EDUCARE: UNA MISSIONE POSSIBILE SE PARTI DA TE

Educare significa tirare fuori. La missione dunque di un educatore e di una educatrice è quella di portare alla luce la vera essenza di ogni essere umano che incrocia il suo cammino per un certo periodo di tempo.
Oltre alla missione primordiale però, si ha un COMPITO che abbraccia e accompagna lo scopo: essere un esempio. L’ambiente in cui si vive sia esso fisico che psichico influenza fortissimamente la formazione e lo sviluppo dell’individuo. Per questo non basta prestare attenzione alla forma con cui presento l’ambiente al bambino, ma è l’essenza che ne fa la differenza. Un’insegnante o un educatore che ha come obiettivo primario “insegnare” dei contenuti, perderà la parte empatica di sé e trasmetterà ansia, rabbia, paura.

È necessario dunque porre sempre un accento sul proprio sentire, porsi domande (che cosa sto trasmettendo? Qual è il mio obiettivo? Lo sto mostrando nel modo più comprensibile? ) , respirare a fondo e guardare sempre il bambino come un essere in formazione, come un individuo unico e dal valore inestimabile.

Photo by Pixabay on Pexels.com


Posso essere un ottimo insegnante, ma un pessimo educatore. È indispensabile però che non sia così. Al giorno d’oggi i bambini si trovano immersi in realtà scolastiche che deviano  il corso del loro sviluppo. Parti di essi vengono tagliate, estirpate, condannate così fortemente e così lungamente che possono solo morire.  Per educare gli altri bisogna prima educare se stessi. Amarsi, accettarsi, elevarsi. Fare i conti con i propri fantasmi, le proprie paure da affrontare, le proprie emozioni da gestire . Se dico ai bambini come gestire la rabbia loro ascolteranno e proveranno a mettere in pratica, ma se quando mi arrabbio lancio grosse parole, minaccio e vado via, loro saranno portati ad esprimerla in questo modo. L’esempio è la formula di insegnamento più immediata, più forte, quella che verrà ricordata.
Si ha dunque un obbligo morale nella formazione non solo curricolare di sé, ma soprattutto spirituale.
La gestione di emozioni forti può essere difficoltosa, soprattutto dinnanzi ad un “pubblico” sensibile alle grandi manifestazioni.
Spesso gli adulti urlano frasi minacciose ai bambini tipo: ” Guarda che se continui così non farai l’intervallo” o “Lo dico a mamma e papà” o “Ti faccio bocciare/espellere” .Sono tutte dimostrazioni della presa di posizione volta a far comprendere al bambino o alla bambina , ragazzo/a , che siamo noi i più forti, che noi possiamo disporre di loro. Ma è questo il messaggio che vogliamo passare? È questo il nostro obiettivo? O dietro c’è una difficoltà di gestione del nostro sentire?

Photo by Andrea Piacquadio on Pexels.com


Come posso agire affinché io riesca ad esprimere chiaramente il mio obiettivo?
Minare l’autostima e la capacità di discernere autonomamente del bambino, non ci porterà grandi risultati, anzi, rischieremo di deviare lo sviluppo del bambino e di creare in lui dei grandissimi dubbi sulle sue reali capacità. Avremo così un individuo insicuro e incapace di pensare autonomamente, quindi ancora più problematico da gestire. Si rafforzerà invece chi abbiamo tentato invano di “piegare”, perché acquisirà la sicurezza del fatto che le nostre minacce o sono inconcludenti, o era proprio lì che voleva portarci. Si evince dunque quanto l’esempio possa aiutare o distruggere un essere umano e quanto peso abbia il nostro mestiere sia sulla nostra coscienza che sulla comunità intera.
Non si può pensare di infilare contenuti nelle teste se non si passa dal cuore. Il nostro e il loro. Bisogna trovare un contatto e poi non fare, ma ESSERE ciò che può aiutarli a trovare la loro essenza.

Il primo passo è dunque –PORSI DOMANDE: Cosa vorrei ottenere? Quale messaggio vorrei trasmettere? Come sto portando avanti il mio obiettivo? Il bambino/ragazzo ha un ruolo attivo nella soluzione del problema?

-FORMULARE DELLE POSSIBILI ALTERNATIVE: Posso agire in modo diverso? Quali altre soluzioni possono esserci?

PASSARE ATTRAVERSO LA CONCRETEZZA: Generalmente i processi più incisivi sono quelli che passano attraverso il corpo. Studiare dei laboratori, degli approcci pratici, in cui sia coinvolto il corpo e le sensazioni che ci trasmette, riflettere sul processo svolto e verificare l’effetto, sono modalità efficaci di intervento per vivere le esperienze e non solo sentirne parlare.

CAMBIARE IL PROPRIO PUNTO DI VISTA: Ci sono sempre almeno due modi di vedere la stessa situazione. E’ necessario indossare occhiali nuovi, cambiare posto, per poter osservare da un altro punto di vista e comprendere così la visione di nuove possibilità.

METTERSI IN GIOCO: Invito gli educatori, le educatrici e gli insegnanti tutti a riflettere nuovamente sul tema della formazione spirituale, intesa come capacità di comprensione di sé e la gestione delle proprie emozioni , la consapevolezza dei propri talenti e delle difficoltà, affinché si possa essere equilibrati nello svolgere il delicato compito che abbiamo scelto: aiutare la vita. 

La spinta emozionale che ci porta a diventare educatori, va alimentata ogni giorno nella consapevolezza che non si è mai arrivati. La formazione DEVE essere continua, da un punto di vista curricolare, ma anche emozionale. Abbiamo tra le mani esseri in formazione, il futuro dell’umanità e dobbiamo averne cura. Quando mi sento stanca, affaticata da problemi di varia natura, da situazioni delicate sul lavoro o nella vita privata, temo di voltare lo sguardo e non vedere davvero il bambino, di perdermi per un attimo. Allora richiamo l’attenzione dei bambini e dico loro che ho bisogno di un abbraccio di gruppo (per chi se la sente). Tutte quelle piccole braccia che mi stringono, quegli occhietti vispi che mi guardano felici, quei cuori che battono all’unisono, mi permettono di riconnettermi con la parte più profonda di me e di rientrare nel loro fascio d’amore e gioia di cui ogni giorno possiamo nutrirci. Mi ricordano la bellezza dell’animo bambino, la schiettezza, la semplicità. Ritorno al punto di partenza, rigenerata e pronta per osservare tutta la loro meravigliosa essenza.

Manuela Griso

La campanella silenziosa della fine della scuola

E’ finita la scuola. Quella digitale,con i visi piatti dietro allo schermo, dove non senti i profumi e gli odori dei tuoi compagni di avventura; quella dove un discorso importante viene interrotto dalla linea scadente; quella dove non puoi chiedere aiuto al compagno; dove la maestra fa l’ “interrogazione” di gruppo perchè si sente male al pensiero di interrogare un bambino senza poterlo guardare negli occhi, senza sentire sulla pelle se ha bisogno di più tempo per rispondere o di un piccolo incipit. E’ finita la scuola e i bambini non hanno potuto salutarsi, salutare le loro insegnanti, quelle persone che li hanno accompagnati per il loro ciclo di studi e di vita. E’ finita la scuola, senza la campanella che suona lungamente per annunciarne la venuta; senza i canti di fine anno,con la felicità dei bambini per l’arrivo delle vacanze;è finita senza lo spettacolo, la consegna del diploma, i pianti.


Si è vissuta la privazione: della libertà, dei diritti, del contatto umano, della cultura e del lavoro.
Si è vissuta la paura: della malattia, della ripresa della vita “normale”, del contatto con l’altro, dei burocrati fanatici, della perdita del lavoro, del futuro incerto.
Si è vissuta la frustrazione, la rabbia e l’impotenza: per non poter fare altro se non stare in casa, per non poter far parte di una soluzione “attiva”; per non poter cambiare le cose.
Si è vissuta la speranza: che tutto potesse finire presto, che la malattia non ci colpisse, che la vita potesse tornare a scorrere, che il lavoro potesse ricominciare, che i nostri figli potessero tornare a scuola.
Si è vissuta l’attesa: alle volte con gratitudine per i tempi lenti, famigliari,quelli che servono per la lievitazione; altre volte con incertezza, sofferenza e insofferenza.
Per noi adulti, promotori della fretta, della produzione, dell’affermazione, stare fermi ad aspettare senza certezze, senza tempi definiti, senza soluzioni alla mano, è stato un tempo duro, in cui tutto ha cambiato forma.
Per i nostri figli, poi,non eravamo più solo mamme e papà, eravamo maestri. E siamo caduti, nelle nostre fragilità culturali. Chi in matematica, chi in italiano, in storia o in tecnica. Siamo caduti di fianco ai nostri figli e abbiamo cercato risposte. Su internet, tramite amici, tra moglie e marito, o chiedendo direttamente alla maestra via chat. Siamo caduti, ma ci siamo rialzati. Avevamo un bastone forte a sorreggerci: i nostri figli.
Loro che hanno vissuto tutte le nostre emozioni, anche quelle non palesate a parole o in atteggiamenti chiari; che hanno sentito, nella carne, tutto ciò che abbiamo provato; che erano invasi dalle loro molteplici sensazioni,ci hanno sorretto. Si sono adattati, sono stati pazienti, si sono ridimensionati e hanno continuato a portare il sorriso per la maggior parte del tempo.
Ma cosa hanno vissuto questi bambini, queste bambine, questi ragazzi e queste ragazze?
Hanno sentito caos.

A tratti pervasi dalla felicità di stare a casa con mamma e papà, a cucinare, dipingere pareti, giocare insieme. Dirompente però la sensazione che questa non fosse la normalità e che venisse anche mal-accettata dai genitori, che portasse sconforto, paura, incertezza. L’avanzare dei giorni di lockdown ci ha portati a parlare con i nostri bambini, a confrontarci, a mostrare i due lati della medaglia. Loro stessi portavano insofferenza, litigi, il desiderio di tornare a scuola.


E come lo si spiega ai bambini che dal 4 maggio tutto, piano piano, sta tornando come lo conoscevamo prima della pandemia, tranne la scuola? Che si può andare al ristorante, che ci si può abbracciare sul campo da calcio,ma che loro non hanno diritto di farlo con gli amichetti? Come lo si spiega ai bambini che gli adulti possono lavorare in 20-30 tutti insieme, mentre loro dovranno essere suddivisi in piccoli gruppi?
Non ho risposte per queste domande, perchè sono le stesse che mi pongo dal 4 maggio senza trovare una logica sana per rispondere a tutto questo.
L’unica cosa che è finita davvero con la pandemia è la Scuola. Che questo sia però motivo di ri-evoluzione, di re-invenzione di un’intero sistema. Sistema che si adatterà alle esigenze degli alunni, non viceversa. Che si utilizzi questa FINE come una ripartenza verso nuovi orizzonti. Io ci credo in una NUOVA SCUOLA. Credo che ci siano persone, professionisti, che hanno già compiuto grandi passi negli anni addietro, verso una direzione diversa, più naturale. Che hanno improntato il loro insegnamento sulla relazione con l’alunno e non solo con nozioni sterili.

Cogliamo questa opportunità e costruiamo un nuovo modello di scuola.
Che sia ricca di contatti umani, di relazioni, di gioco, di Natura, di apprendimento curioso.


Se i bambini hanno subìto il peggio, ora hanno diritto al meglio che possiamo immaginare.
E’ finita la scuola, ma possiamo e dobbiamo ricostruirla. Per loro, per noi, per l’umanità intera.

Manuela Griso

Litigare Bene: tecniche pratiche per aiutare i bambini nella gestione del conflitto

Una delle capacità che è ritenuta fondamentale nella società attuale è l’intelligenza emotiva. Essa si sviluppa attraverso un allenamento in più direzioni:

1.Autocoscienza:Come mi sento io? Che cosa provo? Riconoscere le proprie sensazioni ed emozioni, avere un’ alfabetizzazione rispetto a ciò che si prova, permette di gettare le basi su quella che è l’educazione emozionale.

2. Autoregolazione: capacità di gestire le proprie emozioni

3.Automotivazione: capacità di perseguire un obiettivo

4. EMPATIA: capacità di metterci nei panni dell’altro

5. ABILITA’ SOCIALI intese come INTELLIGENZA SOCIALE

Tutte queste aree di competenze che fanno parte dell’intelligenza emotiva, vanno allenate e supportate, affinchè si possa imparare a “litigare bene”, come dice il pedagogista Daniele Novara.

A tal proposito, quando i bambini litigano, è bene distinguere il ruolo dell’adulto e dividere gli educatori/insegnanti dai genitori, per la diversità di relazione e reazione che questo processo innesca. Ma, rimanendo per ora soltanto nel ruolo dell’adulto, possiamo dire senza indugio che, come sempre nella pedagogia montessoriana a noi molto cara, egli dovrebbe rimanere quanto più nell’ombra, osservare e non intervenire. Questo compito molto arduo, se portato a termine, permette ai bambini di apprendere e confrontarsi con :

1.Il principio di realtà : adattare i propri desideri al contesto esterno;

2. Il decentramento emotivo e cognitivo: esisto io con le mie emozioni e le mie soluzioni, ma anche l’altro con le sue;

3. Il pensiero divergente: allenarsi a pensare soluzioni nuove e creative, che possano mediare tra i desideri miei e dell’altro.

L’intervento dell’adulto non favorirebbe questi processi, in quanto tenderebbe a far terminare il conflitto nell’immediato e a fornire soluzioni preconfezionate, spesso lontane da quelle che penserebbero i bambini.

Analizzando la situazione da genitore, sarà capitato a tutti voi, di dover gestire un litigio tra bambini e generalmente si sfocia in tre reazioni di base:

  • Parteggiare per l’uno o per l’altro (rivestendo il ruolo di salvatore per colui che è la vittima in quel momento)
  • Sgridare o punire (eccoci nel ruolo del carnefice a discapito di colui che lo ha rivestito finora)
  • Urlare

Questo ci porta sicuramente a risolvere il conflitto in poco tempo, ristabilendo l’egemonia del potere adulto, ma cosa si portano a casa i bambini?

-Paura

-Senso di inadeguatezza

-Rabbia

– A volte anche senso di colpa per aver fatto arrabbiare l’adulto

-Un congelamento delle proprie emozioni

Partendo dal presupposto che i bambini apprendono anche per imitazione, capiamo bene quanto questi atteggiamenti possano influire sulla loro capacità di “litigare bene”. Per cui: Come reagisco io ad un problema? Sono un esempio per il mio bambino?

L’adulto,che viene chiamato in causa in un litigio tra bambini, ha il delicato compito di non ergersi a giudice, perchè innescherebbe il meccanismo del triangolo (vittima, carnefice, salvatore, come scritto precedentemente) il quale innesca degli automatismi inconsci che tendiamo poi a riprodurre nella nostra vita:

-esisto solo se prevarico gli altri (carnefice)

-esisto solo se manifesto la mia sofferenza (vittima)

-sono responsabile per gli altri, sono indispensabile (salvatore)

ma di fornire strumenti utili affinchè i bambini si ascoltino e mettano in atto le competenze emozionali acquisite. Quali sono questi strumenti?

A litigio iniziato:

consegnare loro dei turni di parola affinchè si ascoltino senza interrompersi; (può essere utile utilizzare un gomitolo)

sottolineare la validità delle ragioni dell’uno e dell’altro;

invitarli ad esprimere come si sentono;

invitarli ad esprimere le loro volontà;

domandare loro quale soluzione propongono per risolvere il conflitto.

E’ complesso inizialmente attuare il meccanismo del buon litigio, perchè è faticoso, lungo, lento. Ma la domanda che dobbiamo tenere a mente è:

Che cosa vogliamo ottenere?

Se vogliamo ottenere che i nostri bambini possano esercitare tutte le loro competenze emozionali, allora il nostro sforzo, sarà supportato dall’auto- motivazione.

E’ bene sapere che le emozioni hanno una “scadenza”. Esse sorgono nell’amigdala e vengono gestite dalla corteccia prefrontale. Per fare questo percorso impiegano 90 secondi. Ecco perchè è bene contare fino a 100 prima di reagire! Per dare il tempo all’emozione di arrivare nella corteccia prefrontale che è colei che è in grado di aiutarci nella gestione delle emozioni. Per cui,

-mostrare un momento di “pausa” in cui poter elaborare l’emozione, ritornando a respirare ad un ritmo regolare, è un ottimo inizio.

-Esprimere l’emozione provata è il secondo passo che traccia il sentiero dell’empatia. Ti mostro la mia emozione e tu puoi mostrarmi la tua, sono diverse forse, ma entrambe valide.

I bambini impareranno così che le emozioni possono essere espresse e gestite, che sono delle alleate e non dei nemici. Ricordiamoci però che la loro corteccia prefrontale non è ancora del tutto formata, per cui hanno la necessità di essere accolti e guidati in questo viaggio nella gestione delle emozioni.

Ultimi consigli utili:

-MAI etichettare un bambino per un atteggiamento durante un litigio. Così come il voto non fa il bambino, anche una scelta sbagliata non fa di lui un bambino sbagliato.

-Esperimento interessante sono i giochi di ruolo: il genitore fa il bambino, innesca un conflitto.Sarà interessante vedere la reazione del bambino e le soluzioni da lui progettate per la risoluzione.

-Qualora fossimo noi a dare l’esempio sbagliato, non dobbiamo mai dimenticare che si può e si deve recuperare, mostrando loro l’errore e spiegando perchè è stata una scelta sbagliata. Sbagliata non era l’emozione, ma il modo in cui l’ho espressa.

Tutti i soggetti sani sono dotati dei neuroni-specchio che ci permettono di attivare la stessa area del cervello attivata dalla persona con cui stiamo avendo una qualche forma di interazione. La natura ci ha così dotati di una base empatica che può aiutarci a “litigare bene”, ci vuole però allenamento e costanza.

Il Litigio Sano porta ad uno sviluppo di capacità multiple che possono essere applicate a diversi contesti.

Manuela Griso

Blog su WordPress.com.

Su ↑