IL MANTELLO PERBENISTA DEL “PER IL BENE DEI FIGLI”

La separazione dei genitori è ormai un elemento comune a molti bambini. Purtroppo però sono ancora poche le volte in cui padre e madre riescono ad accordarsi e ad affrontare la situazione nel migliore dei modi per “il bene dei figli”.
Ma qual è il bene dei figli? Chi lo stabilisce?
Ogni essere umano è unico ed inimitabile, nella buona e nella cattiva sorte. Questo, è evidente, porta ognuno di noi ad avere dei bisogni diversi gli uni dagli altri. Ciò comporta un contrasto chiaro con i criteri che si reiterano da secoli in tema di separazioni.

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Alcuni miti da sfatare che si verificano ancora troppo spesso:
1.”Il bene dei bambini è stare con la mamma” per quale motivo? Chi stabilisce che un genitore, solo in quanto donna, sia più adatto a prendersi cura di un bambino in tutta la sua complessità? Non sono forse le inclinazioni naturali, la visione del mondo, l’impegno costante, le competenze emotive, a dover illuminare certe decisioni?
2.“Il bene dei bambini è la bi-genitorialità” ma davvero riteniamo che alcuni soggetti, senza sostegno alcuno, possano essere genitori consapevoli di ciò che stanno facendo? Persone violente, con dipendenze di ogni sorta, che non si prendono nemmeno cura di se stesse? E questo indipendentemente dal sesso. Uomo o donna non fa differenza. Ci sono madri che dichiarano apertamente di non aver voluto  i figli, ma poi, pur di apparire buone e socialmente adeguate, si giocano la carta del tribunale contro i padri. Ci sono padri che non conoscono nemmeno le allergie gravi dei figli, ma che si dichiarano padri presenti e attenti ai propri bambini. Non tutti sono in grado di fare i genitori. Non possiamo pensare che basti mettere al mondo una creatura per diventarlo. E obbligare qualcuno a farlo non è una scelta che comporta benefici effettivi, né per i genitori, né tantomeno per i figli.

Che il bene dei figli sia rimanere solo con il papà non l’ho mai sentito dire, forse perché gli uomini sono più umili sotto certi aspetti e non pensano di poter fare tutto loro. Da sempre sono considerati il genitore numero 2, quello non così indispensabile. Spesso le madri si ergono ad esseri superiori, ma indossando il mantello del martire ” lo faccio perché sono capace solo io, mannaggia a te che sei un incapace” o “se non lo faccio io chi lo fa?” Di fatto si mettono da sole nella condizione del monogenitore nonostante siano ancora in coppia. Avvenuta la separazione mantengono il ruolo e l’ex ha due vie: o tentare di costruire un rapporto paritario rispetto ai figli, o mantenere anche lui il suo ruolo da padre assente . Dove stia la verità è spesso molto difficile capirlo,perché le versioni discostano sotto molti aspetti.

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Le storie di oggi sono piene di donne vittime dei propri ex mariti o compagni e tanti sono stati i segnali precedentemente, ma nessuno se n’é voluto occupare. È aberrante e inaccettabile.
Mi domando allo stesso tempo quanti uomini ci siano, vittime emotive di donne che si credono il creatore. Che si arrogano il diritto di scegliere a discapito di un rapporto padre/figli, coprendolo anche con il mantello del “bene per i figli”.
L’unico tassello univoco a tutti è che il bene per i figli sarebbe poter avere dei genitori che li amino, indipendentemente dai rapporti tra loro; che non si facciano la guerra pensando che eliminare l’altro (ritenuto inadeguato) sia “il bene dei figli”.
La manipolazione della realtà a proprio vantaggio, la cecità di fronte a palesi reazioni dei figli che indicano che si sta andando nella direzione sbagliata, magari accompagnati dalla nuova compagna/o, è un modello usuale ai più, durante e dopo la separazione. Non si vedono più, davvero, i propri figli, ma si vede ciò che si vuole vedere. Si pensa che se la situazione fa vivere bene noi, sia certamente così anche per i figli. E mentre loro si arrabattano con strategie di sopravvivenza più o meno evidenti, noi li vogliamo vedere felici, per cui questa sarà la storia che racconteremo a noi stessi e agli altri.

L’altro genitore viene dipinto come assente, immaturo e inadeguato ( padre); poco di buono, pazza ed esagerata (madre). Il risultato sta nel mezzo, dove troviamo figli che non sanno schierarsi, che se lo fanno si sentono colpevoli e che spesso, molto spesso, non vengono creduti. Se uno dei due genitori dice all’altro: “il bambino mi ha detto che… ” si viene subito accusati di essere bugiardi, se non addirittura di alienazione. Ci si ritrova così a dover abbozzare per quieto vivere, a sentirsi dei genitori inadeguati perché non possiamo sostenere il nostro bambino, o a fare la guerra pur di ottenere ciò che riteniamo giusto per i nostri figli.


Come uscire dunque da questo tunnel? Come comprendere quando stiamo realmente vedendo la realtà e quando invece indossiamo lo sguardo del nostro benessere come filtro?
1) Tuo figlio ti dice che dall’altro genitore fa qualcosa che non gli piace fare. Invece di sentirti in colpa o prendere di petto la situazione, senza sapere dove ti porterà, lavora con tuo figlio affinché piano piano possa prendere coraggio e dire al genitore in questione di che cosa avrebbe bisogno. Come fare? Rimandando al bambino che con l’altro genitore può parlare, che sarà pronto ad ascoltarlo, che la sua opinione è importante; oppure provare le strategie del problem solving cercando delle possibili alternative da mettere in atto. Fate una bella lista, con tutte le idee che vi vengono in mente (genitore e figlio), poi rileggetela e spuntate le idee che non sono attuabili. Arriverete a trovare delle soluzioni insieme, mostrando al bambino una strategia efficace di risoluzione dei conflitti, che interiorizzerà nel tempo e potrà far parte del suo bagaglio comunicativo.
2) Vostro figlio vorrebbe stare di più con voi che con l’altro genitore.
Analizzate con calma la situazione. Domandate a vostro figlio che cosa fate (o siete) che lo rende più felice quando siete insieme. Senza accusare l’altro genitore o sminuire le sensazioni del bambino, parlate insieme dei suoi bisogni. Ascoltateli. Provate a rimandare l’emozione che secondo voi provano,  per verificare se avete ben compreso. A questo punto domandatevi quale emozione scaturisce in voi tutto questo. Riguardate i bisogni del bambino e i vostri. Se riuscite, con empatia, provate a spiegare al bambino, perché in quel momento non è possibile soddisfare quel bisogno. Se sapete già che potrà essere soddisfatto, date loro una scadenza. Se vi sentite impotenti, abbracciatelo. Capirà.
3) Temete che l’altro genitore possa mettervi contro i figli.
I figli amano i loro genitori. Indipendentemente da come questi si comportino con loro. Che siano affettuosi e attenti o violenti e assenti, loro li amano comunque. E cercheranno sempre di renderli felici. Anche quando sembra che facciano di tutto per ferirli , in realtà ricoprono il ruolo che gli è stato assegnato. Vogliono dare ragione al genitore, pensando che così sia felice. I bambini vogliono il bene dei loro genitori, alle volte più di quanto i genitori vogliano il bene dei figli.
Quando un genitore parla male dell’altro con i figli, potrebbe ottenere un iniziale rapporto conflittuale tra i due, ma esso si risolverà in tempi brevi se quello che è stato riferito non è la verità. I bambini sono piccoli, non stupidi. Sentono il bene e ne sono affamati.
Si può cadere però anche nel lato opposto. Ovvero… Il genitore dice la verità e il bambino lo prende per bugiardo e non gli crede. Anche in questo caso, il bambino mostra l’amore verso il genitore che secondo lui è più fragile. Per cui si può ottenere come risvolto un maggior attaccamento.
Per evitare tutto questo, è necessario,seppur complesso alle volte, che ogni genitore pensi al proprio rapporto con il figlio, senza intromettersi nelle dinamiche con l’altro. Soltanto così il bambino sarà libero di osservare con i propri occhi, di farsi una sua opinione e di manifestare i suoi stati d’animo senza influenza alcuna. Ci si sente impotenti nel vedere la manipolazione e nel comprendere che è meglio supportare a lato ed eventualmente raccogliere i cocci, senza intervenire a gamba tesa. L’istinto ci porterebbe dall’altra parte, ma il rapporto con l’ex può influenzare la nostra visione delle cose.
4) Domandatevi se foste nei panni di vostro figlio come vi sentireste.
Chiedetevi che cosa sta provando, se corrisponde a come vi sentireste voi. Analizzate i conflitti che pensate stia vivendo e create con lui uno spazio di ascolto. Soltanto voi due. Apritevi a lui. Dedicategli del tempo vero. Dove la vostra attenzione non sia interrotta dal suono del cellulare, dalla televisione o dalle parole di un altro adulto.
5) Non rinnegate il passato.
Avete vissuto con il padre o la madre dei vostri figli per un certo tempo di vita. Avete condiviso gioie e dolori. Vi siete amati e magari anche odiati. Ma da quel rapporto sono nati i vostri figli, che meritano di sapere che i loro genitori si sono amati, che il rapporto è mutato, ma il rispetto resterà sempre. Hanno bisogno di saper e che in qualche modo, una parte di amore resterà per sempre. Altrimenti non crederanno più ai vostri “ti voglio bene”. Penseranno che sarà così finché non faranno qualcosa che vi farà arrabbiare davvero. E da lì, allora, odierete anche loro.
Dobbiamo dare loro l’assoluta certezza che il nostro amore per loro non passerà mai. Dobbiamo essere coerenti. Se passiamo dall’amore all’odio con facilità in rapporti importanti, è come se confermassimo loro che prima o poi li abbandoneremo, esattamente come abbiamo fatto nella relazione con l’altro genitore.

Non ci sono formule magiche per una “separazione serena”. I due termini insieme già suonano come una dicotomia.
Ma lo scopo di tutto questo è ricordarsi che non esiste “IL bene dei figli”; esiste l’idea che ognuno di noi ha rispetto a questo e l’unica legge che davvero dovremmo tenere a mente è quella di continuare a rispettarsi nonostante tutto e ad osservare i nostri figli, senza filtri attivi.
Questa è l’unica base per il vero bene dei figli. Da lì si può partire a costruire tutta la parte gestionale e organizzativa, tenendo presente le esigenze e i bisogni dei bambini, partendo dai loro sguardi. Ricordandosi che fare il genitore è un onore, non un peso. Per cui non siamo eroi se abbiamo un nucleo monogenitoriale o se stiamo con i nostri figli la maggior parte del tempo perché l’altro genitore è impossibilitato da eventi o da volontà. Noi siamo quelli fortunati. Quelli che possono godere di momenti importanti che non torneranno più. Non sentiamoci eroi e nemmeno martiri, vittime di uomini o donne latitanti che non ricoprono il loro ruolo. Sentiamoci grati per poter godere ogni giorno della presenza dei nostri figli, del loro amore e dei loro preziosi insegnamenti.

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Cari mamma e papà,
ho due anni e non capisco
come mai devo stare a volte lontano dal papà e a volte dalla mamma. Voi me lo avete spiegato, ma io non ho capito bene. Vorrei potermi addormentare ogni sera con la favola del papà e il bacio della mamma, vorrei potermi arrabbiare con uno e farmi consolare dall’altro per poi tornare ad abbracciarci tutti insieme.
Cari mamma e papà, ho 4 anni e sono arrabbiato. Vorrei non dovermi spostare da una casa all’altra in continuazione e poter dormire con voi nel lettone come facevamo prima. Vorrei non svegliarmi nel cuore della notte e chiamare papà senza che mi possa rispondere e vorrei poter abbracciare la mamma quando esco da scuola ogni giorno. Non voglio dover andare via dal papà quando stiamo giocando e non voglio lasciare la mamma quando sono stanco.
Non mi piace vivere così.
Cari mamma e papà ho 7 anni. Nella mia classe ci sono tanti bambini che hanno la mamma e il papà in due case diverse. Non mi sento speciale, mi sento solo triste e alle volte mi sento un peso. Tu, mamma, ti arrabbi se sto con te nel giorno in cui dovrei andare da papà, ma papà non può. E alle volte invece sento te, papà, che vorresti andare a sciare ma poi dici: ma devo stare con mio figlio. Vorrei non dover scegliere la domenica se stare dal papà o dalla mamma. Vorrei che foste voi a decidere perché per me è troppo difficile scegliere. Io voglio bene ad entrambi.
Cari mamma e papà ho 14 anni. Vi siete separati da tanto ma ancora vi sento parlare male l’uno dell’altra. A volte papà mi dice che sono come te, mamma, e ho capito che lo dice con un tono dispregiativo. Altre volte mamma mi dice che tu sei un egoista perché non rispetti gli impegni presi. Ma io lo so, papà, che tu se non vieni è perché hai un motivo valido, lo so che mi vuoi bene e che per te sono importante. Quando siamo insieme parliamo, stiamo insieme, ti dedichi a me.
Io lo so, mamma, che tu sei una donna forte e in gamba, che alle volte quando non mi vedi, quando sei incentrata su di te, non lo fai perché non mi vuoi bene, lo fai perché pensi di darmi un buon esempio prendendoti cura di te. Ed è vero mamma, in parte è così. Quando papà mi dice che sono come te, io non la prendo male, perché per me è un complimento.
Non sono più una bambina, ma mi domando come possano due persone amarsi tanto e poi farsi così del male per tanto tempo? Perché non la smettete? Farete così anche con me se non farò quello che volete voi?
Cari mamma e papà, ho 20 anni. Vi ringrazio per essere stati la mia mamma e il mio papà. Per aver dato ciò che siete riusciti a dare, perchè sono fiera di me stessa e questo è anche merito vostro. Ora sono in terapia per comprendere quali colpe ho avuto nella vostra storia. Spesso mi sono sentita usata per ferire l’altro, mi sono sentita di peso nelle vostre nuove vite. Devo costruirmi un modello d’amore che sia solo mio. Ho tanto lavoro da fare, tante domande a cui dare risposta, ma non sono più arrabbiata con voi. So che mi amate a modo vostro e che ora l’indifferenza tra voi ha concesso la pace. Gioirò il giorno in cui vi riconoscerete  nuovamente e saprete vedere la luce che c’è in ognuno di voi, la stessa luce che incontrandosi mi ha permesso di venire al mondo. Vi amo nonostante tutto e vi sono grata. 

N.B. Questo articolo si riferisce a casi di separazione che escludono violenze domestiche, psicologiche e fisiche. Esclude situazioni limite, siano esse dettate da forte conflittualità o da dipendenze di vario genere, dove la sola legge può intervenire per la salvaguardia della prole e degli stessi genitori.

Mi separo o non mi separo?

Quando due persone entrano nel vortice della domanda: mi separo o non mi separo? si parte con una serie infinita di altre domande che raddoppiano in caso di figli nati dalla relazione.
Purtroppo nessuno può rispondere per noi a quella prima domanda. Ma possiamo descrivere ciò che si attraversa, o per lo meno, ciò che la maggior parte di noi attraversa.
Si stende una lista di pro e contro, scritta o nella propria testa non fa molta differenza. Si individua da che parte pende la bilancia e poi si comincia a fare i bilancieri. Una volta da una parte e una volta dall’altra. A far questo gioco di peso sono i ricordi. Amici o nemici a seconda di ciò che il cuore vorrebbe.
Si analizza ogni singolo momento catartico vissuto dalla coppia e si vorrebbe tornare indietro nel tempo o spingersi nel futuro. Il momento presente, intrinseco di incertezza, rabbia, paura, tristezza, dubbio, è ciò che rifiutiamo più di tutto. Chi vivrà nel passato tenderà alla depressione, chi si protrarrà verso il futuro abbraccerà la paura. Così fomenteremo l’immobilità della tristezza o la lotta e la fuga della paura. Perderemo la lucidità, ci muoveremo a tastoni come quando ci bendavano da bambini per giocare a mosca cieca. Tutto ci apparirà diverso, privo di senso logico. Saremo disorientati e non sapremo più chi avremo davanti. La domanda per eccellenza arriva quando sale la rabbia e si inizia il gioco al massacro. A quel punto ci si chiede quando esattamente e come è stato possibile passare da “amarsi follemente” a diventare “due estranei”. Sembra che fino al giorno prima o al mese prima avremmo dato tutto per quella persona e improvvisamente, come destati da un sonno profondo, ci accorgessimo che in realtà non sappiamo nemmeno chi sia. Si alimenta così il pensiero dell’inganno, figlio della rabbia, che fomenta e distanzia, distrugge e palesa ciò che crediamo di non aver voluto vedere. E buttiamo via l’intero periodo passato con quella persona, ci lasciamo trascinare nell’oblio dal dubbio dell’abbaglio e del tradimento. Questo sembra aiutarci e spingerci verso una direzione. Se tutto è da buttare, se forse mi hai ingannato per tutta la vita passata insieme, chiudo tutto in un cassetto e smetto di soffrire.

In realtà, se buttiamo via tutto, non gettiamo solo l’altro, ma anche noi stessi. Cominciamo a pensare di essere dei creduloni, di sbagliare sempre tutto, di non saper valutare chi abbiamo di fronte, di non essere in grado di capire a chi dare fiducia e a chi no. L’autostima si abbassa, ci sentiamo ancora più persi di prima.


Il conflitto iniziale è molto alto. Si passa da carnefice a vittima in un gioco di ruoli estenuante. Non ci si comprende più, ci si sente lontani anni luce. Si arriva ad avere paura dell’altro, ad avere rabbia cieca, come solo verso un nemico avremmo immaginato.
Ed è vero che tutto passa, ma nel frattempo…. porca vacca!
La cosa che ci coglie impreparati poi è la sofferenza. Non si pensa, non si immagina, il grado di sofferenza che si arriva a provare. Si cerca il fondo del barile, ma sembra di non arrivarci mai.

C’è chi lotta per restare e chi per andare. Chi pensa all’altro come una scialuppa mentre nuota in mare aperto e chi lo vede come la tempesta che l’ha fatto naufragare. La lontananza degli intenti porta all’esasperazione del più piccolo conflitto. Si ricerca una ragione unica, una verità super partes che non esiste. Si resta incastrati nel tentativo di dimostrare chi dei due è nel giusto. La pretesa errata sta nel credere che la via dev’essere comune ad entrambi. Si ricerca un’approvazione dall’altro che in quel momento non può dare.

La recriminazione dei crimini e i danni collaterali connessi ad esso sono all’ordine del giorno e non si comprende più chi dei due abbia cominciato.
La necessità di riportare l’ordine e la giustizia , ci fa mettere in cattedra e puntare il dito. Tanti lo hanno puntato anche verso se stessi, ma nulla si ottiene se non altra sofferenza intesa come senso di colpa.


Come fare dunque per uscire da questo circolo distruttivo?
Cercando ognuno le proprie risposte per il qui ed ora. Pensando che l’altro troverà le sue e che ognuno dei due è quello che è. Non saremo noi a farlo cambiare. E non sarebbe nemmeno giusto. Alimenteremmo solo un altro circolo vizioso.
La domanda è : che cosa voglio io? Di che cosa ho bisogno io?
Bisogna prendersi del tempo, curarsi, rispondere con estrema sincerità.
Una volta avute le proprie risposte si può parlare con l’altro delle sue. Qualcuno si incontrerà nuovamente e a quel punto sceglierà insieme quale strada intraprendere. Qualcuno si allontanerà, ognuno per la propria strada, ma con una libertà nuova, una consapevolezza diversa che è quella per cui non si rispondeva ai propri bisogni e si stava remando verso l’infelicità.
Questo ci permetterà di non buttare via un’intera storia, di conservare il bello che c’è stato e di arrivare a pensare che non era più tempo per quel noi che ci ha comunque dato tanto.
Ci sono processi relazionali che richiedono anni per essere elaborati e riordinati. Ci vogliono terapie, viaggi solitari, distruzione totale alle volte e poi ricostruzione. Ci si perde e ci si sgretola finchè ad un certo punto bisogna mettere di nuovo insieme i propri cocci.

Ciò che uccide i rapporti sono le aspettative. Nel momento in cui nutro dei sentimenti per una persona, quella persona viene investita del mantello del supereroe. C’è chi venera l’altro e lo percepisce come un essere infallibile e chi viene venerato e si sente tale. Ad un certo punto l’adulatore verrà deluso nella sua aspettativa, ma non dirà nulla, o comunque penserà di poter dimenticare; l’adulato vivrà o il senso di colpa per aver deluso chi tanto ha dato, o si sentirà insostituibile agli occhi dell’adulatore. Ed ecco che inizia il gioco della distruzione. La verità viene manipolata dalla visione dell’uno e dell’altro fino ad accumulare una serie di realtà distorte che portano al collasso la relazione, apparentemente di punto in bianco. Nel momento in cui ci mettiamo un gradino più in alto o uno più in basso dell’altro ci stiamo già fregando con le nostre mani. È importante la conoscenza di se stessi perché ci spinge ad avere relazioni nella verità. È difficile dirsi e dire la verità. Essere se stessi anche rischiando di non piacere all’altro. Ed è difficile stare accanto ad una persona che vive nella verità. Se però entrambi si vivesse nella propria verità, nella condivisione della stessa, si donerebbe all’altro il sentimento più alto che possa essere vissuto: la libertà. Vivendo nella verità si libera se stessi e l’altro da quelli che sono giochi erotici che possono divertire, ma che portano alla distruzione.

Una trappola in cui si inciampa spesso è credere di non poter sopravvivere senza l’altro, di non avere più possibilità di felicità. Questo perchè si delega all’esterno ciò che in realtà può arrivare solo da noi. Ci si aggrappa dunque all’idea dell’amore e non solo intrappoliamo noi stessi, ma anche l’altro. E’ necessario dunque prendersi un tempo per guardarsi dentro, dirsi la verità, guardare le proprie paure e controllare che non abbiano preso il comando delle nostre scelte.

Siate felici. Comunque vada.

Manuela Griso

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