Comunità e identità : il bambino diventa i modelli che vede.

Questo è il nostro obbligo nei confronti del bambino: dargli un raggio di luce, e seguire il nostro cammino.”

Maria Montessori esprime in questo modo, sintetico e chiaro, ciò che accade durante il processo di costruzione dell’ identità e del ruolo chiave della comunità adulta intorno al bambino.

Sottolineando l’ importanza dell’ ambiente fisico, emotivo e relazionale in cui il bambino è immerso, vediamo nel quotidiano come i bambini sembrino “caricature” degli adulti che li circondano. Ne imitano gesti, parole e frasi, spesso senza ancora conoscerne contesto e significato, non solo durante il gioco simbolico ma anche e soprattutto nel loro modo di essere nel mondo (e di relazionarsi con esso).

Come per tutti i nuovi nati, per orientarsi nello spazio e nella società i piccoli seguono i grandi, soprattutto (e prima di tutto) ciò che i grandi fanno, al di là delle posizioni etiche e morali di giusto e sbagliato (concetti anche questi presi dall’ ambiente adulto).

“Ciò che siamo insegna ai bambini molto più di ciò che diciamo, ecco perché bisognerebbe essere ciò che vogliamo che i nostri bambini diventino.” J. Pearce

Nel corso del tempo stiamo assistendo a numerosi cambiamenti degli assetti sociali. Fino a oltre la metà del 900 i bambini nati da un nucleo famigliare erano i bambini di tutti, venivano cresciuti dagli adulti della comunità, che essi fossero imparentati oppure no, l’ educazione e l’esempio passavano oltre che dai genitori, anche da nonni, zii, cugini, vicini di casa, passavano dal quartiere, dalle botteghe, dagli anziani, dai bambini più grandi e, non ultimo, dalla scuola, l’ influenza dei media era ancora marginale e sicuramente meno persuasiva rispetto alla vita reale.

Ad oggi le famiglie stanno diventando nuclei piuttosto isolati, fatto salvo per i fortunati che possono vivere i benefici del grandissimo aiuto dei nonni, la maggior parte del carico educativo lo sostengono i genitori, la scuola e , per chi lo pratica, lo sport.

Mamme e papà si ritrovano spesso soli sotto vari fronti :economico, sociale, relazionale o puramente gestionale. Si sentono sempre più spesso frasi come “non è mica figlio mio” oppure “belli i bambini purchè se li tengano i genitori” , “sono io il genitore e solo io sò quello che è giusto per mio figlio” , “cosa penseranno di me se lascio mio figlio a ….” , “non posso chiedere aiuto perchè altrimenti penseranno che non sono capace di gestire mio figlio” ecc.

Questa solitudine a volte è subita e altre è ricercata, come a voler proteggere il figlio da un mondo esterno che, presto o tardi incontrerà comunque e col quale dovrà avere a che fare ,con a disposizione più strumenti possibili per vivere una vita piena ed esprimere tutta la sua meraviglia (oltre alla pura sopravvivenza).

Anche rispetto alle figure educative “esterne” si è creata sempre più distanza, spesso vengono intraprese vere e proprie battaglie egoiche tra educatori e genitori, tra scienza e coscienza, che vogliono dimostrare di “saperne di più” ,uno rispetto all’altro, dimentichi purtroppo della loro alleanza e dimenticando di essere persone prima ancora che ruoli, persone che dovrebbero guardare ad un punto comune che è il benessere del bambino.

Questa cerchia sempre più chiusa crea un limitato numero di Modelli a disposizione del bambino e la spinta del giovane alla ricerca di integrazione attraverso mezzi alternativi (guardiamo quanta capacità di persuasione hanno gli influencer o i social media in generale). I giovani si ritrovano sempre più isolati e insicuri, spesso passivi. Dall’ altra parte gli stimoli che arrivano dal virtuale rischiano di diventare talmente tanti da non essere più in grado di scegliere cosa sia costruttivo e cosa no.

Senza la volontà attiva di esprimere se stessi, di portare il loro valore aggiunto nel mondo, i bambini rischiano di diventare passivamente quello che l’ ambiente intorno chiede loro di essere. Senza qualcuno che li ispiri, che li aiuti ad alimentare il loro fuoco, il desiderio, la curiosità, rischiano di prendere il male minore, la direzione dei ‘molti’, qualunque essa sia, oppure diventare la copia sputata dei loro genitori, doti e qualità ma anche drammi e sofferenze.

Non sono solo i bambini a crescere. Anche i genitori lo fanno. Così come noi guardiamo cosa fanno i nostri figli delle loro vite, loro guardano noi per vedere cosa facciamo delle nostre. Non posso dire ai miei figli di cercare di raggiungere il sole. Tutto ciò che posso fare è raggiungerlo, io stesso.” Joyce Maynar

Per esprimere la sua Unicità il bambino ha bisogno del contesto adatto alla fioritura, vario e il più possibile positivo alla sua crescita fisica, mentale, spirituale. Diversificare gli esempi da seguire può aiutare ad orientarsi meglio nella realtà (anche quella interiore) ma attenzione, l’ accesso alle nuove tecnologie può aprire ad un eccesso di stimoli, per questo è importante entrare nel mondo del bambino e del ragazzo , vedere dove si stà dirigendo, chi guarda, chi ammira e perchè. Le canzoni che ascolta, le immagini che vede entrano a far parte del suo ambiente e contribuisce alla formazione della sua identità.

” Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.” Il Signore degli Anelli

La comunità, che ha come punto centrale il bambino, si stà occcupando contemporaneamente del suo presente e del suo futuro. Un adulto che si occupa del suo benessere, di Essere la migliore versione di se stesso, stà insegnando la stessa cosa al bambino e stà contribuendo al benessere della comunità intera.

Maria Rosa Iacco


Sotto giudizio, come un genitore.

Quando nasce un bambino nascono anche una mamma ed un papà.

Prima di allora due persone sono ‘solo’ un uomo e una donna, con vari ruoli nella società a far parte della loro identità. Un figlio segna un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita di una persona ; prima, per quanto possa essersi preparata a livello teorico, per quanto possa aver praticato con i figli degli altri , per quanto possa aver cercato nei libri, per quanto possa prendere o non prendere spunto dalla propria storia famigliare non sarà mai come il dopo. Nel bene e nel male le aspettative sono ben lontane dalla realtà, che sia il primo, il secondo o il quarto figlio.

Quando nascono una mamma e un papà (molto probabilmente anche prima) , nasce un giudice, rigido, implacabile e persistente, anzi molti.

Il primo, ed il più crudele è quello interiore : sarò una buona madre? sarò in grado di fare il padre? Saprò ascoltare i bisogni di mio figlio? Sarò in grado di dargli una buona educazione? Saprò comportarmi da buon genitore? Starò facendo la cosa giusta? Sarò all’ altezza? E milioni di domande simili che occupano la mente del genitore, minando costantemente l’ autostima e l’ operato quotidiano.

Gli altri sono i giudici esterni, i nonni, i fratelli, gli zii, i cugini, gli infermieri, i medici, gli amici, gli insegnanti, l’ istruttore di nuoto, di cavallo, di calcio, di danza, la signora del piano di sotto, la conoscente del palazzo di fronte e via dicendo…

Persone che, più o meno esplicitamente esprimono giudizi sull’ educazione (prettamente) o sullo stile di vita di una famiglia facendo per lo più paragoni o basandosi su ‘come dovrebbe essere’.

Il paragone è uno strumento per distinguere la critica costruttiva dal giudizio.

Chiaramente un esterno alla famiglia gode del privilegio, quando usato con coscienza e spirito di supporto, di poter osservare eventuali dinamiche o situazioni che dall’ interno si fatica a notare e questo è un vantaggio che può avviare circoli virtuosi di cambiamento, grazie al dialogo empatico e alla critica costruttiva.

Diverso è invece il giudizio espresso, come dicevamo, da un termine di paragone, di ‘meglio’ e ‘peggio’, di ‘si fa e non si fa’, ‘al suo posto avrei fatto’, ecc… giudizio o parere che spesso non è richiesto, che è parte del chiacchiericcio e non ha alcuna finalità di supporto alla famiglia. Questo ‘tribunale’ si va poi ad accompagnare al già proficuo dialogo interiore del genitore, innestando bombe di insicurezza e inadeguatezza che, di fatto, creano un gran caos.

Non esiste un ‘Manuale per la famiglia perfetta’, e se anche esistesse, spunterebbero sicuramente uno o più dissidenti.

Non esiste la famiglia perfetta in senso ideale, esistono famiglie guidate dall’ amore e famiglie in cui l’ amore bisogna proprio andarlo a stanare.

Puoi aver allattato tuo figlio al seno fino al sesto anno, avergli insegnato tutti gli sport del mondo, averlo iscritto alla migliore scuola della città, puoi avergli dato da mangiare cibo super biologico, puoi non averlo sgritato mai, usato tutte le tecniche possibili di educazione, e non necessariamente tutto questo fa di te un buon genitore.

Ogni bambino è un individuo unico e ciò che ha funzionato con un altro bambino in un altra famiglia (o anche con il fratello o la sorella più grande), potrebbe non funzionare con quel bambino in quel dato momento della sua crescita, in quello specifico momento della vita famigliare e in quella data predisposizione dell’ adulto.

Educare è un processo dinamico e mai unilaterale, è crescere insieme.

Posti alcuni pricipi di base specifici e scientifici rispetto alle fasi evolutive del bambino che possono rappresentare delle linee guida generali a cui fare riferimento in modo, appunto, generale, nello specifico di ogni situazione ciò che serve è il buon senso, un grande spirito di osservazione che permette di connettersi ai bisogni di quel momento specifico del bambino e molto molto Amore.

In una famiglia in cui regnano l’ attenzione ai bisogni fisici/evolutivi ma anche emotivi del bambino, l’ osservazione critica , il buon senso e l’ Amore (ultimo ma non ultimo chiaramente) quasi certamente possiamo trovare bambini e genitori felici, e non sarà poi così importante se la casa è in ordine, se i genitori sono insieme o separati, se il bambino non va a letto tutte le sere alle 9, se non mangia biologico, se è stato o non è stato allattato al seno eccetera eccetera.

Ai genitori dico questo, ci sarà sempre qualcuno pronto a proporvi un miglior metodo, un consiglio non richiesto o una critica per le vostre scelte educative, valutate sempre attentamente la fonte di queste critiche e soprattutto il fine ultimo.

State facendo il meglio che potete, nel momento in cui vi trovate, con quello che avete? Allora state facendo un ottimo lavoro ! Chiedete aiuto quando vi sentite in un vicolo cieco, questo può facilitarvi un pochino il compito ma sappiate che vostro figlio , vostra figlia vi amano immensamente a prescindere ( vi amano anche quando sembrano odiarvi, soprattutto durante l’ adolescenza, anzi, quello è il momento in cui hanno più bisogno del vostro silenzioso ma incrollabile Amore).

Vi dico anche che l’ amore non è nell’ evitare ai vostri figli le difficoltà della vita, di vario genere, dalla condizione economica alle separazioni, dalle famiglie allargate ai brutti voti a scuola, dalla frustrazione del no alle prime delusioni d’ amore, quelle le affronteranno comunque presto o tardi : prima imparano a trovare dentro di loro le risorse per affrontarle meglio sarà per la loro crescita.

Ascolate sempre ciò che vi sembra giusto fare , nel vostro profondo lo sapete, siate connessi a quell’ istinto animale che purtroppo abbiamo un pò perduto in onore del ‘ si è sempre fatto così’ oppure ‘tizia o caio hanno fatto così‘ e soprattutto connettetevi a vostro figlio meglio di un qualunque wifi esistente al mondo. Non mettetevi a paragone con nessuno, vostro figlio è unico e lo siete anche voi.

Buon cammino insieme ai vostri amati figli.

Le Donne sono Inferiori, gli Uomini non possono piangere: l’Identità Rubata.

Le differenze di genere fanno parte, culturalmente, di ognuno di noi, ma non solo… biologicamente siamo sicuramente diversi, ma come diverso è qualunque altro individuo rispetto a noi. Sono state instaurate però convenzioni sociali che limitano l’individualità, ci inscatolano in recinti prestabiliti da altri e se si tenta di uscire, si viene tacciati di essere “strani”. Tutto ciò che non è riconosciuto nei parametri stabiliti da chissà chi nel corso della storia viene bandito, additato come “non normale”. Un libro che ho apprezzato moltissimo sull’argomento è “Viola e il Blu” di Matteo Bussola e vi invito a leggerlo con i vostri bambini e nelle scuole, perché dà spazio a domande e riflessioni profonde su ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Viola è una bambina a cui piace il Blu, ma già alla sua giovane età, si accorge di come questo sia un problema, o meglio, la punta di un iceberg di “problemi” sull’identità di genere in cui ci vogliono inscatolare. Siccome sei femmina ti deve piacere il rosa, non puoi fare determinati sport, mentre se sei maschio non puoi piangere, non puoi lavorare meno di tua moglie e stare di più con i tuoi figli e figlie , e via via con “piccole” e grandi questioni, a cui il suo papà tenta di dare una risposta o di porre l’attenzione su come queste privazioni e predefinizioni di ciò che dovremmo essere ci fanno sentire. Un libro dalle parole semplici, ma profondissime, un testo da portare nelle case e nelle scuole, affinché si possa sdoganare la vera libertà di essere, indipendentemente dal genere a cui si appartiene.

Riprendendo il concetto iniziale, è certamente vero che a livello biologico siamo diversi e tutti i maschi hanno determinate caratteristiche fisiche e tutte le femmine ne hanno altre. Ci sono studi che riportano come anche i due cervelli siano formati in modo differente. Ma se prendiamo due donne o due uomini o due bambini o due bambine, troveremo comunque delle diversità, pur appartenendo allo stesso genere. Dove sta dunque la difficoltà nel comprendere, consapevolizzare e di conseguenza attuare e passare messaggi di libertà di individualità indipendentemente dal genere di appartenenza? La questione parrebbe semplice, gli studi ci sono, gli psicologi mostrano i loro pareri contrari a queste forme di restrizioni e recriminazioni, ma ancora una grossa fetta di popolazione continua a muoversi in questa direzione convinta che sia quella giusta. Ma osserviamoli i bambini e le bambine.Non facciamoci trascinare da bende invisibili che ci coprono gli occhi e trattengono le emozioni. Mostriamo loro che un uomo può piangere e che in questo modo evidenzia la sua umanità, non la fragilità, che se sta con i suoi figli e figlie non fa il “mammo” e non “aiuta la mamma” perchè quelli sono anche figlie e figli suoi e c’è un termine ben preciso che lo definisce: Papà.

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Ci sono memorie cellulari antichissime che il cervello rettiliano conserva e che supportano le azioni per la sopravvivenza, ma il cervello si è evoluto e ci sono altre parti che lo completano e lo rendono in grado di discernere ciò che sente e portarlo alla luce. Non saremo mai veramente liberi finchè non ci affrancheremo da queste convenzioni sociali che ingabbiano l’individuo e lo incasellano secondo un regime preciso. Le donne sono spesso viste come incapaci o elementi meno produttivi rispetto agli uomini. Le menti ottuse e barbariche continuano a perpetuare questo pensiero anche nei bambini. Ma se li osservate i bambini e le bambine , non ragionano per categorie. Un loro compagno si fa male o ha un momento di scoramento, loro non guardano se è maschio o femmina, si avvicinano, chiedono cosa è successo, si preoccupano sinceramente della persona che è in difficoltà in quel momento. L’Umanità. Tutta. Quella intera. Questo è l’insieme. Esiste un termine che ci comprende tutti ed è questo,UMANITA’, senza distinzioni di sesso, età, razza. Tanti sono i dogmi da abbattere e combattere, tante le limitazioni subite da entrambi i generi senza un reale motivo. Una presa di posizione surreale, ma talmente radicata da continuare a mietere vittime. Quante persone vivono il dramma del sentirsi sbagliate, che non vengono accettate per ciò che desiderano essere e questo “solo” perché non rientrano nelle categorie prestabilite. Genitori che rifiutano i figli e le figlie perché difformi da ciò che la società gli ha fatto credere essere la normalità. Figli e figlie affamati di accettazione, bramosi d’affetto, che ricevono abbandono e insulti per aver tentato di essere se stessi. Si pensa che i genitori amino sempre i propri figli, un’altra regola non scritta della società, considerata come “normalità”.

Che cos’è la normalità? Da cosa è data?

“E’ definita normale una condizione che si ripete in modo regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica di un individuo, sia a manifestazioni del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali ecc) più generali.” Treccani.

Dunque se tutti uscissimo per strada nudi per più giorni questa sarebbe considerata normalità e il non poterlo fare è dato solo dal fatto che nessuno lo ha mai sperimentato prima, per più giorni e in più persone. Ma pensate a cosa sarebbe il mondo oggi se nessuno fosse mai uscito dal recinto della “normalità”… Ci saremmo evoluti? Saremmo andati sulla Luna? Ci sarebbero state ribellioni e rivoluzioni, nuove invenzioni? Pensiamo alle donne che non potevano nemmeno pensare di laurearsi, o agli uomini che non potevano decidere di dedicarsi ai propri figli. Suonano come note stonate di un pianoforte non accordato, ma non parliamo poi di molto tempo fa e in certe parti del mondo ancora le cose stanno così, per citare forse piccole ingiustizie se si pensa ad altre atrocità inferte soltanto per il genere a cui si appartiene.

L’essere umano è Uno. Ci sono poi distinzioni di genere, razza, età, colori, ma è SEMPRE definito ESSERE UMANO.

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Riflettendo sugli spunti del libro con le mie bambine, ci si domandava proprio perchè, in lingua italiana, il plurale di un gruppo misto sia sempre definito al maschile. Un’altra convenzione stabilita da chissà quali intenzioni e finita per essere la “normalità”. Ma è davvero così “normale”? E soprattutto, è equo?

Ciò che spero sempre di passare ai bambini è l’idea che esistono pensieri propri che vanno tutelati. Osservare la realtà con pensiero critico e divergente permette di sviluppare innovazione. Non è detto che siccome “si è sempre fatto così” sia la cosa “giusta”. Se in un gruppo di 20 persone parla solo e sempre uno, le decisioni sono in mano a lui ecc, il gruppo non avanzerà più di tanto, perchè le idee rimarranno le stesse e non permettono di evolvere. La forza di un gruppo è invece la moltitudine di pensieri ed esperienze che ogni componente può portare per aiutare e sostenere la crescita del gruppo stesso.

Siamo ciò che siamo, donne o uomini, ma abbiamo il grande immenso compito di riconoscerci in un unico genere, l’Umanità, e trasmetterlo ai nostri bambini. RIBELLIONE significa Ritornare al Bello. Concediamo ai nostri bambini la speranza di un mondo migliore. Siate fautori di questa grande RI-BELLIONE!

Manuela Griso

Il Troppo Stroppia?

Donare è una delle massime espressioni d’amore. Significa “dare con assoluta spontaneità, liberalità, disinteresse” , si utilizza anche per significare “far trapiantare un proprio organo ad un’altra persona”. C’è qualcosa di più prezioso e solenne?
E’ Natale e il dono rappresenta il gesto d’affetto che consacra l’unione in questo determinato giorno. Molti considerano il Natale come Nascita, alla quale si porta in dono qualcosa per dare il benvenuto alla nuova vita. Con il tempo il dono a Natale è diventato più consumistico che di valore effettivo/affettivo. Tant’è che si offre un dono spesso senza intenzione, senza trasporto, senza averlo scelto con cura, ma per il solo senso del dovere.

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La riflessione che voglio porre in alto però è questa: il troppo, stroppia? Dare giusto valore alle cose, apprezzare ciò che si ha, trattare con cura, gioire delle cose più semplici si confanno al riempimento di un baule già traboccante? Offrendo 10 regali, quanti se ne apprezzano sul serio? Quanti verranno abbandonati o dimenticati nell’arco di qualche giorno? Quanti verranno trattati con la giusta cura? Siamo nell’epoca smart, dove tutto è a portata di click e dove il low cost ha portato il vantaggio di essere accessibile ai più, ma lo svantaggio del non essere più merce rara e dunque preziosa. I genitori, spesso super impegnati con il lavoro, possono comprare ai figli quasi tutto. L’asticella del desiderio-soddisfazione dello stesso= felicità viene alzata sempre di più e nei primi 10-12 anni(ad essere ottimisti)del bambino, il genitore raggiunge il suo livello massimo, ma a quel punto il figlio lo avrà alzato ulteriormente e inizia il calvario di entrambi. Il genitore si lamenterà di avere un figlio che non è mai contento e il figlio penserà di aver perso l’amore del genitore perchè non soddisfa più i suoi desideri.
E la cosa triste è che entrambi avranno in un qualche modo ragione. Il figlio sarà davvero eternamente insoddisfatto, vorrà sempre di più, non apprezzerà ciò che possiede e si ritroverà ad essere infelice. Il genitore avendo misurato l’amore verso il figlio attraverso doni materiali, penserà di non essere in grado di amare. Quante volte capita ai genitori di sentirsi in colpa verso i figli? Di sentirsi responsabili della loro infelicità? Quante volte si pensa che senza quel determinato paio di scarpe ne faremo un reietto confinato in un ghetto? 

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In questa società che punta a monetizzare qualsiasi cosa, anche i sentimenti, dobbiamo resistere alla tentazione dell’equazione proposta dalle pubblicità “compralo e sarai felice”, perchè si tratta di mera illusione, di falsità. La felicità a cui aspirano i venditori è effimera, superficiale, volatile. E’ invece un sentire molto più alto e profondo quello a cui punta lo spirito umano, non può essere acquistato.
Domandiamoci dunque quando stiamo donando davvero e quando invece tentiamo di riempire un vuoto.Con  oggetti, ma anche emozioni.

Chiediamoci quando è TROPPO. Esso, come il suo contrario, è ALTAMENTE PERICOLOSO. Ci spinge nell’esatta posizione opposta a ciò che vorremmo ottenere. Puntiamo alla felicità, ma donando troppo cadremo nell’insoddisfazione.

Parlo di cose materiali, ma anche d’altro, per esempio le troppe attenzioni (si spinge l’altro a credere di essere l’unico per noi, ad essere dipendente da noi) o il troppo tempo (non si lascia spazio alla noia, al tempo per se stessi, prezioso per comprendersi e conoscersi). Quando si ha troppo, si tende a darlo per scontato, l’interesse cala e si chiede di più. Ma come si suol dire “non c’è mai limite al peggio”, non c’è limite nemmeno al meglio (nell’immaginario umano). Per questo, soprattutto i genitori, devono porsi dubbi e domande sul donare troppo. La nostra personale definizione di FELICITA’ e di BISOGNO sono la base da cui partire. Che cos’è un Bisogno? Che cos’è, per me, la felicità? Conosco i miei bisogni? Porre l’attenzione sugli attimi di felicità che viviamo, goderne appieno e comprendere da cosa nascono. Porre la stessa rigorosa attenzione sui nostri bisogni, comprendere da dove nascono, prendercene cura. Quando abbiamo riflettuto su questo, possiamo tentare di farlo per e con i nostri figli (se l’età ce lo consente), altrimenti sarebbe bene rimembrare il nostro io bambino e sentire i suoi bisogni e il suo concetto di felicità. Vi stupirete dell’effetto! I bambini desiderano molto meno di ciò che pensiamo. Sono davvero felici con quel poco che in realtà racchiude il tutto.

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Stiamo costruendo un mondo di insoddisfatti per il semplice fatto che ci hanno insegnato a misurare il nostro amore in oggetti, tempo, avventure strabilianti volte a far rimanere stupefatto il destinatario. Siamo davvero felici solo per eventi eccezionali? Siamo così tanto infelici della nostra quotidianità? E’ più importante dunque cercare qualcosa di stupefacente nella quotidianità o creare artificialmente dei motivi per essere felici? Vi è mai capitato di chiedere ad un bambino quando si è sentito davvero felice? Sono storie di “ordinaria banalità” APPARENTEMENTE. La straordinarietà sta proprio lì. Facciamoci contagiare.



Il silenzio degli innocenti

C’è il Covid 19. Una pandemia mondiale. Un qualcosa di inspiegabile agli occhi della scienza e dell’umanità intera. Nessuna certezza nè sulle cause, nè sulla cura, nè sulle discriminanti per cui colpisce in modo serio e dirompente su un corpo e non su un altro. Ci sono state date delle misure di prevenzione del contagio che prevedono il distanziamento sociale (e famigliare), indossare la mascherina, utilizzare il gel igienizzante spesso, niente abbracci nè strette di mano. Per un tempo molto lungo i bambini non sono andati a scuola, i parchi giochi erano chiusi. Le vacanze hanno donato un barlume di speranza, ma l’autunno ha riportato tutti nella paura, nello sconforto e nella preoccupazione. C’è chi ha smesso di vivere prima ancora di morire. Ma aldilà di come una la pensi in termini prettamente personali, che sono tarati su esperienze di vita, cultura, idee, credenze, ambiente in cui si vive, ecc… c’è un dato su cui sicuramente siamo tutti d’accordo: questa vicenda ci sta toccando tutti dal punto di vista psicologico. Chi per un motivo, chi per un altro, tutti, in qualche modo, siamo influenzati da questa situazione.

Solo che gli adulti urlano, imprecano, discutono, si informano, hanno un pensiero consapevole che li porta a spiegarsi, a correggersi, a sopportare e contestualizzare certe esperienze, sentimenti, emozioni. Ci sono delle persone però che non hanno vissuto abbastanza a lungo ancora, da cercare informazioni, trovare spiegazioni, crearsi una propria opinione personale su un tema di tale portata, perciò si affidano alle nostre emozioni, sensazioni ed esperienze; appoggiano la loro conoscenza sulla nostra. Ci sono persone, che chiamano bambini, che non urlano, spesso non piangono, non dichiarano, ma comunque sentono e provano tutte le emozioni che sentiamo e proviamo noi. Vedo bambini arrabbiati, che distruggono, che non riescono ad interagire in modo sano con gli altri, troppo ribelli o troppo silenti; bambini fragili, aggressivi, poco inclini a parole gentili verso l’altro. Non erano così prima. Non nutrivano questi sentimenti. C’erano, erano presenti come è normale che sia, ma non in questa quantità nè con questa foga. I bambini non comunicano direttamente, forse anche perchè non lo sanno di preciso nemmeno loro che cos’è questo turbine di sensazioni in cui sono immersi, ma ci stanno urlando, silenziosamente, il loro disagio.

Non mi interessa dare colpe rispetto a questo, l’unico augurio è che le orecchie di chi si occupa di loro, siano ritte e in ascolto, siano pronte e sintonizzate su questa onda, la colgano e, in qualche tenero modo, la rimodellino per restituirla con una forma che possano riconoscere e un messaggio di speranza che faccia da cornice. Perchè i bambini si sa, sono esseri speciali. Si adattano a tutto. Subiscono soprusi, ingiustizie, calunnie, botte, insulti. Loro sopportano, il più delle volte incanalano, spesso proseguono con il sorriso, apparentemente non intaccati. Questa volta non abbassiamo lo sguardo, non diciamogli che va tutto bene. Non va tutto bene. I bambini hanno diritto di sapere perchè la mamma piange, perchè il papà è a casa dal lavoro ed è preoccupato, perchè la scuola chiude e non può invitare i suoi amici a casa, perchè le maestre hanno la mascherina e sono più stanche dell’anno scorso, perchè non possono abbracciare i nonni nonostante in tv ci siano persone a cui è concesso. I bambini capiscono e si adattano, ma non fingiamo che vada bene così. Non fingiamo che sia “normale”. Non fottiamocene solo perchè tanto loro non fanno domande ed eseguono. I bambini di oggi porteranno con sè un disagio sociale enorme nei prossimi anni, una disarmonia psichica sui valori umani, una insicurezza sul giusto e lo sbagliato, l’incertezza come compagna di banco, che purtroppo daranno i loro frutti in età adolescenziale e addirittura adulta. Ci saranno, spero, ricercatori che si preoccuperanno di questo disagio, che stileranno statistiche, formuleranno ipotesi, doneranno le loro conoscenze per aiutare a distruggere il rifugio di questo virus: la mente. Per risanare bisogna togliere il marcio.

Ci sarà tanto da fare rispetto a questo. Ma il domani è lontano, mentre l’oggi è ora e siamo noi che possiamo fare la differenza. Noi che abbiamo paura, siamo preoccupati, angosciati, privi di speranze, insicuri, dubbiosi. Noi che arriviamo a casa e parliamo di numeri di contagiati, di casi positivi, di falle del sistema. Che ci alleiamo con il governo o che inveiamo contro .Noi che ci sentiamo impotenti o rivoluzionari. Siamo genitori, insegnanti, psicologi, infermieri, medici. Siamo adulti che si prendono cura dei bambini. Come disse Maria Montessori tanti anni fa, mente e corpo non possono essere scollegati. Ne deriverebbe un “uomo spezzato”. Occupiamoci dunque del silenzio dei bambini. Impariamo ad osservarlo, a sentirlo, a rileggerlo. Offriamo alla loro mente e al loro cuore la possibilità di comprendere i sentimenti e le emozioni che derivano da questo periodo senza condannarle. Troviamo insieme, ognuno con il proprio giusto modo, la soluzione per salvaguardarci in un momento di disagio globale. Ricordiamoci che anche il silenzio è ricco di parole.
Buon Ascolto e Buon Abbraccio

Manuela Griso

La campanella silenziosa della fine della scuola

E’ finita la scuola. Quella digitale,con i visi piatti dietro allo schermo, dove non senti i profumi e gli odori dei tuoi compagni di avventura; quella dove un discorso importante viene interrotto dalla linea scadente; quella dove non puoi chiedere aiuto al compagno; dove la maestra fa l’ “interrogazione” di gruppo perchè si sente male al pensiero di interrogare un bambino senza poterlo guardare negli occhi, senza sentire sulla pelle se ha bisogno di più tempo per rispondere o di un piccolo incipit. E’ finita la scuola e i bambini non hanno potuto salutarsi, salutare le loro insegnanti, quelle persone che li hanno accompagnati per il loro ciclo di studi e di vita. E’ finita la scuola, senza la campanella che suona lungamente per annunciarne la venuta; senza i canti di fine anno,con la felicità dei bambini per l’arrivo delle vacanze;è finita senza lo spettacolo, la consegna del diploma, i pianti.


Si è vissuta la privazione: della libertà, dei diritti, del contatto umano, della cultura e del lavoro.
Si è vissuta la paura: della malattia, della ripresa della vita “normale”, del contatto con l’altro, dei burocrati fanatici, della perdita del lavoro, del futuro incerto.
Si è vissuta la frustrazione, la rabbia e l’impotenza: per non poter fare altro se non stare in casa, per non poter far parte di una soluzione “attiva”; per non poter cambiare le cose.
Si è vissuta la speranza: che tutto potesse finire presto, che la malattia non ci colpisse, che la vita potesse tornare a scorrere, che il lavoro potesse ricominciare, che i nostri figli potessero tornare a scuola.
Si è vissuta l’attesa: alle volte con gratitudine per i tempi lenti, famigliari,quelli che servono per la lievitazione; altre volte con incertezza, sofferenza e insofferenza.
Per noi adulti, promotori della fretta, della produzione, dell’affermazione, stare fermi ad aspettare senza certezze, senza tempi definiti, senza soluzioni alla mano, è stato un tempo duro, in cui tutto ha cambiato forma.
Per i nostri figli, poi,non eravamo più solo mamme e papà, eravamo maestri. E siamo caduti, nelle nostre fragilità culturali. Chi in matematica, chi in italiano, in storia o in tecnica. Siamo caduti di fianco ai nostri figli e abbiamo cercato risposte. Su internet, tramite amici, tra moglie e marito, o chiedendo direttamente alla maestra via chat. Siamo caduti, ma ci siamo rialzati. Avevamo un bastone forte a sorreggerci: i nostri figli.
Loro che hanno vissuto tutte le nostre emozioni, anche quelle non palesate a parole o in atteggiamenti chiari; che hanno sentito, nella carne, tutto ciò che abbiamo provato; che erano invasi dalle loro molteplici sensazioni,ci hanno sorretto. Si sono adattati, sono stati pazienti, si sono ridimensionati e hanno continuato a portare il sorriso per la maggior parte del tempo.
Ma cosa hanno vissuto questi bambini, queste bambine, questi ragazzi e queste ragazze?
Hanno sentito caos.

A tratti pervasi dalla felicità di stare a casa con mamma e papà, a cucinare, dipingere pareti, giocare insieme. Dirompente però la sensazione che questa non fosse la normalità e che venisse anche mal-accettata dai genitori, che portasse sconforto, paura, incertezza. L’avanzare dei giorni di lockdown ci ha portati a parlare con i nostri bambini, a confrontarci, a mostrare i due lati della medaglia. Loro stessi portavano insofferenza, litigi, il desiderio di tornare a scuola.


E come lo si spiega ai bambini che dal 4 maggio tutto, piano piano, sta tornando come lo conoscevamo prima della pandemia, tranne la scuola? Che si può andare al ristorante, che ci si può abbracciare sul campo da calcio,ma che loro non hanno diritto di farlo con gli amichetti? Come lo si spiega ai bambini che gli adulti possono lavorare in 20-30 tutti insieme, mentre loro dovranno essere suddivisi in piccoli gruppi?
Non ho risposte per queste domande, perchè sono le stesse che mi pongo dal 4 maggio senza trovare una logica sana per rispondere a tutto questo.
L’unica cosa che è finita davvero con la pandemia è la Scuola. Che questo sia però motivo di ri-evoluzione, di re-invenzione di un’intero sistema. Sistema che si adatterà alle esigenze degli alunni, non viceversa. Che si utilizzi questa FINE come una ripartenza verso nuovi orizzonti. Io ci credo in una NUOVA SCUOLA. Credo che ci siano persone, professionisti, che hanno già compiuto grandi passi negli anni addietro, verso una direzione diversa, più naturale. Che hanno improntato il loro insegnamento sulla relazione con l’alunno e non solo con nozioni sterili.

Cogliamo questa opportunità e costruiamo un nuovo modello di scuola.
Che sia ricca di contatti umani, di relazioni, di gioco, di Natura, di apprendimento curioso.


Se i bambini hanno subìto il peggio, ora hanno diritto al meglio che possiamo immaginare.
E’ finita la scuola, ma possiamo e dobbiamo ricostruirla. Per loro, per noi, per l’umanità intera.

Manuela Griso

Litigare Bene: tecniche pratiche per aiutare i bambini nella gestione del conflitto

Una delle capacità che è ritenuta fondamentale nella società attuale è l’intelligenza emotiva. Essa si sviluppa attraverso un allenamento in più direzioni:

1.Autocoscienza:Come mi sento io? Che cosa provo? Riconoscere le proprie sensazioni ed emozioni, avere un’ alfabetizzazione rispetto a ciò che si prova, permette di gettare le basi su quella che è l’educazione emozionale.

2. Autoregolazione: capacità di gestire le proprie emozioni

3.Automotivazione: capacità di perseguire un obiettivo

4. EMPATIA: capacità di metterci nei panni dell’altro

5. ABILITA’ SOCIALI intese come INTELLIGENZA SOCIALE

Tutte queste aree di competenze che fanno parte dell’intelligenza emotiva, vanno allenate e supportate, affinchè si possa imparare a “litigare bene”, come dice il pedagogista Daniele Novara.

A tal proposito, quando i bambini litigano, è bene distinguere il ruolo dell’adulto e dividere gli educatori/insegnanti dai genitori, per la diversità di relazione e reazione che questo processo innesca. Ma, rimanendo per ora soltanto nel ruolo dell’adulto, possiamo dire senza indugio che, come sempre nella pedagogia montessoriana a noi molto cara, egli dovrebbe rimanere quanto più nell’ombra, osservare e non intervenire. Questo compito molto arduo, se portato a termine, permette ai bambini di apprendere e confrontarsi con :

1.Il principio di realtà : adattare i propri desideri al contesto esterno;

2. Il decentramento emotivo e cognitivo: esisto io con le mie emozioni e le mie soluzioni, ma anche l’altro con le sue;

3. Il pensiero divergente: allenarsi a pensare soluzioni nuove e creative, che possano mediare tra i desideri miei e dell’altro.

L’intervento dell’adulto non favorirebbe questi processi, in quanto tenderebbe a far terminare il conflitto nell’immediato e a fornire soluzioni preconfezionate, spesso lontane da quelle che penserebbero i bambini.

Analizzando la situazione da genitore, sarà capitato a tutti voi, di dover gestire un litigio tra bambini e generalmente si sfocia in tre reazioni di base:

  • Parteggiare per l’uno o per l’altro (rivestendo il ruolo di salvatore per colui che è la vittima in quel momento)
  • Sgridare o punire (eccoci nel ruolo del carnefice a discapito di colui che lo ha rivestito finora)
  • Urlare

Questo ci porta sicuramente a risolvere il conflitto in poco tempo, ristabilendo l’egemonia del potere adulto, ma cosa si portano a casa i bambini?

-Paura

-Senso di inadeguatezza

-Rabbia

– A volte anche senso di colpa per aver fatto arrabbiare l’adulto

-Un congelamento delle proprie emozioni

Partendo dal presupposto che i bambini apprendono anche per imitazione, capiamo bene quanto questi atteggiamenti possano influire sulla loro capacità di “litigare bene”. Per cui: Come reagisco io ad un problema? Sono un esempio per il mio bambino?

L’adulto,che viene chiamato in causa in un litigio tra bambini, ha il delicato compito di non ergersi a giudice, perchè innescherebbe il meccanismo del triangolo (vittima, carnefice, salvatore, come scritto precedentemente) il quale innesca degli automatismi inconsci che tendiamo poi a riprodurre nella nostra vita:

-esisto solo se prevarico gli altri (carnefice)

-esisto solo se manifesto la mia sofferenza (vittima)

-sono responsabile per gli altri, sono indispensabile (salvatore)

ma di fornire strumenti utili affinchè i bambini si ascoltino e mettano in atto le competenze emozionali acquisite. Quali sono questi strumenti?

A litigio iniziato:

consegnare loro dei turni di parola affinchè si ascoltino senza interrompersi; (può essere utile utilizzare un gomitolo)

sottolineare la validità delle ragioni dell’uno e dell’altro;

invitarli ad esprimere come si sentono;

invitarli ad esprimere le loro volontà;

domandare loro quale soluzione propongono per risolvere il conflitto.

E’ complesso inizialmente attuare il meccanismo del buon litigio, perchè è faticoso, lungo, lento. Ma la domanda che dobbiamo tenere a mente è:

Che cosa vogliamo ottenere?

Se vogliamo ottenere che i nostri bambini possano esercitare tutte le loro competenze emozionali, allora il nostro sforzo, sarà supportato dall’auto- motivazione.

E’ bene sapere che le emozioni hanno una “scadenza”. Esse sorgono nell’amigdala e vengono gestite dalla corteccia prefrontale. Per fare questo percorso impiegano 90 secondi. Ecco perchè è bene contare fino a 100 prima di reagire! Per dare il tempo all’emozione di arrivare nella corteccia prefrontale che è colei che è in grado di aiutarci nella gestione delle emozioni. Per cui,

-mostrare un momento di “pausa” in cui poter elaborare l’emozione, ritornando a respirare ad un ritmo regolare, è un ottimo inizio.

-Esprimere l’emozione provata è il secondo passo che traccia il sentiero dell’empatia. Ti mostro la mia emozione e tu puoi mostrarmi la tua, sono diverse forse, ma entrambe valide.

I bambini impareranno così che le emozioni possono essere espresse e gestite, che sono delle alleate e non dei nemici. Ricordiamoci però che la loro corteccia prefrontale non è ancora del tutto formata, per cui hanno la necessità di essere accolti e guidati in questo viaggio nella gestione delle emozioni.

Ultimi consigli utili:

-MAI etichettare un bambino per un atteggiamento durante un litigio. Così come il voto non fa il bambino, anche una scelta sbagliata non fa di lui un bambino sbagliato.

-Esperimento interessante sono i giochi di ruolo: il genitore fa il bambino, innesca un conflitto.Sarà interessante vedere la reazione del bambino e le soluzioni da lui progettate per la risoluzione.

-Qualora fossimo noi a dare l’esempio sbagliato, non dobbiamo mai dimenticare che si può e si deve recuperare, mostrando loro l’errore e spiegando perchè è stata una scelta sbagliata. Sbagliata non era l’emozione, ma il modo in cui l’ho espressa.

Tutti i soggetti sani sono dotati dei neuroni-specchio che ci permettono di attivare la stessa area del cervello attivata dalla persona con cui stiamo avendo una qualche forma di interazione. La natura ci ha così dotati di una base empatica che può aiutarci a “litigare bene”, ci vuole però allenamento e costanza.

Il Litigio Sano porta ad uno sviluppo di capacità multiple che possono essere applicate a diversi contesti.

Manuela Griso

Due Volte Mamma

Una mamma con più figli è sicuramente una donna fortunata. Ha più occhi da guardare, più bocche a cui sorridere, più amore da donare e da ricevere. Ha anche però una grande croce sul cuore: la divisione emotiva continua e sistemica. Quando una mamma apre gli occhi al mattino, il suo primo pensiero va al suo bambino: entra così nella sua cameretta, lo guarda dormire sereno, si siede al suo fianco, lo accarezza, lo bacia, gli sussurra un delicato buongiorno e gli ricorda tutto il suo amore. La mamma di più figli, la mattina quando entra nella stanza dei suoi bambini, non sa mai da chi andare per primo. Qui scatta la prima parte della giornata in cui si sente divisa. Se sono due allora si siede in mezzo, se possibile, dona una carezza ad uno e all’altro nello stesso momento, poi però deve decidere a chi dare il suo primo bacio. Sembra magari una banalità, ma non è così.
La mamma con tre o più figli prova, anche, quella strana sensazione di inadeguatezza per non avere tante braccia quanti sono i suoi figli, per poterli accarezzare tutti insieme.
Il senso di colpa verso l’uno e/o verso l’altro dilaga fin dalla gravidanza. Alla notizia di aspettare un secondo bambino, una mamma è felice. Per sé, ma anche per il suo primo figlio, perchè è consapevole del fatto che un fratello sarà un regalo per la vita. Verissimo. Entra in gioco però anche il tarlo del tempo, delle attenzioni, della paura di non essere in grado di gestire due figli,tanto nella difficoltà pratica quanto nella complessità emotiva di entrambi i bambini e della propria.E qui, la felicità viene velata dalla paura. Quando il bambino nasce, la mamma comprende quanto i suoi timori fossero fondati. E’ vero che non avrà più il tempo di prima da dedicare alla sua prima creatura:il suo tempo andrà diviso e non sempre equamente. Le attenzioni verso i suoi figli saranno per lei una riflessione costante: “Avrò abbracciato abbastanza …. oggi?” “Avrò detto a …. che gli voglio bene?” “Avrò guardato abbastanza attentamente il disegno di …?” e così via con milioni di interrogativi che non fanno altro che farla sentire inadeguata.Non vi è solo un carico di gestione pratica (uno va a scuola, l’altro deve dormire; porta a calcio uno e in piscina l’altro, dai da mangiare a uno e intanto prepara per l’altro ecc ecc ) c’è soprattutto un carico emotivo-relazionale che va gestito in maniera efficace.
I pensieri cupi e ingannevoli creati dalla mente, che fanno sentire una mamma inadeguata, spesso non li sente nessuno. Ognuno cela dentro di sé quel macigno che pesa sul cuore ogni giorno di più. Si cerca di dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, di fare per l’uno e per l’altro il massimo che si possa fare, anche quando si è stanche, sfinite, malate. Ci si dimentica di se stesse e si passa un tempo indefinito a parlare solo dei figli e, nonostante tutto, ci si sente ancora sbagliate.
Alcune mamme entrano in depressione post partum, generalmente dovuto ad un calo degli ormoni, ma credo anche che non sia solo questo. Il pensiero crea.E come si crea un qualcosa di bello, di positivo e gratificante, così il senso di colpa può creare depressione, senso di inadeguatezza, ansia e rifiuto.

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La nuova creaturina poi deve rientrare in un ordine famigliare.
Per questo la mamma comincia a pensare:
1.Il mio primo figlio è il mio grande amore, e lui?
Si può pensare di non essere in grado di amare altrettanto intensamente il secondo figlio e di sentirsi in colpa per questo. Spesso, alla nascita, è proprio così. Ma questo non dovrebbe spaventare, perchè l’amore per un figlio è l’unico che cresce di giorno in giorno, quindi, se ci pensassimo lucidamente, potremmo comprendere come anche il primo figlio, lo amiamo più oggi di ieri. Sarà inoltre la diversità caratteriale a permetterci di amare i nostri figli in egual misura, anche se in modo diverso.
2. Il piccolo mi sta sempre attaccato. Lui cosa penserà?
Il pensiero della gelosia che il maggiore possa provare è uno dei tarli più ricorrenti per le mamme. La paura di non essere abbastanza presenti e di non poter ripristinare il piano di prima (Io e te soli) è fonte di grande angoscia per la mamma.
3. Verrà amato come l’altro mio figlio?
Se non bastasse porsi dei dubbi sulla propria capacità di donare amore, si pensa anche a quella di tutta la famiglia: papà, nonni ecc… Una condizione del tutto naturale poichè scatta in noi il meccanismo della conservazione della specie per mezzo del branco.

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Il periodo del post-partum è uno dei più delicati di tutta la vita. La donna si sente spesso sola, insicura, sbagliata. Si tende a pensare di dover essere perfette e ad inseguire un ideale di perfezione che cambia anche in base all’interlocutore con cui si parla. Ci si concentra sul bambino, sui suoi bisogni e ci si dimentica della mamma. Una pluripara poi crede di sapere cosa la aspetta visto che ha già vissuto una gravidanza. Per cui quando sente arrivare certi pensieri li scaccia via come le mosche in estate e, avendo studiato anche tutta la teoria, essendo passata per schemi e tabelle dentro cui dovevano restare lei e il suo primo figlio, si sente forte e pronta ad affrontare il periodo difficile che sa che la aspetta. Non vi fate convincere! Per quanto una donna sia pronta, sicura e convinta, potrebbe sempre avere bisogno di supporto in un qualche dato momento e spesso, non lo chiederà. E’ fondamentale quindi accorgersene ed avere un supporto famigliare. La sensazione di doversi dividere costantemente, la si vive in ogni momento a partire dalla nascita del secondo figlio e alle volte anche prima. Quel meraviglioso equilibrio che si era creato tra mamma e bambino verrà spezzato e bisognerà crearne uno nuovo. Ci saranno momenti di rabbia, di paura, di tristezza, ma anche molti momenti gioiosi, spensierati e incredibilmente calmi. Crescere due o più bambini ha una moltitudine di colori e sfumature di cui non possiamo essere consapevoli se non nel momento in cui lo viviamo. Avremo modalità diverse, vissuti emotivi distanti da quando avevamo un figlio solo; avremo un cuore in più con cui condividere momenti unici e preziosi che renderanno la nostra vita un quadro stupefacente.

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In questo periodo,una mamma bis è diventata bis in tutto. Maestra, psicologa, zia, nonna, amica. Durante il lockdown la famiglia era l’unico nucleo relazionale per il bambino/ragazzo, perciò mamma e papà si sono ritrovati a dover ricoprire anche ruoli non propri, al fine di permettere al proprio figlio di continuare a sperimentarsi nelle varie relazioni. Essere però l’amica o la maestra di una figlia 12enne e quella di un figlio di 3 non è impresa da poco.Ho imparato che per amare così tanto ci vuole coraggio, spirito di sacrificio, fiducia,generosità e una punta di follia. Perchè per prendersi cura di un altro essere umano non basta la volontà.

Per questo e per tutto ciò che fate, avete fatto e farete, care mamme, vi dedico queste parole…

A tutte voi, noi, che ogni giorno lottiamo per i nostri figli, siano essi pezzi di cuore con braccia e gambe o siano progetti nati dal profondo dell’anima.
Abbiamo in mano il mestiere più difficile del mondo, amatevi, sorridete, perdonatevi.
Per tutte le volte che fate le mamme come desiderate essere, per tutte le volte che non lo siete affatto. Siate orgogliose dei vostri “bambini”, abbandonate le aspettative su di voi e su di lui. Semplicemente SIATE. La mamma migliore del mondo e la peggiore, quella che ride e quella che si arrabbia, quella che gioca e quella che non ha voglia, quella che punta tutto sul suo progetto e quella che si domanda che cosa sta facendo.
Siete bellissime con tutte le vostre forme, le vostre contraddizioni, le vostre manie, fobie, paure, sogni, speranze, lotte.
Grazie per tutto ciò che siete e sarete. Grazie per non arrendervi mai!

Manuela Griso

La perfezione secondo Natura

Siamo incastrati in una cultura che ci impone la performance ad altissimo livello in ogni ambito della vita e in ogni momento. Non possiamo avere un cedimento, un momento down, perché veniamo immediatamente etichettati o, peggio, sostituiti.

Questo succede anche ai bambini. Fin dalla nascita essi vengono paragonati a fratelli, figli di amici, tabelle mediche. Devono stare dentro a certi parametri, sempre sotto la lente d’ingrandimento dell’adulto che ne analizza con scrupolosa attenzione ogni minimo particolare e, spesso, per trovare la falla, il difetto, il problema. Per ansia da prestazione dell’adulto: “E’ nato da me, se non è perfetto sono un fallito!”; senso di inadeguatezza e paura del giudizio: “Chissà cosa mi dirà il pediatra che non ha preso il peso stabilito questa settimana… “. Il bambino cresce così a contatto con il genitore prestazionale che pretende da sé, e dal piccolo, un’idea di perfezione illusoria. Alimenta la macchina dell’idea culturale diffusa e si mette al suo servizio, plasmando se stesso e il proprio bambino della forma prestabilita dalla società e privando il mondo dell’unicità.

NON VOGLIAMO BAMBINI PERFORMANTI MA FELICI!

Questo sarà lo slogan sulle magliette che farò preparare per i genitori soci della nostra associazione (Associazione Culturale “A piccoli passi si cresce” ndr.)!

E’ più importante ciò che si fa o ciò che si è? Si crede ancora troppo che chi più fa più è. Se davvero così fosse, con tutti i soldatini che si creano, sarebbe un mondo davvero bellissimo. Forse invece, chi è troppo impegnato a fare senza amare, si perde ciò che è.

Chiedere e pretendere sempre e solo la perfezione porta ansia, paura, inadeguatezza, rabbia, tristezza,scarsa autostima, instabilità emotiva, rafforzamento del falso sé.

Si definisce l’essere umano UNICO, nessuno è uguale ad un altro, nemmeno tra gemelli omozigoti. Come si può, partendo da questo concetto, pretendere che tutti crescano allo stesso modo nello stesso tempo, che sappiano compiere le stesse azioni nello stesso modo e nello stesso tempo? La cosa che ancora stupisce è che ci sia un grande interesse per quello che si fa e non ci si preoccupi invece che questo bambino o questa bambina siano generosi o egoisti, socievoli o solitari, timidi o estroversi, tristi, arrabbiati o felici; non ci si domandi che cosa amino fare. Si pretende che tutti siano letterati e informatici, abili in tutte le attività proposte. Ma se siamo tutti UNICI, non dovremmo cercare la nostra unicità e portarla nel mondo? Concentriamoci sui Talenti, alimentiamoli, rafforziamoli, mettiamoli a disposizione nostra e degli altri. Immaginiamo un mondo in cui ognuno possa esprimere il proprio talento. Come ve lo immaginate? Vedete anche voi un mondo ricco di amore, di vibrazioni ad alte frequenze, di pace interiore ed esteriore?

Il bambino apprende facilmente con la combinazione di due fattori:

-Un ambiente fisico preparato in cui possa fare esperienze spinto dal suo maestro interiore e nella libertà di scelta (anche l’ambiente naturale)

-Un ambiente psichico calmo, entusiasta, curioso, non giudicante

Quell’ambiente (sia fisico che psichico) dipende dall’adulto. Prepararlo è un elemento imprescindibile affinchè l’essenza del bambino si manifesti. Mentre l’ambiente fisico lo si prepara con competenze pedagogiche, l’ambiente psichico lo si prepara educando noi stessi. Siamo noi che poniamo le basi emotivo-relazionali del bambino e, dato che il primo specchio di me stesso arriva dai miei genitori, è bene che ci si prepari a questo momento. Non possiamo dare all’anima bambina l’idea di essere “imperfetta”.

“Una parola di incoraggiamento durante un momento di difficoltà, vale più di un’ora di lodi dopo il successo” Anonimo

Le grandi sfide emotive di bambini, bambine e adulti, stanno proprio qui: io non sono perfetto. Questa idea di imperfezione alimenterà sentimenti che non ci aiuteranno a progredire, a mutare, al continuo cambiamento che è la vita stessa.

La ricerca continua all’idea di perfezione ci imbriglierà in un gioco al massacro, in cui usciremo sempre sconfitti.

Allora cambiamo occhiali. Guardiamoci e osserviamo l’unicità. Sta lì la VERA perfezione. Ogni essere umano è perfetto per com’è. Non per ciò che fa.Non facciamo confronti, perchè siamo tutti diversi. Non si può paragonare una rana ad un elefante. Nasciamo “perfetti”, laddove “perfezione” significhi “unico nel suo genere”.

“Maestro, mio figlio ha riportato la pagella con un voto basso in matematica e alto in disegno. Vado a cercare un professore esperto in matematica che lo possa aiutare? Assolutamente no, vai a cercare il maestro di disegno più bravo che ci sia” Jodorowskj

La corsa al fare per “arrivare” non ci rende felici. L’amare ciò che si fa, invece, ci fa entrare in quello stato di “sballo sano” che restituisce alla nostra anima lo stesso amore che ha donato.

Manuela Griso

Spazio e Tempo: come insegnarlo ai bambini?

L’educazione in Natura è quella più ambita da ormai diversi anni, da quando numerosi studi scientifici hanno posto l’attenzione sull’importanza del vivere in natura e soprattutto sul crescere a contatto con gli elementi naturali e i benefici ad essi connessi, sia fisici che cognitivi e comportamentali e, naturalmente, emotivi. Per questo sono nati numerosi progetti, in continuo mutamento, attenti alle esigenze dei bambini e al rispetto di Madre Terra.

In tempi di Covid19, in cui si pensa ad un nuovo modello di scuola e di educazione, con un forte richiamo alla Natura e al fatto che essa ci consentirebbe non solo le distanze che non possono essere attuate dentro a quattro mura con il conseguente beneficio sanitario, ma anche di vivere la bellezza del tempo e dello spazio in cui siamo, vi voglio parlare delle competenze di orientamento spaziale e temporale.

ORIETAMENTO SPAZIALE

La necessità di orientarsi nello spazio non è solo una competenza didattica, ma aiuta il bambino nel movimento, nella gestione del corpo e nella collocazione di sé, degli altri e degli oggetti nello spazio. Per questo motivo è importante dare degli strumenti al bambino per esercitare questa competenza fondamentale. Sapersi orientare nello spazio gli permetterà, successivamente, di orientarsi sul foglio.

Come insegnare al bambino ad orientarsi nello spazio?

La conoscenza di sé, del proprio corpo e delle sue parti è un elemento di base, che pare scontato forse, ma così non è. Per cui, fin dalla più tenera età è importante nominare le varie parti del corpo e , quando il bambino sarà pronto, chiedere di toccare la parte del suo corpo che viene nominata.

“Dov’è il piede?” “Tocca la pancia” “Mi fai vedere la lingua?” e così via.

A mano a mano che cresce, il bambino inizierà a muoversi. Dapprima gattonando, poi si alzerà in piedi. Da qui possiamo iniziare a domandare al bambino :“Tocca il pavimento”, “Guarda SOTTO al tavolo” “Puoi mettere il cucchiaio SOPRA al tavolo?” “Mettiamo la palla VICINO al papà” “Portiamo i peluches LONTANO dalla cuccia del cane”Se si chiede al bambino di toccare un oggetto , possiamo toccarlo anche noi e aggiungere degli aggettivi descrittivi come per esempio: “E’ freddo!” o “E’ morbido” ecc ecc… Questo permetterà al bambino di far proprie le prime competenze spaziali.

Si procede a piccoli passi. Quando vediamo che il bambino ha acquisito sufficienti esperienze per poter interiorizzare le competenze, continuiamo il nostro percorso e introduciamo DENTRO/FUORI, DAVANTI/DIETRO,TRA/IN MEZZO, DESTRA/SINISTRA, AVANTI/INDIETRO.Si parte sempre dal mostrare al bambino nominando l’azione: “Stiamo DENTRO al cerchio”,“Metto la palla DAVANTI alla pianta”, “Guardo DIETRO al cespuglio” “Guarda, la bambola è TRA la palla e le costruzioni” e così via. Per quanto riguarda la destra e la sinistra si può utilizzare la vita pratica, in particolar modo l’Apparecchiatura del tavolo: “Con la mano DESTRA prendo il cucchiaio” “Prendo la forchetta con la mano SINISTRA”.All’età di 5/6 anni si possono introdurre i punti cardinali, sempre partendo da elementi reali (la posizione del sole).

E’ un processo che impiegherà qualche anno prima di essere completato, ma è fondamentale per creare le basi dell’orientamento spaziale.

Con le competenze spaziali si possono creare tantissimi giochi di movimento , che salderanno ancora più profondamente ciò che è stato appreso, oltre a creare un collegamento con la coordinazione motoria.

L’orientamento spaziale più tangibile è in Natura. Se sono in mezzo ad un bosco, orientarmi non sarà così facile, ma se lungo il cammino osservo l’ambiente e mi colloco al suo interno in termini spaziali (il faggio grande è alla mia destra, devo poi spostarmi sulla sinistra vicino al ciliegio e prendere il sentiero tra le felci e le betulle) saprò esattamente dove andare. Provare per credere!

ORIENTAMENTO TEMPORALE

Si sa che l’orientamento temporale è di difficile comprensione, perchè non lo vedo e non lo posso toccare. Possiamo però farci aiutare, anche qui, dalla Natura.Il giorno e la notte sono sicuramente la base da cui partire. Essi faranno comprendere al bambino il primo grande mutamento ambientale che avviene grazie allo scorrere del tempo. Le stagioni, fortunatamente, esistono ancora (almeno in Italia e in alcune parti del mondo) e sono un valido supporto per far comprendere un altro grande mutamento dello scorrere del tempo.

La sperimentazione sensoriale ed emozionale dello stare in natura in tutte le stagioni, mostrerà, in modo chiaro e indelebile, al bambino, che c’è un qualche cosa che fa subire dei mutamenti al giardino della sua casa, della sua scuola, al bosco che conosce bene. Questo gli consentirà di porre attenzione a questi cambiamenti, perchè influiranno anche sui suoi sensi.

In inverno sentirà freddo, le mani diventeranno rosse, chiederà una giacca più pesante; in estate avvertirà caldo sole sulla pelle, lotterà per poter togliere il cappello e si infastidirà per la crema solare e le zanzare, ma amerà bagnarsi e stare all’aria aperta; in autunno vedrà i colori delle foglie, sentirà il vento e la pioggia, salterà con gioia nelle pozzanghere; in primavera annuserà i fiori, ne osserverà la varietà di forma e colore, imparerà a riconoscere qualche erba selvatica. Ora, dopo aver vissuto l’esperienza, averla fatta propria, avvertendola sul proprio corpo e con i propri sensi, sarà pronto per vederla rappresentata. Potremo allora creare una “linea delle stagioni”, in cui accompagneremo con immagini pensate e sentite, il loro viaggio nel tempo. E’ importante , per la collocazione temporale, usare i termini tipici IERI,OGGI,DOMANI, accompagnati da un racconto di un’esperienza e di una emozione vissuta, per poter comprendere a poco a poco, la differenza. A tal proposito potrebbe essere utile fare un cerchio al mattino(in una scuola o a colazione in famiglia) in cui si domanda ai bambini: chi si ricorda una cosa che abbiamo fatto ieri? Pausa. Poi: “Ti è piaciuto?” “ Non ti è piaciuto?”

Dopo la risposta dei bambini si può dire: OGGI faremo ….. (e si illustra al bambino il programma della giornata). Lasciate spazio al bambino di interagire e,quando è possibile, di prendere parte alla scelta di ciò che si desidera fare in quella giornata.

Introducete il DOMANI al venerdì o se il giorno successivo c’è un evento particolare (il compleanno, natale, la partenza per il mare o la montagna, una gita…).

Quando avranno ben salde le prime competenze potete allargare le conoscenze introducendo i giorni della settimana, sempre legati alle parole temporali che già conoscono. Es. “Ieri,giovedì, cosa abbiamo fatto?” “Oggi, venerdì, faremo…”

A poco a poco comprenderanno che ci sono altre parole per misurare il tempo. Si allargherà poi ai mesi e si legherà alle stagioni, che già conoscono. Chiaramente si possono introdurre i nomi dei mesi già quando si sperimentano le stagioni, ma per i bambini sono ancora termini molto astratti. Sarà più chiaro quando avranno compreso lo scorrere dei giorni.

E’ anche questo un lavoro lungo e complesso, ma affiancando esperienze sensoriali e pratiche (la semina di una piantina che viene giornalmente osservata,per esempio) darà al bambino le basi per potersi costruire la sua linea del tempo. Sarà divertente per esempio affiancare la crescita personale del bambino allo scorrere del tempo. Misurare per esempio l’altezza una volta al mese.

Più il bambino verrà coinvolto a livello corporeo ed emotivo, più sarà facilmente incuriosito.

Riconsegniamo a noi e al bambino la lentezza, la possibilità di assaporare il tempo che passa e di osservare davvero, facendone parte, il luogo in cui ci si trova.

Riprendiamoci il QUI ed ORA.

Manuela Griso

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