Crescere Genitori

Quando si diventa genitori la propria vita cambia completamente, subisce uno stravolgimento emotivo, fisico, psichico, in termini di tempo, di priorità, di sentire, di essere. Un essere vivente dipende da noi, ci sentiamo investiti di responsabilità e non sempre ci sentiamo adeguati. Si leggono libri, si frequentano corsi pre-parto, si accettano consigli da parenti e amici che “ci sono già passati”, per tentare di rimanere in piedi, di sentirsi in grado, di farsi amare dal proprio cucciolo. Ci sono guru o presunti tali che vendono formule magiche, libretti di istruzioni, come se tutti i bambini e i genitori fossero uguali, come se noi non potessimo compiere scelte adeguate seguendo il nostro istinto. Non sono mai stata fan di chi promette miracolose soluzioni uguali per tutti, credo che ogni genitore nasca tantissime volte dal momento in cui viene al mondo un figlio. Nulla è statico. Come nostro figlio o nostra figlia crescono, così anche noi esploriamo il nostro nuovo ruolo, lo abitiamo, ce ne innamoriamo, a volte vorremmo uscirne fuori, altre volte ci usciamo davvero per poi rientrare dalla porta sul retro con una prospettiva tutta nuova, che ci porta a ri-nascere ancora. Per questo non solo credo, ma sono certa, che non esistano corsi, percorsi, modelli, metodi o quant’altro che offrano un’unica via risolutiva per tutti, che funzionino davvero e sapete perchè? Semplicemente perchè non possono prevedere ciò che ancora non è stato vissuto, perchè ogni essere umano è un mondo in evoluzione e deve affidarsi al proprio sentire, alle percezioni, all’amore genitoriale che lo guida sempre, se viene ascoltato.

Esistono corsi formativi esperienziali davvero belli e ricchi di contenuti, dove il conduttore porta nuovi punti di vista, diverse porte di servizio che non avevamo ancora scoperto. Corsi di gruppo, in cui si entra in contatto con altri genitori che vivono i nostri stessi stati d’animo, le difficoltà, le paure, i successi e nascono splendidi confronti. Si studiano possibilità, si verificano ipotesi lavorando sul “campo”, si sperimentano nuove visioni. Ma non ci sono soluzioni immediate, senza fatica, calate dal genio della lampada che tutto risolve al posto mio. Fare il genitore implica lo sporcarsi le mani, l’impastare la propria vita, i vissuti, l’infanzia, i traumi subiti e rivedere tutto quanto per comprendere dinamiche disfunzionali che vengono attuate con i nostri figli e che ci allontanano da loro. E’ fondamentale operare su se stessi, guardare in faccia i propri fantasmi, ammettere le proprie difficoltà. Non si può pretendere di lasciare in mano ad uno sconosciuto il rapporto più importante della nostra vita, credendo che possa risolverlo per noi.

Commetteremmo un terribile errore. L’amore implica impegno, costanza, cura. Avere cura. Le cure riservate ad un neonato però non possono essere le stesse di un bambino di 4 anni o di un adolescente di 14. Ci saranno cure diverse per ogni momento della sua crescita, ma non dimenticarti, che stai crescendo anche tu. Imparerai a conoscere tuo figlio un passo alla volta. Comprenderai ciò che ama e ciò che detesta, ciò che lo fa sentire triste o felice; il suo sguardo ti comunicherà il suo stato d’animo senza necessità di parole, il suo corpo ti mostrerà i segnali di malessere che saprai decifrare a menadito. Saprai dove ha una voglia, qual è il suo sorriso imbarazzato e cosa fa quando è stanco. Non smettere di osservarlo, perchè anche alcune di queste cose cambieranno. Inizierà a camuffare la tristezza con un sorriso, giocherà ad indossare maschere inconsce e tu potresti non accorgerti di tutto ciò. Lo hai fatto anche tu con i tuoi genitori, sono tappe fondamentali per la creazione della propria identità ed il distacco dalle aspettative. Non smettere di amarlo e non credere che ti ami di meno. Cresci con lui. Adatta le tue parole, calibra la tua corda tesa, stai in silenzio, ma porgi un orecchio. Ricordati di te bambino/a e poi ragazzo/a, le tue inquietudini, il tuo caos. Condividilo magari, assaporalo e prova a ricordare come hai messo ordine. Ti servirà ora, per sentirti un genitore adeguato, per rimettere ordine nel caos di insicurezza in cui magari piombi ogni tanto. Abbi fiducia in tuo figlio/a e in te.

E dunque, quali sono le soluzioni per “crescere genitori”?

Porsi domande, darsi risposte, formulare ipotesi, verificarle, confrontarsi, ritornare indietro, mettersi in discussione, cambiare le risposte e sentire la nascita di nuove domande. Tutto questo, fino alla fine dei vostri giorni.

Sotto giudizio, come un genitore.

Quando nasce un bambino nascono anche una mamma ed un papà.

Prima di allora due persone sono ‘solo’ un uomo e una donna, con vari ruoli nella società a far parte della loro identità. Un figlio segna un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita di una persona ; prima, per quanto possa essersi preparata a livello teorico, per quanto possa aver praticato con i figli degli altri , per quanto possa aver cercato nei libri, per quanto possa prendere o non prendere spunto dalla propria storia famigliare non sarà mai come il dopo. Nel bene e nel male le aspettative sono ben lontane dalla realtà, che sia il primo, il secondo o il quarto figlio.

Quando nascono una mamma e un papà (molto probabilmente anche prima) , nasce un giudice, rigido, implacabile e persistente, anzi molti.

Il primo, ed il più crudele è quello interiore : sarò una buona madre? sarò in grado di fare il padre? Saprò ascoltare i bisogni di mio figlio? Sarò in grado di dargli una buona educazione? Saprò comportarmi da buon genitore? Starò facendo la cosa giusta? Sarò all’ altezza? E milioni di domande simili che occupano la mente del genitore, minando costantemente l’ autostima e l’ operato quotidiano.

Gli altri sono i giudici esterni, i nonni, i fratelli, gli zii, i cugini, gli infermieri, i medici, gli amici, gli insegnanti, l’ istruttore di nuoto, di cavallo, di calcio, di danza, la signora del piano di sotto, la conoscente del palazzo di fronte e via dicendo…

Persone che, più o meno esplicitamente esprimono giudizi sull’ educazione (prettamente) o sullo stile di vita di una famiglia facendo per lo più paragoni o basandosi su ‘come dovrebbe essere’.

Il paragone è uno strumento per distinguere la critica costruttiva dal giudizio.

Chiaramente un esterno alla famiglia gode del privilegio, quando usato con coscienza e spirito di supporto, di poter osservare eventuali dinamiche o situazioni che dall’ interno si fatica a notare e questo è un vantaggio che può avviare circoli virtuosi di cambiamento, grazie al dialogo empatico e alla critica costruttiva.

Diverso è invece il giudizio espresso, come dicevamo, da un termine di paragone, di ‘meglio’ e ‘peggio’, di ‘si fa e non si fa’, ‘al suo posto avrei fatto’, ecc… giudizio o parere che spesso non è richiesto, che è parte del chiacchiericcio e non ha alcuna finalità di supporto alla famiglia. Questo ‘tribunale’ si va poi ad accompagnare al già proficuo dialogo interiore del genitore, innestando bombe di insicurezza e inadeguatezza che, di fatto, creano un gran caos.

Non esiste un ‘Manuale per la famiglia perfetta’, e se anche esistesse, spunterebbero sicuramente uno o più dissidenti.

Non esiste la famiglia perfetta in senso ideale, esistono famiglie guidate dall’ amore e famiglie in cui l’ amore bisogna proprio andarlo a stanare.

Puoi aver allattato tuo figlio al seno fino al sesto anno, avergli insegnato tutti gli sport del mondo, averlo iscritto alla migliore scuola della città, puoi avergli dato da mangiare cibo super biologico, puoi non averlo sgritato mai, usato tutte le tecniche possibili di educazione, e non necessariamente tutto questo fa di te un buon genitore.

Ogni bambino è un individuo unico e ciò che ha funzionato con un altro bambino in un altra famiglia (o anche con il fratello o la sorella più grande), potrebbe non funzionare con quel bambino in quel dato momento della sua crescita, in quello specifico momento della vita famigliare e in quella data predisposizione dell’ adulto.

Educare è un processo dinamico e mai unilaterale, è crescere insieme.

Posti alcuni pricipi di base specifici e scientifici rispetto alle fasi evolutive del bambino che possono rappresentare delle linee guida generali a cui fare riferimento in modo, appunto, generale, nello specifico di ogni situazione ciò che serve è il buon senso, un grande spirito di osservazione che permette di connettersi ai bisogni di quel momento specifico del bambino e molto molto Amore.

In una famiglia in cui regnano l’ attenzione ai bisogni fisici/evolutivi ma anche emotivi del bambino, l’ osservazione critica , il buon senso e l’ Amore (ultimo ma non ultimo chiaramente) quasi certamente possiamo trovare bambini e genitori felici, e non sarà poi così importante se la casa è in ordine, se i genitori sono insieme o separati, se il bambino non va a letto tutte le sere alle 9, se non mangia biologico, se è stato o non è stato allattato al seno eccetera eccetera.

Ai genitori dico questo, ci sarà sempre qualcuno pronto a proporvi un miglior metodo, un consiglio non richiesto o una critica per le vostre scelte educative, valutate sempre attentamente la fonte di queste critiche e soprattutto il fine ultimo.

State facendo il meglio che potete, nel momento in cui vi trovate, con quello che avete? Allora state facendo un ottimo lavoro ! Chiedete aiuto quando vi sentite in un vicolo cieco, questo può facilitarvi un pochino il compito ma sappiate che vostro figlio , vostra figlia vi amano immensamente a prescindere ( vi amano anche quando sembrano odiarvi, soprattutto durante l’ adolescenza, anzi, quello è il momento in cui hanno più bisogno del vostro silenzioso ma incrollabile Amore).

Vi dico anche che l’ amore non è nell’ evitare ai vostri figli le difficoltà della vita, di vario genere, dalla condizione economica alle separazioni, dalle famiglie allargate ai brutti voti a scuola, dalla frustrazione del no alle prime delusioni d’ amore, quelle le affronteranno comunque presto o tardi : prima imparano a trovare dentro di loro le risorse per affrontarle meglio sarà per la loro crescita.

Ascolate sempre ciò che vi sembra giusto fare , nel vostro profondo lo sapete, siate connessi a quell’ istinto animale che purtroppo abbiamo un pò perduto in onore del ‘ si è sempre fatto così’ oppure ‘tizia o caio hanno fatto così‘ e soprattutto connettetevi a vostro figlio meglio di un qualunque wifi esistente al mondo. Non mettetevi a paragone con nessuno, vostro figlio è unico e lo siete anche voi.

Buon cammino insieme ai vostri amati figli.

Il Dolore degli Altri



Non puoi sapere quanto dolore sta provando l’uomo o la donna o il bambino seduti vicino a te. Puoi vedere le loro lacrime, il viso contrito dalla sofferenza, il corpo offeso dal dolore, la disperazione dei famigliari, la speranza abbandonata su una sedia vuota. Puoi osservare e provare a sentire come il tuo corpo risponde a tutto questo. I pensieri che si inseguono nella tua mente alla ricerca delle parole giuste, del gesto perfetto, del dono che può alleviare tutto questo. Mi dispiace, ti capisco, è successo anche a me, sono qui per te, ti sono vicino…. sono queste le parole che pensiamo e pronunciamo più spesso in determinate occasioni. Ci sembrano piene, rotonde, adatte. Formalmente lo sono. Nella sostanza nulla è adatto. Nulla è perfetto. Perché la situazione non muta. Certo, sicuramente messaggi, pensieri, lettere e buone parole fanno da placebo e mostrano alla persona interessata che le vogliamo bene. La presenza sostiene. Ma quando si dice che si Nasce soli e si Muore soli, è una grande verità. Per quante persone possiamo avere accanto, è la nostra fetta di vita e possiamo viverla solo noi. Il dolore è così. Anche se siamo in due a soffrire per la stessa ragione, ognuno avrà il suo tormento da affrontare, portare avanti o lasciare andare. Nessuno può farlo al posto nostro. È dunque importante non giudicare il dolore altrui. Non possiamo percepire le sue stesse sensazioni, nè fisiche nè psichiche. La fatica, il mal-essere. Non ci resta che accogliere fin dove possiamo e farci presenza silenziosa. Un’anima affranta dedica pensieri alla vita, alla morte, all’amore, ai grandi temi esistenziali. Si pone domande, ricerca risposte, vaga nella mente e crea caos fuori da sé tanto quanto ne ha all’interno. Smuove acque, terreni, montagne… crea valanghe per poi ricostruire con consapevolezze nuove, fatica e fragile fiducia. Come si può comprendere tutto questo movimento? Come si può pensare di entrare appieno nell’energia, nella disperazione, nel dolore che sente l’Altro?

E’ potente e sacro il corpo. Egli lotta, giorno dopo giorno, per le sue funzioni vitali e lo fa silenziosamente, senza dare fastidio. La mente alle volte lo aiuta, altre lo mutila. Dal di fuori di quel corpo tutto sembra semplice, logico, spesso privo di fondamento. “Com’è possibile che non lo veda?” “Come si fa a soffrire così per questo?” “A me non sembra che stia poi così male…” Questi sono i pensieri che ci possono attraversare alle volte, perché indossiamo scarpe diverse da quell’individuo, occhi grandi pieni di compassione, empatia e amicizia, ma che semplicemente appartengono ad un altro corpo. E perfino se quella situazione l’abbiamo vissuta, se possiamo comprenderla con la fina mente, con la logica conseguenza di un vissuto, il nostro non sarà mai uguale a quello dell’Altro. Ogni individuo è unico e così il suo dolore, nonostante sia stato rimestato, maneggiato, rivisitato e consapevolizzato da tanta gente, nessuno è quella persona che lo sta vivendo in quel dato momento. Nessuno può levare la coltre creata dalla sofferenza, ma il corpo, egli, come un eroe antico, continua a lottare per esercitare le sue funzioni, per non morire. Coccoliamolo quel corpo, dedichiamogli pensieri dolci, carezze delicate; alimentiamolo di fiducia piena; osserviamolo mentre si lascia attraversare dal tormento; incoraggiamolo nel continuare a lottare per la vita; abbracciamolo. Non si arrenderà!

Caro Amico, Cara Amica che stai soffrendo,

qualunque sia la ragione della tua angoscia, concediti un respiro. Esso da ossigeno ai polmoni, rilassa lo stomaco, rinfresca i pensieri, libera la creatività, accoglie la speranza sparsa intorno a te da chi ti vuole bene. Accogli l’infelicità di questo momento, ti renderà più lieti i giorni che verranno quando essa cambierà cammino. Siediti, riposa la schiena, rilassa le spalle che tanti pesi stanno portando in questo particolare momento, allarga le braccia per raccogliere l’affetto dei tuoi cari e quando ti rimetterai in piedi, ringrazia le tue gambe che con fatica continuano il cammino verso la luce vitale dei tuoi sogni. Apri il cuore, pomperà il sangue nella direzione più giusta per te. Dì alla mente di riposare un momento, che sarà il corpo a prendersi cura di te. Respira a fondo amico, amica, non tentare di comprendere ora, ci sono dolori così profondi che non possono essere compresi dalla mente umana. Apri ancora le braccia e ora stringile al petto in un abbraccio che comprenda le mille braccia di chi ti ama. Sentile tutte sulla pelle, il loro cuore batte all’unisono con il tuo. Non sei solo, non sei sola, nemmeno per un momento lo sei stato e nemmeno per un momento lo sarai. Accogli dentro di te l’amore che viaggia ad alte frequenze, ti aiuterà a vibrare e tutto cambierà forma. Sii sincero con il dolore, non nasconderti e lascialo passare. Per finire caro amico, cara amica, accendi la musica, canta e balla se puoi, donati amore e affidati alla vita.

Manuela Griso

M’ama,non m’ama: è questo il problema?

A tutti nella vita sarà capitato almeno una volta di pensare: perché non mi ama? (O non mi ha amato?) A questa domanda segue: cos’ho che non va? Cosa mi manca?
Il tempo, la rabbia ci portano a fare un prima passaggio: è lui/lei che non sa amare.
Conserviamo così quei pezzetti di autostima che ci sono rimasti, li mettiamo al sicuro e ,come lo specchio-riflesso che si faceva da bambini, giriamo sull’altro il problema. Perché si sa che da qualche parte il problema deve esserci. O sono io o è l’altro.
Passano i mesi e alle volte anche gli anni. Acquisiamo nuove consapevolezze e vediamo un passaggio delicato che prima non potevamo vedere: abbiamo/avevamo due concetti diversi di Amore.
Non sono io quello sbagliato e non lo è nemmeno l’altro. Siamo solo due persone diverse, con valori, bisogni e precetti d’amore che non corrispondono.


A questo punto entrano in campo altre domande. Mollare o tenere? Lasciare o lottare? Accettazione o compromesso? E cosa si cela dietro a tutto questo? Il sogno di una vita che vediamo sfumare, la paura della solitudine, la falsa certezza di non meritare amore, la scusa del “nessun rapporto è perfetto, cosa pretendo?”. Accontentarsi. Una parola dura, fredda, che finge accoglienza. Si dice spesso: devi accontentarti di ciò che hai altrimenti rischi di essere sempre infelice.
Meglio infelice vero che contento per finta.

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Senza cadere nell’utopia, l’Amore ha il meraviglioso compito di farci sentire a casa. Accolti, amati, alleati, protetti, compresi, sostenuti. Accontentarsi di qualcosa di meno è una forma di non rispetto per noi stessi, ma anche per l’altro. Cosa doniamo in cambio di un amore di cui dobbiamo accontentarci? Non permettiamo a noi e all’altro di essere amati davvero. E qui sì che si cela la vera infelicità. Vivere un amore tormentato toglie energie invece di donarne.
Perché sottostare a tutto questo? Per timore dell’altro forse, per le reazioni del mondo esterno alla coppia, per i figli, per i bei tempi passati insieme anche, per la paura di perdere il sogno.
Il sogno di una famiglia, inteso come coppia con figli, fa parte della cultura occidentale in modo profondamente radicato. Una donna che non fa figli viene vista spesso come una donna egoista, fredda, poco amorevole e che non fa la sua parte nel cerchio della vita. Un uomo senza una famiglia è quell’uomo che non è socialmente adeguato, non può mostrare il suo valore umano. La famiglia d’origine ci spinge al sogno di emulazione o distanziamento dall’idea di famiglia vissuta. Si ricerca l’idea di famiglia come nucleo saldo, porto sicuro in cui fare ritorno. Ebbene il sogno diventa obiettivo e scava dentro di noi il senso di inadeguatezza finché non lo raggiungiamo. Ma restare legati ad una persona per timore di non realizzare più quel sogno (peraltro indotto) ci fa perdere l’essenza di quel desiderio, la base su cui fondarlo: noi stessi. E, in fondo, che cos’è davvero una famiglia? E’ per forza una coppia con figli?

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Domandiamoci dunque se quel sogno è proprio nostro e se per realizzarlo vanno bene tutte le carte del mazzo o ci vuole quella speciale. Alle volte desideriamo qualcosa da così tanto tempo che non ci chiediamo più se la vogliamo ancora. Semplicemente siamo programmati per arrivare a quello e torturiamo noi stessi, accettiamo qualsiasi cosa pur di non abbandonarlo. Forse, il vero sogno, è al di là del muro, ma non lo vediamo.
Domandiamoci dunque se la sofferenza, l’agonia e la rabbia per essere stati lasciati non siano in realtà la nostra benedizione per poter vedere oltre. Domandiamoci se è l’amore che fa davvero soffrire o quello è il desiderio non corrisposto. Domandiamoci se i nostri bisogni possono essere messi in secondo piano. Riflettiamo sull’accantonare noi stessi per far spazio all’altro. Può essere che ci perdiamo per sempre. L’amore non è finzione. Prima o poi noi o l’altro ci smascheriamo e a quel punto cosa resta?
Siate fedeli a voi stessi. Siate onesti. Siate liberi. Amate e lasciatevi amare. Con amore.

La Fatica di Amarsi



Fin da piccoli parte la rincorsa all’amore. Della mamma e del papà, tentando di non deluderli. Della maestra e dei compagni per farsi accettare. Del primo fidanzato o della prima fidanzata per farsi amare come la nostra aspettativa spera.
Si resta spesso delusi, si incontrano rifiuti, si spezzano legami, si piange, si crede di non essere abbastanza per essere amati.
La vita spesso ci mette dinnanzi a delle scelte difficili. L’incontro tra l’amore e l’aspettativa, in cui sei tu che devi scegliere tra realtà e fantasia. Ma quale dei due è effettivamente reale? È la tua aspettativa ad essere troppo alta, lontana dalla realtà, o è questo sentimento che si è camuffato con l’aspetto dell’amore?
Per tutta la vita inseguiamo l’amore, ma non ci accorgiamo che lo abbiamo già, dobbiamo solo reindirizzarlo. Ed è la fatica più grande del mondo per moltissime persone.

Che cos’è l’Amore? Cosa vuol dire Amare?
Se leggiamo sul dizionario troveremo una cosa molto interessante.
« L’amore è un sentimento di viva affezione per una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia. »
Cita l’amore filiale, materno; l’amore inteso come desiderio sessuale e poi scrive: « Può anche essere rivolto a sé stesso, come manifestazione di egoismo e di egocentrismo ».
Dunque Amarsi per il dizionario significa essere egoisti ed egocentrici. Sarebbe bello conoscere le riflessioni che vengono alla vostra mente dopo aver letto questa definizione.
La prima opinione che abbiamo di noi stessi ci viene donata dallo sguardo altrui. Se mamma e papà ci guardano con dolcezza, ci lodano, sono affettuosi e presenti, sicuramente penseremo di essere personcine di valore. Incontreremo nonni, zii, maestre, compagni che ci rimanderanno altre immagini di noi. Ogni volta, il nostro sguardo interiore calibrerà le informazioni che gli arrivano e rifletterà un’immagine di sé che ci dirà se andiamo bene o no. Chiaramente più immagini di un noi sbagliato ci arriveranno, più verremo categorizzati (pigro, cattivo, pesante ecc ecc) e più crederemo di essere quello che gli altri vedono. A poco a poco l’amore per noi stessi, dato anche dall’istinto di sopravvivenza, può venire meno. Avremo un immagine di noi che giudicheremo inadeguata. Riprendere fiducia in noi stessi e dimostrarci di non essere come ci vedono, sarà molto difficile, perché anche noi, ormai, ci guardiamo con lo stesso specchio.

Il compito degli adulti é come sempre arduo ma indispensabile. Fondamentale. Essere presente, sottolineare la bellezza, i punti di forza, i talenti dei nostri bambini, dare loro un’immagine giusta di sé é davvero estremamente importante. Giusta perché nessuno di noi é solo bianco o solo nero. Sicuramente è essenziale conoscere i propri « difetti » tanto quanto i propri « pregi », la differenza sostanziale sta nel modo in cui trattiamo questo delicato paragrafo della vita e in quale momento di sviluppo del bambino. Ad ogni sensibilità va agito un modus operandi adeguato. Cosa ci guida? L’EMPATIA .
Definisco l’empatia la prima forma di amore. Senza di essa non può esistere il concetto di amore. E ritorniamo alla domanda iniziale: che cos’è l’amore?
Ognuno di noi ha la sua personale risposta. Credo che non si possa dare una definizione unica. Sicuramente tutti avremo pensato a qualcosa di bello, perché l’amore ci ricorda questo. Alle volte però possono esserci persone cresciute nel totale disamore,che ormai sono convinte che quello sia una forma d’amore e che sia l’unica che si meritano. In questo caso l’amor proprio non esiste. Ed è faticoso uscire da questo circolo vizioso.
L’amore per se stessi non é egoismo! Non é egocentrismo!
É la forma d’amore più difficile da mantenere! Siamo immersi in una società che punta lo sguardo sulle mancanze, su ciò che non va bene. Una società che punta il dito nella direzione sbagliata, perché nessuno può agire sull’altro. Possiamo solo cambiare noi stessi. Il dito in questione andrebbe quindi rivolto in altra direzione. Guardarci con sguardo delicato, soffermarci sull’abbondanza, curare i talenti, accarezzare le nostre mancanze e SCEGLIERE chi vogliamo diventare.

Nessuno ci conosce veramente. Ognuno di noi ha i suoi segreti, il suo stesso inconscio ne é un esempio. Scardinare un’immagine ingiusta di sé é un’operazione assai complessa. Significa rinnegare tutta la visione altrui, dove gli altri spesso sono la tua famiglia. Amarsi é un atto coraggioso! Coraggioso e faticoso, ma necessario per essere felici. E dunque… chi vedo quando mi guardo allo specchio?

“Ciao, sono io, che cosa mi mostri oggi? I tuoi occhi parlano,hanno storie da raccontare, immagini da stampare su fogli bianchi con colori accesi e gioiosi. Vedo l’oscurità profonda in alcuni momenti, ma non preoccuparti, ti darò anche il nero. C’è questo io che a volte sembra un tu perchè non lo conosci bene. Imparerai a farlo. Un pezzo alla volta, con fatica, ti vedrai davvero, costruirai la vera te e ti amerai. Saprai quando dire no e quando dire sì. Lo sentirai, dentro di te, come una mamma sente il suo bambino. Devi allenarti come un atleta per le finali olimpioniche. Un giorno dopo l’altro. La prima scelta sarà la più difficile. Domandati: che cosa desidero davvero io? Ce la farai. Ne sono certa. Oggi mi hai visto, è un grande passo. La vita è breve, la strada lunghissima, ma puoi scegliere tu il tratto da percorrere. E’ faticosa, ma può esserlo meno. Liberati dal fardello che porti con te. All’interno ho riconosciuto il senso di colpa, la scarsa autostima, l’immagine di te rispecchiata dagli occhi di chi non ti merita.Lascia la maschera.C’è un dono prezioso che ti aspetta, un dono che vai ricercando negli altri, ma che è già racchiuso dentro di te: l’Amore. Con lui ci sono Rispetto e Fiducia. Ti stanno aspettando. Non ti abbandoneranno, Bambina. Parti per il tuo viaggio.Sii coraggiosa! La vetta ti aspetta. Il panorama è stupendo! Ci incontreremo in cima.”

Buona Rinascita!


Manuela Griso


Due Volte Mamma

Una mamma con più figli è sicuramente una donna fortunata. Ha più occhi da guardare, più bocche a cui sorridere, più amore da donare e da ricevere. Ha anche però una grande croce sul cuore: la divisione emotiva continua e sistemica. Quando una mamma apre gli occhi al mattino, il suo primo pensiero va al suo bambino: entra così nella sua cameretta, lo guarda dormire sereno, si siede al suo fianco, lo accarezza, lo bacia, gli sussurra un delicato buongiorno e gli ricorda tutto il suo amore. La mamma di più figli, la mattina quando entra nella stanza dei suoi bambini, non sa mai da chi andare per primo. Qui scatta la prima parte della giornata in cui si sente divisa. Se sono due allora si siede in mezzo, se possibile, dona una carezza ad uno e all’altro nello stesso momento, poi però deve decidere a chi dare il suo primo bacio. Sembra magari una banalità, ma non è così.
La mamma con tre o più figli prova, anche, quella strana sensazione di inadeguatezza per non avere tante braccia quanti sono i suoi figli, per poterli accarezzare tutti insieme.
Il senso di colpa verso l’uno e/o verso l’altro dilaga fin dalla gravidanza. Alla notizia di aspettare un secondo bambino, una mamma è felice. Per sé, ma anche per il suo primo figlio, perchè è consapevole del fatto che un fratello sarà un regalo per la vita. Verissimo. Entra in gioco però anche il tarlo del tempo, delle attenzioni, della paura di non essere in grado di gestire due figli,tanto nella difficoltà pratica quanto nella complessità emotiva di entrambi i bambini e della propria.E qui, la felicità viene velata dalla paura. Quando il bambino nasce, la mamma comprende quanto i suoi timori fossero fondati. E’ vero che non avrà più il tempo di prima da dedicare alla sua prima creatura:il suo tempo andrà diviso e non sempre equamente. Le attenzioni verso i suoi figli saranno per lei una riflessione costante: “Avrò abbracciato abbastanza …. oggi?” “Avrò detto a …. che gli voglio bene?” “Avrò guardato abbastanza attentamente il disegno di …?” e così via con milioni di interrogativi che non fanno altro che farla sentire inadeguata.Non vi è solo un carico di gestione pratica (uno va a scuola, l’altro deve dormire; porta a calcio uno e in piscina l’altro, dai da mangiare a uno e intanto prepara per l’altro ecc ecc ) c’è soprattutto un carico emotivo-relazionale che va gestito in maniera efficace.
I pensieri cupi e ingannevoli creati dalla mente, che fanno sentire una mamma inadeguata, spesso non li sente nessuno. Ognuno cela dentro di sé quel macigno che pesa sul cuore ogni giorno di più. Si cerca di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, di fare per l’uno e per l’altro il massimo che si possa fare, anche quando si è stanche, sfinite, malate. Ci si dimentica di se stesse e si passa un tempo indefinito a parlare solo dei figli e, nonostante tutto, ci si sente ancora sbagliate.
Alcune mamme entrano in depressione post partum, generalmente dovuto ad un calo degli ormoni, ma credo anche che non sia solo questo. Il pensiero crea.E come si crea un qualcosa di bello, di positivo e gratificante, così il senso di colpa può creare depressione, senso di inadeguatezza, ansia e rifiuto.

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La nuova creaturina poi deve rientrare in un ordine famigliare.
Per questo la mamma comincia a pensare:
1.Il mio primo figlio è il mio grande amore, e lui?
Si può pensare di non essere in grado di amare altrettanto intensamente il secondo figlio e di sentirsi in colpa per questo. Spesso, alla nascita, è proprio così. Ma questo non dovrebbe spaventare, perchè l’amore per un figlio è l’unico che cresce di giorno in giorno, quindi, se ci pensassimo lucidamente, potremmo comprendere come anche il primo figlio, lo amiamo più oggi di ieri. Sarà inoltre la diversità caratteriale a permetterci di amare i nostri figli in egual misura, anche se in modo diverso.
2. Il piccolo mi sta sempre attaccato. Lui cosa penserà?
Il pensiero della gelosia che il maggiore possa provare è uno dei tarli più ricorrenti per le mamme. La paura di non essere abbastanza presenti e di non poter ripristinare il piano di prima (Io e te soli) è fonte di grande angoscia per la mamma.
3. Verrà amato come l’altro mio figlio?
Se non bastasse porsi dei dubbi sulla propria capacità di donare amore, si pensa anche a quella di tutta la famiglia: papà, nonni ecc… Una condizione del tutto naturale poichè scatta in noi il meccanismo della conservazione della specie per mezzo del branco.

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Il periodo del post-partum è uno dei più delicati di tutta la vita. La donna si sente spesso sola, insicura, sbagliata. Si tende a pensare di dover essere perfette e ad inseguire un ideale di perfezione che cambia anche in base all’interlocutore con cui si parla. Ci si concentra sul bambino, sui suoi bisogni e ci si dimentica della mamma. Una pluripara poi crede di sapere cosa la aspetta visto che ha già vissuto una gravidanza. Per cui quando sente arrivare certi pensieri li scaccia via come le mosche in estate e, avendo studiato anche tutta la teoria, essendo passata per schemi e tabelle dentro cui dovevano restare lei e il suo primo figlio, si sente forte e pronta ad affrontare il periodo difficile che sa che la aspetta. Non vi fate convincere! Per quanto una donna sia pronta, sicura e convinta, potrebbe sempre avere bisogno di supporto in un qualche dato momento e spesso, non lo chiederà. E’ fondamentale quindi accorgersene ed avere un supporto famigliare. La sensazione di doversi dividere costantemente, la si vive in ogni momento a partire dalla nascita del secondo figlio e alle volte anche prima. Quel meraviglioso equilibrio che si era creato tra mamma e bambino verrà spezzato e bisognerà crearne uno nuovo. Ci saranno momenti di rabbia, di paura, di tristezza, ma anche molti momenti gioiosi, spensierati e incredibilmente calmi. Crescere due o più bambini ha una moltitudine di colori e sfumature di cui non possiamo essere consapevoli se non nel momento in cui lo viviamo. Avremo modalità diverse, vissuti emotivi distanti da quando avevamo un figlio solo; avremo un cuore in più con cui condividere momenti unici e preziosi che renderanno la nostra vita un quadro stupefacente.

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In questo periodo,una mamma bis è diventata bis in tutto. Maestra, psicologa, zia, nonna, amica. Durante il lockdown la famiglia era l’unico nucleo relazionale per il bambino/ragazzo, perciò mamma e papà si sono ritrovati a dover ricoprire anche ruoli non propri, al fine di permettere al proprio figlio di continuare a sperimentarsi nelle varie relazioni. Essere però l’amica o la maestra di una figlia 12enne e quella di un figlio di 3 non è impresa da poco.Ho imparato che per amare così tanto ci vuole coraggio, spirito di sacrificio, fiducia,generosità e una punta di follia. Perchè per prendersi cura di un altro essere umano non basta la volontà.

Per questo e per tutto ciò che fate, avete fatto e farete, care mamme, vi dedico queste parole…

A tutte voi, noi, che ogni giorno lottiamo per i nostri figli, siano essi pezzi di cuore con braccia e gambe o siano progetti nati dal profondo dell’anima.
Abbiamo in mano il mestiere più difficile del mondo, amatevi, sorridete, perdonatevi.
Per tutte le volte che fate le mamme come desiderate essere, per tutte le volte che non lo siete affatto. Siate orgogliose dei vostri “bambini”, abbandonate le aspettative su di voi e su di lui. Semplicemente SIATE. La mamma migliore del mondo e la peggiore, quella che ride e quella che si arrabbia, quella che gioca e quella che non ha voglia, quella che punta tutto sul suo progetto e quella che si domanda che cosa sta facendo.
Siete bellissime con tutte le vostre forme, le vostre contraddizioni, le vostre manie, fobie, paure, sogni, speranze, lotte.
Grazie per tutto ciò che siete e sarete. Grazie per non arrendervi mai!

Manuela Griso

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