento, sottoponendosi anche a durissime e rischiosissime pratiche ( corsetti, fasciature e stringhe, digiuni, malformazioni fisiche varie ecc.).

Tutt’oggi si aspira ad un ideale di perfezione fortemente e subdolamente indotto dalla pubblicità, dai social media e dalle case di moda; solo marginalmente iniziano a svilupparsi movimenti di ‘normalizzazione’ del corpo nelle sue naturali manifestazioni che, differendo dal canone ideale, vengono altrimenti chiamati “difetti” .

Molto facilmente quindi una giovane donna può crescere scollegandosi dal suo corpo, dai suoi bisogni reali e dal suo naturale modo d’ essere per seguire il modo in cui DEVE essere (pena la possibile emarginazione dal gruppo o dalla società) , perdendo così la connessione con la sua ciclicità.

Non a caso negli ultimi tempi aumentano situazioni problematiche nel rapporto con l’ alimentazione, dall’ anoressia all’ obesità passando da varie etichette ,tra cui la più moderna e variamente interpretata “curvy” ; non a caso , con il bombardamento di immagini a cui siamo sottoposti aumentano situazioni di bullismo (cyberbullismo) o body shaming ( l’ atto di deridere una persona per una qualsiasi caratteristica del suo aspetto fisico), non a caso milioni di donne si ammalano sempre più di tumore al seno o all’ utero, non a caso milioni di donne riportano problematiche e difficoltà con l’ apparato riproduttivo, non a caso questo può avere ripercussioni anche nella relazione con la propria sessualità ed il relativo piacere.

Proprio per la sua capacità creativa e rigenerativa il corpo di una donna in un solo mese cambia almeno 3 o 4 volte; nel corso di una vita intera mantiene una costante che è appunto il cambiamento. E’ per preservare il benessere del corpo stesso, durante queste cicliche e naturali trasformazioni ,che è importantissimo ampliare il più possibile il livello di coscienza e conoscenza del proprio corpo in modo da accompagnarci durante queste trasformazioni e trarne il massimo beneficio psico-fisico. Sarebbe utile, per non dire forse necessario, (a mio avviso indispensabile), educare le giovani donne al rapporto con il ciclo mestruale, alla relazione diretta con il proprio corpo, con i cambi ormonali, con la fame reale e quella emotiva, con il bisogno di riposo, il bisogno di movimento, la flessibilità, il sonno, le emozioni, la pancia e il cuore.

Il senso del ‘bello’ non è mai un valore assoluto ma la coscienza collettiva per il momento ha tutto l’ interesse a renderlo tale. Attualmente il culto della bellezza femminile è collegato maggiormente ,come condizionamento culturale, alla magrezza e/o alla massima definizione del muscolo ( condizionamento che interessa e attiva diverse macchine economiche – industriali ) oltre che all’ idea di ‘perfetto’, niente smagliature, niente peli, niente rughe o segni del parto : il corpo della donna è ancora fortemente erotizzato, reso oggetto ad uso e consumo a volte delle donne stesse che sono le loro peggiori nemiche.

L’ immagine della Donna ha ancora molta strada da fare per potersi ritenere “identità libera e forte”. L’ indipendenza economica non basta per poter affrancare la figura della donna dalle problematiche del passato, anzi io credo che si sia imprigionata ancora di più in segrete ben nascoste. Bisogna passare anche (e ancora) dall’ indipendenza affettiva, emotiva e dal riprendersi il proprio corpo, viverlo con cosapevolezza e elevarlo a Tempio per l’ anima.

Il benessere del corpo non può essere calato dall’ alto e nemmeno provenire dall’ esterno in senso generale ; una relazione sana con il proprio corpo è un patto di alleanza , un unione che permette di accedere anche alla dimensione dell’ anima. Corpo ed emozione sono strettamente connessi, corpo e pensiero sono strettamente connessi, l’ anima che tiene insieme tutto e che lo eleva a tempio ha bisogno che ci sia questa alleanza per esprimersi. A volte bisogna disimparare ciò che abbiamo fatto nostro dall’ esterno per imparare l’ ascolto e la cura di reali bisogni e necessità, perchè il corpo parla sempre.

Il poeta e scrittore tedesco Christian Morgenstern diceva : ” Bello è tutto ciò che si guarda con amore”.

Allora un corpo che viene trattato con rispetto e amore non può che essere anche portatore di bellezza.

Una donna che entra in contatto con la sua ciclicità, la sua capacità di trasformarsi, di generare nuova vita nella varie forme e modalità con cui la Vita può esprimersi ,diventa una donna che comunica non solo con il corpo ma anche con l’ anima, diventa una donna attraente nel senso che può portare a sè le persone in modo da condividere il suo stato, il suo contatto profondo con il corpo, la sua bellezza più vera.

Auguro ad ogni donna di godere e onorare questo bellissimo dono, partendo esattamente da come è.

Maria Rosa Iacco

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