Crescere Genitori

Quando si diventa genitori la propria vita cambia completamente, subisce uno stravolgimento emotivo, fisico, psichico, in termini di tempo, di priorità, di sentire, di essere. Un essere vivente dipende da noi, ci sentiamo investiti di responsabilità e non sempre ci sentiamo adeguati. Si leggono libri, si frequentano corsi pre-parto, si accettano consigli da parenti e amici che “ci sono già passati”, per tentare di rimanere in piedi, di sentirsi in grado, di farsi amare dal proprio cucciolo. Ci sono guru o presunti tali che vendono formule magiche, libretti di istruzioni, come se tutti i bambini e i genitori fossero uguali, come se noi non potessimo compiere scelte adeguate seguendo il nostro istinto. Non sono mai stata fan di chi promette miracolose soluzioni uguali per tutti, credo che ogni genitore nasca tantissime volte dal momento in cui viene al mondo un figlio. Nulla è statico. Come nostro figlio o nostra figlia crescono, così anche noi esploriamo il nostro nuovo ruolo, lo abitiamo, ce ne innamoriamo, a volte vorremmo uscirne fuori, altre volte ci usciamo davvero per poi rientrare dalla porta sul retro con una prospettiva tutta nuova, che ci porta a ri-nascere ancora. Per questo non solo credo, ma sono certa, che non esistano corsi, percorsi, modelli, metodi o quant’altro che offrano un’unica via risolutiva per tutti, che funzionino davvero e sapete perchè? Semplicemente perchè non possono prevedere ciò che ancora non è stato vissuto, perchè ogni essere umano è un mondo in evoluzione e deve affidarsi al proprio sentire, alle percezioni, all’amore genitoriale che lo guida sempre, se viene ascoltato.

Esistono corsi formativi esperienziali davvero belli e ricchi di contenuti, dove il conduttore porta nuovi punti di vista, diverse porte di servizio che non avevamo ancora scoperto. Corsi di gruppo, in cui si entra in contatto con altri genitori che vivono i nostri stessi stati d’animo, le difficoltà, le paure, i successi e nascono splendidi confronti. Si studiano possibilità, si verificano ipotesi lavorando sul “campo”, si sperimentano nuove visioni. Ma non ci sono soluzioni immediate, senza fatica, calate dal genio della lampada che tutto risolve al posto mio. Fare il genitore implica lo sporcarsi le mani, l’impastare la propria vita, i vissuti, l’infanzia, i traumi subiti e rivedere tutto quanto per comprendere dinamiche disfunzionali che vengono attuate con i nostri figli e che ci allontanano da loro. E’ fondamentale operare su se stessi, guardare in faccia i propri fantasmi, ammettere le proprie difficoltà. Non si può pretendere di lasciare in mano ad uno sconosciuto il rapporto più importante della nostra vita, credendo che possa risolverlo per noi.

Commetteremmo un terribile errore. L’amore implica impegno, costanza, cura. Avere cura. Le cure riservate ad un neonato però non possono essere le stesse di un bambino di 4 anni o di un adolescente di 14. Ci saranno cure diverse per ogni momento della sua crescita, ma non dimenticarti, che stai crescendo anche tu. Imparerai a conoscere tuo figlio un passo alla volta. Comprenderai ciò che ama e ciò che detesta, ciò che lo fa sentire triste o felice; il suo sguardo ti comunicherà il suo stato d’animo senza necessità di parole, il suo corpo ti mostrerà i segnali di malessere che saprai decifrare a menadito. Saprai dove ha una voglia, qual è il suo sorriso imbarazzato e cosa fa quando è stanco. Non smettere di osservarlo, perchè anche alcune di queste cose cambieranno. Inizierà a camuffare la tristezza con un sorriso, giocherà ad indossare maschere inconsce e tu potresti non accorgerti di tutto ciò. Lo hai fatto anche tu con i tuoi genitori, sono tappe fondamentali per la creazione della propria identità ed il distacco dalle aspettative. Non smettere di amarlo e non credere che ti ami di meno. Cresci con lui. Adatta le tue parole, calibra la tua corda tesa, stai in silenzio, ma porgi un orecchio. Ricordati di te bambino/a e poi ragazzo/a, le tue inquietudini, il tuo caos. Condividilo magari, assaporalo e prova a ricordare come hai messo ordine. Ti servirà ora, per sentirti un genitore adeguato, per rimettere ordine nel caos di insicurezza in cui magari piombi ogni tanto. Abbi fiducia in tuo figlio/a e in te.

E dunque, quali sono le soluzioni per “crescere genitori”?

Porsi domande, darsi risposte, formulare ipotesi, verificarle, confrontarsi, ritornare indietro, mettersi in discussione, cambiare le risposte e sentire la nascita di nuove domande. Tutto questo, fino alla fine dei vostri giorni.

Sotto giudizio, come un genitore.

Quando nasce un bambino nascono anche una mamma ed un papà.

Prima di allora due persone sono ‘solo’ un uomo e una donna, con vari ruoli nella società a far parte della loro identità. Un figlio segna un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella vita di una persona ; prima, per quanto possa essersi preparata a livello teorico, per quanto possa aver praticato con i figli degli altri , per quanto possa aver cercato nei libri, per quanto possa prendere o non prendere spunto dalla propria storia famigliare non sarà mai come il dopo. Nel bene e nel male le aspettative sono ben lontane dalla realtà, che sia il primo, il secondo o il quarto figlio.

Quando nascono una mamma e un papà (molto probabilmente anche prima) , nasce un giudice, rigido, implacabile e persistente, anzi molti.

Il primo, ed il più crudele è quello interiore : sarò una buona madre? sarò in grado di fare il padre? Saprò ascoltare i bisogni di mio figlio? Sarò in grado di dargli una buona educazione? Saprò comportarmi da buon genitore? Starò facendo la cosa giusta? Sarò all’ altezza? E milioni di domande simili che occupano la mente del genitore, minando costantemente l’ autostima e l’ operato quotidiano.

Gli altri sono i giudici esterni, i nonni, i fratelli, gli zii, i cugini, gli infermieri, i medici, gli amici, gli insegnanti, l’ istruttore di nuoto, di cavallo, di calcio, di danza, la signora del piano di sotto, la conoscente del palazzo di fronte e via dicendo…

Persone che, più o meno esplicitamente esprimono giudizi sull’ educazione (prettamente) o sullo stile di vita di una famiglia facendo per lo più paragoni o basandosi su ‘come dovrebbe essere’.

Il paragone è uno strumento per distinguere la critica costruttiva dal giudizio.

Chiaramente un esterno alla famiglia gode del privilegio, quando usato con coscienza e spirito di supporto, di poter osservare eventuali dinamiche o situazioni che dall’ interno si fatica a notare e questo è un vantaggio che può avviare circoli virtuosi di cambiamento, grazie al dialogo empatico e alla critica costruttiva.

Diverso è invece il giudizio espresso, come dicevamo, da un termine di paragone, di ‘meglio’ e ‘peggio’, di ‘si fa e non si fa’, ‘al suo posto avrei fatto’, ecc… giudizio o parere che spesso non è richiesto, che è parte del chiacchiericcio e non ha alcuna finalità di supporto alla famiglia. Questo ‘tribunale’ si va poi ad accompagnare al già proficuo dialogo interiore del genitore, innestando bombe di insicurezza e inadeguatezza che, di fatto, creano un gran caos.

Non esiste un ‘Manuale per la famiglia perfetta’, e se anche esistesse, spunterebbero sicuramente uno o più dissidenti.

Non esiste la famiglia perfetta in senso ideale, esistono famiglie guidate dall’ amore e famiglie in cui l’ amore bisogna proprio andarlo a stanare.

Puoi aver allattato tuo figlio al seno fino al sesto anno, avergli insegnato tutti gli sport del mondo, averlo iscritto alla migliore scuola della città, puoi avergli dato da mangiare cibo super biologico, puoi non averlo sgritato mai, usato tutte le tecniche possibili di educazione, e non necessariamente tutto questo fa di te un buon genitore.

Ogni bambino è un individuo unico e ciò che ha funzionato con un altro bambino in un altra famiglia (o anche con il fratello o la sorella più grande), potrebbe non funzionare con quel bambino in quel dato momento della sua crescita, in quello specifico momento della vita famigliare e in quella data predisposizione dell’ adulto.

Educare è un processo dinamico e mai unilaterale, è crescere insieme.

Posti alcuni pricipi di base specifici e scientifici rispetto alle fasi evolutive del bambino che possono rappresentare delle linee guida generali a cui fare riferimento in modo, appunto, generale, nello specifico di ogni situazione ciò che serve è il buon senso, un grande spirito di osservazione che permette di connettersi ai bisogni di quel momento specifico del bambino e molto molto Amore.

In una famiglia in cui regnano l’ attenzione ai bisogni fisici/evolutivi ma anche emotivi del bambino, l’ osservazione critica , il buon senso e l’ Amore (ultimo ma non ultimo chiaramente) quasi certamente possiamo trovare bambini e genitori felici, e non sarà poi così importante se la casa è in ordine, se i genitori sono insieme o separati, se il bambino non va a letto tutte le sere alle 9, se non mangia biologico, se è stato o non è stato allattato al seno eccetera eccetera.

Ai genitori dico questo, ci sarà sempre qualcuno pronto a proporvi un miglior metodo, un consiglio non richiesto o una critica per le vostre scelte educative, valutate sempre attentamente la fonte di queste critiche e soprattutto il fine ultimo.

State facendo il meglio che potete, nel momento in cui vi trovate, con quello che avete? Allora state facendo un ottimo lavoro ! Chiedete aiuto quando vi sentite in un vicolo cieco, questo può facilitarvi un pochino il compito ma sappiate che vostro figlio , vostra figlia vi amano immensamente a prescindere ( vi amano anche quando sembrano odiarvi, soprattutto durante l’ adolescenza, anzi, quello è il momento in cui hanno più bisogno del vostro silenzioso ma incrollabile Amore).

Vi dico anche che l’ amore non è nell’ evitare ai vostri figli le difficoltà della vita, di vario genere, dalla condizione economica alle separazioni, dalle famiglie allargate ai brutti voti a scuola, dalla frustrazione del no alle prime delusioni d’ amore, quelle le affronteranno comunque presto o tardi : prima imparano a trovare dentro di loro le risorse per affrontarle meglio sarà per la loro crescita.

Ascolate sempre ciò che vi sembra giusto fare , nel vostro profondo lo sapete, siate connessi a quell’ istinto animale che purtroppo abbiamo un pò perduto in onore del ‘ si è sempre fatto così’ oppure ‘tizia o caio hanno fatto così‘ e soprattutto connettetevi a vostro figlio meglio di un qualunque wifi esistente al mondo. Non mettetevi a paragone con nessuno, vostro figlio è unico e lo siete anche voi.

Buon cammino insieme ai vostri amati figli.

Il ‘giusto posto’ in famiglia, il ‘giusto posto’ nel mondo.

La famiglia è un sistema dinamico, governato da precise regole che si perpetuano nel tempo. Per quante variazioni sociali abbia subìto nel corso del tempo il ‘sistema famiglia’, queste regole continuano a seguire un ordine ben preciso, necessario al mantenimento dell’ equilibrio o, come dirette B. Hellinger ,al fluire dell’ Amore.

Ogni disarmonia all’ interno di un sistema genera dei movimenti di ricerca di quell’ equilibrio perduto. Generalmente i figli sono i “componenti del gioco destinati all’ equilibrio” ( B. Ulsamer ) ; in altre parole i figli manifestano, sono la “spia” accesa di ciò che, nel sistema, richiede attenzione e manutenzione.

Più un genitore risolve, osserva, consapevolizza meglio se stesso, i propri traumi, le difficoltà relazionali e generazionali, meno carico viene lasciato da smaltire al figlio. Più l’ adulto si conosce, si occupa di sè a livello profondo e più il bambino diventa libero di adempiere il proprio unico destino e non quello del padre, della madre, dei nonni, del bisnonno o degli avi passati.

Un bambino può ,più facilmente e gioiosamente, camminare verso la realizzazione di sè stesso quando è al giusto posto, quando cioè non deve sopperire a spazi vuoti, sospesi, non-detti, lutti o distacchi di chi (e in chi) c’è stato prima.

Per esprimere e sprigionare i suoi talenti , quindi, il bambino ha bisogno di un ambiente sereno, sicuro, accogliente, di una guida ed anche di essere al suo ‘giusto posto’ all’ interno del sistema famiglia d’ origine. Genitori e figli non sono sullo stesso livello, ed è importantissimo che non lo siano. I genitori vengono prima, sono ‘sopra’ i figli. I figli seguono, sono ‘sotto’. Sopra e sotto non sono da intedere come valore della persona ma come ordine che permette il fluire. E’ il genitore che dà la direzione e non il contrario, il movimento contrario genera una serie di interruzioni che possono manifestarsi in diversi modi nell’ espressione del proprio posto nel mondo, nel ruolo sociale e relazionale che occuperà da adulto e nella relazione con sè stessi.

Facciamo degli esempi di “regole sistemiche” :

nella famiglia ci sono dei grandi e ci sono dei piccoli.

I grandi danno ed i piccoli ricevono ; la restituzione al grande avviene con l’ adempimento del destino del piccolo, questo e la gratitudine per aver ricevuto la vita, null’ altro è “dovuto” dal figlio al genitore.

I grandi danno la vita, danno ascolto, offrono una guida, rispondono ai bisogni dei piccoli, materiali, emotivi ed animici. Danno anche gran parte del loro bagaglio di convinzioni e condizionamenti, credenze, opinioni e giudizi, per questo bisogna stare molto attenti a cosa si trasmette con parole , opere e pensieri. Essere un adulto, un genitore o un educatore, essere un ‘grande’ significa essere responsabile di ciò che si dà.

I piccoli ricevono dai grandi, la vita, ricevono protezione, ricevono regolamentazioni, limiti e confini necessari ,non solo alla loro sicurezza fisica ma anche alla formazione della personalità e l’ indirizzamento di energie e talenti.

Un altro esempio è questo :

un figlio non sostituisce nessuno, non può prendere il posto di un altro figlio, nè del partner, nè di un genitore, nè di un avo, nè di nessun altro se non a caro, carissimo prezzo, per tutti.

Prezzo che i piccoli sono disposti a pagare se necessario. I figli si sacrificano per i genitori in modi e con mezzi inimmaginabili, assumendo inconsciamente fin da piccolissimi sentimenti e ‘posizioni’ scomode pur di restare vicini al clan, alla tribù, fedeli alla famiglia.

L’ influenza che il sistema familiare ha sui figli non si limita dunque al quotidiano ma anche al bagaglio pregresso dell’ intero albero genealogico che ne segna le tendenze, le doti e le difficoltà.

Parte integrante (direi essenziale) , dunque, del sostegno e dell’ educazione di un bambino o un giovane adulto è il lavoro su sè stessi di chi gli è più vicino.

“Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi. ” (C. G. Jung )

Il bambino è un Maestro di vita in un senso molto pratico, osservare il suo sviluppo giorno dopo giorno può renderci sempre più consapevoli anche di noi stessi e delle dinamiche che ci portiamo dietro da tempo, da generazioni ; la maggior parte delle volte ,quando si tratta di qualcuno che amiamo siamo più disposti a metterci in discussione, a cambiare, ritrovare anche noi adulti il ‘giusto posto’ .

Prima ancora che genitori, educatori, mariti, mogli , prima ancora del nostro ruolo sociale , siamo stati figli. Se sappiamo cogliere i segnali del bambino ,che in modo innocente e puro esprime, possiamo educarci, educandolo, crescere insieme e risolvere fratture di sistema precedenti al suo arrivo. Ripristinare il fluire dell’ Amore che, attraverso l’ ultimo nato ci ri.cor.da l’ importanza della Vita.

L’ aggressività e la richiesta di essere accolti

L’ aggressività fisica e/o verbale è solo la punta (estrema) di un movimento interiore di disagio che non trova altro spazio di espressione.

A fronte di un ventaglio di emozioni spesso aventi a che fare con rabbia e frustrazione alcuni bambini ricorrono all’ espressione o esplosione del corpo come unico strumento per dare voce a quello che non riescono ad esprimere verbalmente o che non sono ancora in grado di gestire diversamente.

Compito della figura educante, specialmente del genitore con il quale è più facile che ciò possa accadere, riuscire a contenere prima e incanalare poi queste manifestazioni fisiche ( che in alcuni momenti evolutivi rappresentano anche un affermazione di volontà ) di modo che il disagio possa essere espresso in modi più funzionali e volti alla risoluzione.

Intorno ai due anni, il bambino inizia a notare chiaramente come le sue azioni possono procurare una reazione negli altri ed inizia, attraverso l’ opposizione, non solo ad affermare la sua volontà ma anche a ‘testare’ l’ altro, spinto da una curiosità affettiva oltre che alla sperimentazione attiva delle emozioni. Tendenzialmente prima dei quattro anni il bambino non dispone ancora di una volontà matura, verso la quale è importante progressivamente accompagnarlo; molte volte le manifestazioni di volontà sono quindi ancora scisse dai bisogni reali o dall’ espressione di questi ( “Ma io lo voglio ” oppure “voglio la stessa cosa che ha preso il papà”) ed un ‘No’ o la definizione di un confine chiaro e deciso possono procurare in lui emozioni il cui processo gli riesce difficile contenere.

L’ Io del bambino non ha ancora una struttura tale da poter consapevolizzare, gestire e soprattutto contenere ciò che gli accade dentro, bisogna appunto accompagnarlo fornendogli gli strumenti necessari per costruirlo nel tempo attraverso rimandi ed esempi. Ricordiamoci che i bambini ‘registrano’ come risponde l’ adulto di riferimento e ne fanno spesso un modello di comportamento futuro.

Superati i quattro anni (e oltre, fino ad arrivare alla pubertà) questa onda ormonale emotiva può risultare per alcuni fisicamente molto difficile da sostenere senza un esplosione a danni di cose o persone, in particolar modo quelle con le quali si è maggiormente sviluppato un attaccamento affettivo importante.

Cosa fare allora quando mio figlio mi picchia, distrugge gli oggetti in casa o fa del male a sua sorella/fratello?

E’ bene innanzitutto stare attenti a non rispondere all’ aggressione con un altra aggressione, se non si vuole correre il rischio non solo di fallire nella comunicazione ma addirittura di rinforzare questo atteggiamento.

Per aggressione si intende sia fisica che verbale quindi l’ educatore o il genitore sia ben attento a non cadere in trappole di parole che feriscono tanto quanto un pugno ( “Quando fai così sei stupido/cattivo….ecc; i giudizi verbali diventano poi quello con cui il bambino si identifica e tenderà inoltre a replicare lo stesso atteggiamento). Il disagio diventa violenza quando non trova un collegamento con il bisogno che nasconde, questo accade anche negli adulti, per questo è così importante non trascurare segnali così importanti che il bambino che “aggredisce” sta inviando.

Appuranto che l’ aggressione è , di fatto, una richiesta di attenzione e aiuto rispetto allo stato emotivo che stà vivendo, la prima cosa da fare è sicuramente evitare che il bambino vi faccia del male. Il fatto che siate consapevoli del bisogno nascosto non lo autorizza a trattarvi come un “pungiball” su cui potersi scaricare (anche questo potrebbe in futuro incoraggiarlo) come a dire “fai pure, tanto sono solo la mamma, con me puoi.”

No, non può. Pugni e calci possono essere fermati in modo deciso anche attraverso il contenimento coercitivo dal quale cercherà a volte di svincolarsi con la forza o con “fughe” quali : “ devo andare in bagno, mi fa male il pancino”, “non posso respirare”, “ho sete”. Sono altri modi di dire che quello che sente è troppo forte per lui/lei. Se lo lasciamo fuggire sarà questo poi che farà spesso a fronte di questo stato interiore.

L’ abbraccio stretto è un ottimo modo per fargli sentire questo contenimento. Tutto quello che il bambino può vivere con e attraverso il corpo ha più facile accesso alla coscienza, è immediato. Il bambino non può ancora farlo per se stesso, allora l’ adulto funge da “Io che contiene”.

Ti contengo fisicamente affinchè tu non ti faccia del male e non faccia del male alla mamma, al papà al fratellino o alla casa. Quando sarai più calmo potremo chiarirci e ti lascerò andare.

Ovviamente i dialoghi devono essere modulati in base al bambino in modo che siano per lui comprensibili. Poche parole, semplici e che spiegano cosa stiamo facendo e perchè.

Dopo che il bambino si sarà sfogato con pianti e tentativi di fuga, quando quindi quell’ energia potente è stata liberata, sarà possibile il dialogo. Durante la crisi è totalmente inefficace e per di più frustrante per entrambi.

Quindi : impedire la fuga, rifiutare l’ aggressione e iniziare il dialogo.

I due non si staccano finchè il conflitto non è chiuso. Questo favorisce un “attaccamento sicuro”. La capacità di vivere e gestire il conflitto senza correre il rischio di essere rifiutato o abbandonato.

E’ importante che nel momento del dialogo il bambino vi guardi negli occhi, quindi si può prendergli il viso per favorire lo sguardo. Allo stesso tempo non è obbligato a guardarvi (è comunque un modo per fuggire) allora lo si può rassicurare

” Tu non sei obbligato a guardarmi ma io ti vedo, devi solo ascoltare come io stò con te”

Da questo momento potrete dire come vi sentite quando lui/ lei hanno atteggiamenti aggressivi e potrete cercare di indovinare quale è il bisogno di base che li muove (chiederglielo direttamente può essere utile come no, dipende dall’ età e dal livello di presenza interiore, a volte nemmeno gli adulti lo sanno cosa sentono veramente quindi non è assolutamente detto che il bambino abbia alla coscienza il perchè si comporti così ). Potete fare domande rispetto agli accaduti, oppure “riesci a dire la stessa cosa con le parole?” e condurvi al bisogno nascosto (una caccia al tesoro davvero molto importante per costruire relazioni sane).

Giudizi svalutativi da parte dell’ adulto, o promesse estorte come “prometti che non lo farai più” e “chiedi scusa” sono del tutto inutili e anzi dannose. Il bambino non si sente accolto, nè protetto in un momento in cui egli stesso non è in grado di farlo, e il suo bisogno rimane inespresso. Alla prima occasione utile l’ evento aggressivo si ripeterà.

Ricordiamoci, inoltre, che esiste un “ordine” che è fondamentale affinchè ogni bambino abbia la possibilità di costruirsi un identità personale e di relazione sana. Ci sono dei grandi e ci sono dei piccoli, i grandi devono fare i grandi ed i piccoli devo fare i piccoli.

I grandi hanno la responsabilità dei piccoli e non il contrario, i grandi orientano i piccoli su come stare meglio e non il contrario ; i bambini possono arrabbiarsi per questo e dirlo ma l’ “ordine” rimane. Questo non vuol dire comandare i piccoli ma piuttosto che è compito del grande riuscire a cogliere i bisogni inespressi, in questo caso specifico e reindirizzare l’ aggressività senza bisogno di instillare sensi di colpa, premi o punizioni.

Parleremo meglio di questo argomento nell’ articolo “La generazione dei piccoli tiranni”.

Maria Rosa Iacco

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